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Brusco ritorno alla realta'
26/03/2015 08:39

I segnali di affaticamento provenienti dall’azionario USA hanno trovato una forte conferma anche ieri.
Anzi, la scivolata che ha interessato gli indici americani ci induce a parlare oggi non più solo di affaticamento ma di veri e propri rischi di correzione significativa.
Evidentemente a forza di dati deludenti in arrivo dagli indicatori dell’economia reale USA, comincia ad essere impossibile chiudere gli occhi e continuare la anomala chiave di lettura del “tanto peggio, tanto meglio” che nelle scorse settimane ha tenuto in piedi gli indici USA e permesso loro di tornare a lambire i precedenti massimi. Il Nasdaq Composite venerdì scorso li ha addirittura superati ed è tornato dopo 15 anni a superare quota 5.000.
La reazione dei mercati è stata per tanto tempo dipendente dalle aspettative sul comportamento futuro della FED, che ha legato la manovra di rialzo dei tassi alla constatazione di segnali di crescita robusta. Ogni dato che confermava questa prospettiva (pochi e in sostanza quasi esclusivamente provenienti dal mercato del lavoro) veniva visto malamente e faceva scendere il mercato. Ogni dato che comunicava indebolimento della spinta economica veniva invece preso come un motivo di ulteriore riflessione da parte della FED ed allontanava il momento del rialzo. I mercati pertanto salivano sulle cattive notizie e scendevano sulle buone.
Questo meccanismo aberrante di interpretazione della realtà, tutto basato sulle aspettative e slegato dalla realtà corrente, sembra ora entrare in crisi.
Si torna maggiormente con i piedi per terra ed a guardare le prospettive future basandosi anche sulla realtà. Anche perché, anche supponendo che il rallentamento della crescita sposti in avanti il rialzo dei tassi da parte della FED, resta il fatto che essa incide negativamente sugli utili delle imprese quotate e rende sempre meno sostenibile la sopravvalutazione del mercato rispetto ai fondamentali.
Detto incidentalmente, l’indebolimento della crescita che gli analisti si stanno affettando a mettere nelle previsioni (il consenso degli analisti per il primo trimestre è ormai sceso a circa il 2% di crescita annualizzato) dimostra anche che l’economia USA non ha più i muscoli di una volta, nonostante l’enorme dose di estrogeni monetari che la FED ha iniettato in 6 anni di allagamento quantitativo.
Sembra quasi che il mercato stia cominciando a sentire il ragazzino della nota fiaba di Andersen che urla “il re è nudo”.
Sta di fatto che ieri l’ennesima delusione macroeconomica (questa volta sugli ordini di beni durevoli), anziché indurre alla festa, ha causato una vera e propria ondata di vendite. Le nuvole grigie che da mesi aleggiano sulla scena americana non ce l’anno più fatta a trattenere l’acqua di cui erano portatrici e la pioggia di vendite si è fatta temporale.
L’incapacità dell’indice SP500 di collezionare questa settimana un nuovo massimo e la tenuta della resistenza di area 2.120, che ha respinto violentemente il mercato, può essere interpretata come un segnale distributivo da non sottovalutare. Occorre ora verificare che cosa succederà sui supporti. Il primo è situato a 2.040 ed è il minimo della discesina fatta nella prima metà di marzo.
Al di sotto riveste ancora più importanza l’area compresa tra 2.000 e 1.970, dove il mercato si è appoggiato più volte negli ultimi 4 mesi, riuscendo sempre a rimbalzare. E’ presto per parlare di fine del mercato rialzista, ma non per cominciare ad organizzare l’eventuale fuga.
Gli indici europei, pur vivendo nella bolla costruita da Draghi, ieri hanno cominciato anch’essi a farsi qualche domanda sull’opportunità di snobbare la debolezza americana.
Le chiusure sono state negative e le vendite si sono riviste.
La giornata odierna dovrà fare i conti con la brutta chiusura di Wall Street e con il bombardamento dello Yemen da parte dell’Arabia Saudita, con l’appoggio degli americani, che ha fatto schizzare in alto il prezzo del petrolio sui mercati asiatici.
Ora la domanda, a cui i prossimi giorni dovranno dare risposta diventa: ce la faranno i nostri eroi europei a continuare la festa se dagli USA dovessero intensificarsi i segnali di correzione?
Non c’è dubbio che è molto più facile salire quando intorno c’è tranquillità, piuttosto che mantenere l’aplomb dopo essere saliti molto, quando intorno c’e bufera.

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