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Siamo sicuri che la deflazione sia una sciagura?
08/01/2015 11:21

L’inizio terribile del nuovo anno, con l’indice USA SP500 che sembrava aver dimenticato la strada rialzista che percorre da quasi 6 anni, doveva prima o poi produrre almeno un rimbalzo tecnico. Molti lo attendevano già martedì, ma il petrolio a 48 dollari lo aveva impedito. Ieri però, approfittando di una almeno momentanea pausa nel calo del petrolio, e complice qualche dato macroeconomico buono per l’America e brutto per l’Europa, finalmente il rimbalzo di SP500 è arrivato, ed è stato abbastanza rilevante (+1,16%). Del resto l’indice americano era reduce da ben 5 sedute di calo consecutive, evento piuttosto raro che in precedenza capitò l’ultima volta nel settembre 2013. Anche allora la sesta seduta ruppe l’incantesimo con un rimbalzo. Poi il mercato tornò a scendere nelle due seguenti. Vedremo come andrà stavolta.
Approfittando della stabilità del petrolio, che ha vissuto una giornata di relativa calma, ed anche della mancanza di novità dalla Grecia, in campagna elettorale, il mercato ha finalmente potuto concentrarsi sui dati macro diffusi ieri, tra cui, per gli USA, la creazione di posti di lavoro nel settore privato in dicembre, così come stimata da ADP. La creazione di lavoro in dicembre ha battuto le previsioni e rende probabile per domani la comunicazione da parte del Dipartimento del Lavoro di un dato globale sui posti di lavoro del settore non agricolo altrettanto buono. Il mercato interpreta l’accelerazione nella creazione di posti di lavoro come il miglior indicatore di salute del ciclo economico.
Molti investitori hanno fatto il seguente ragionamento: il petrolio basso aumenta il potere d’acquisto del consumatore medio, che si sente più ricco dopo che ha fatto il pieno di benzina, e favorisce il contenimento dei costi produttivi per le imprese, allargandone i margini; le imprese assumono; le banche centrali in Europa e Giappone stanno per lanciare nuovi programmi di allagamento monetario. Perché non dovrei approfittare del calo per comprare un po’ di azionario?
A convincere i mercati europei a seguire anch’essi la strada del rimbalzo ha provveduto la stima flash sull’inflazione in area Euro, che, per la prima volta dopo lo shock momentaneo del 2009, ha registrato un calo dell’indice dei prezzi su base annua: la tanto temuta deflazione si è materializzata.
La notizia viene commentata dai giornali e dai media con i toni da funerale che si riservano alle sciagure. Il classico “uomo della strada” italiano fatica a capire per quale motivo dovrebbe essere triste, se i prezzi scendono e può comprare più cose con il modesto reddito che gli resta a disposizione dopo i vari salassi fiscali. Un ragionamento simile fanno gran parte degli imprenditori. Una deflazione spinta dal calo dei costi delle materie prime e dell’energia, che noi italiani dobbiamo in larga misura importare, riduce i loro costi ed aumenta i margini di profitto. Inoltre migliora la nostra bilancia commerciale. Anche l’euro sempre più debole restituisce un po’ di quella competitività che abbiamo perso e rende le nostre merci più appetibili all’estero. E’ difficile capire perché si debba essere tristi. Non dimentichiamo che se l’indice globale dei prezzi al consumo è calato in Eurozona del -0,2%, quello “core”, cioè depurato dall’andamento dei prezzi energetici e agricoli, segna ancora una variazione annua di +0,8%. Ciò significa che la deflazione è puramente colpa del calo dei prezzi dell’energia. Ma a me pare una “felix culpa”, poiché restituisce potere d’acquisto ai consumatori e competitività alle imprese, e, in definitiva, contribuisce alla ripresa. In fondo l’economia reale trae molto più giovamento da questa deflazione e dal mini-euro di quanto riceva dai regali, veri, presunti e falsi, contenuti nella legge di stabilità e nel Jobs Act, che il governo Renzi ha propagandato come il non plus ultra delle misure espansive.
Tutto ciò non lo dico soltanto io, ma anche le stime di chi si è messo a fare qualche conto. Mentre il contributo alla crescita che le “coraggiose” misure del governo forniranno al PIL nel 2015 sono stimate al massimo intorno al +0,2%, Banca IMI ha recentemente calcolato che il ribasso del prezzo del petrolio possa da solo “regalare” all’Italia una crescita aggiuntiva del Pil dello 0,4%, mentre, secondo l’Ufficio Studi di Intesa Sanpaolo, se il cambio euro-dollaro restasse quest’anno anche solo a 1,23-1,24, l’Italia potrebbe registrare una crescita aggiuntiva del Pil dello 0,7%.
Comunque ai mercati tutto ciò non interessa. Quel che conta è che la deflazione è il grimaldello che Draghi usa per convincere i tedeschi a varare il tanto atteso e mai realizzato Quantitative Easing. L’ingresso ufficiale dell’Europa in deflazione secondo i mercati consentirà a Draghi di ottenere il via libera dei tedeschi nella prossima riunione BCE del 22 gennaio. Se il QE di Draghi si avvicina, allora si compra. Il motivo sta nelle speranze di crescita aggiuntiva generata dalle misure BCE? Niente affatto.
Questa misura, come hanno dimostrato l’esempio americano, britannico e giapponese, che l’hanno già adottata da tempo, è in grado di fornire effetti piuttosto blandi sull’economia reale ed assolutamente non comparabili con la tossicità che produce sui mercati finanziari, facendo gonfiare bolle speculative. Ebbene, questo è proprio quel che i mercati si aspettano e vogliono, per continuare a cavalcare il rialzo ancora per qualche mese. Personalmente continuo ad avere parecchi dubbi che Draghi abbia il coraggio di varare il QE tre giorni prima delle elezioni greche. Ma quel che penso io non interessa quasi a nessuno ed è un’opinione largamente minoritaria. I prezzi li fa il mercato, che si muove in base all’opinione prevalente. Giusta o sbagliata che sia. Se sarà esatta il rally riprenderà, Grecia e fallimenti vari ed eventuali permettendo. Altrimenti sarà ancora volatilità, che potrebbe rivelarsi come il vero convitato di pietra al banchetto del 2015.  

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