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Il 2015 comincia con la fuga dal rischio
07/01/2015 08:35

Già il finale d’anno, pur con i mercati semideserti per le molte festività infrasettimanali, aveva preannunciato una fase di turbolenza. Ma i primi giorni di questa settimana ce l’hanno spiattellata in tutta la sua prorompente evidenza. Vedere la borsa italiana perdere quasi il 5% in un giorno, come è successo lunedì, non è cosa di tutti i giorni, anche se non possiamo proprio dire di non averlo mai visto. Ma ancor più insolito è stato il calo di oltre il 3% per la borsa tedesca o quasi il 2% per l’indice USA SP500, che anche ieri è continuato a scendere di quasi un punto percentuale ed è atterrato in area 2.000, provocando l’aborto del tentativo di rimbalzo che per buona parte della seduta le borse europee avevano tentato.
Il nervosismo è motivato dall’intensificarsi dei timori per il calo del petrolio, che prosegue apparentemente inarrestabile, ed ha portato il greggio quotato a Chicago a sfondare anche quota 48 dollari al barile, e la perdita dai massimi del giugno scorso a superare il -55%.
L’inizio ufficiale della campagna elettorale in Grecia, in attesa dell’appuntamento col destino che si avrà il 25 gennaio, sta agitando i politici europei oltre che quelli greci. Dopo la benevola indifferenza mostrata subito dopo la fallita elezione del Capo dello Stato greco, il tentativo di condizionare l’esito del voto da parte dei tedeschi si fa ora sempre più pesante, con uno stillicidio di dichiarazioni minacciose tendenti a far digerire agli altri paesi l’ipotesi di scaricare la Grecia dall’Eurozona se dovesse vincere Tsipras e chiedesse di rinegoziare i patti.
Si punta a terrorizzare i greci, sperando così che la sinistra radicale non riesca, alla resa dei conti, a ricevere tutti i voti che per ora i sondaggi le attribuiscono. A parte la limitazione di sovranità, che i greci sono ormai da tempo abituati a subire e che altri stati “indisciplinati” come il nostro e la Spagna possono ammirare come possibile esito del loro percorso, le ingerenze potrebbero effettivamente incidere sul voto, riducendo i consensi per Syriza, con la conseguenza che si produca un nulla di fatto e nessuno schieramento sia poi  in grado di formare un governo. In tal caso l’instabilità politica produrrebbe un ulteriore irrigidimento da parte europea, e si potrebbero rivivere situazioni simili ai primi mesi del 2012, quando sembrava che la Grecia dovesse essere abbandonata al suo destino.
Si moltiplicano allora le previsioni sulle conseguenze di uno scenario che solo due mesi fa veniva scartato a priori come irrealistico: l’eventuale addio all’euro da parte dei greci. Si va da coloro (soprattutto tra i falchi tedeschi) che ritengono l’eventualità tutto sommato come il male minore per l’Europa, da subire in cambio dell’effetto pedagogico che avrebbe sugli altri indisciplinati, fino a coloro che sostengono che invece l’uscita della Grecia manderebbe in crisi la stessa moneta unica, con un impatto finanziario peggiore del fallimento di Lehman Brothers del 2008.
In realtà nessuno è in grado di fare stime accurate, dato che l’uscita dall’euro non è mai avvenuta per nessuno e non è nemmeno considerata dei trattati europei. Certamente sarebbe un processo piuttosto complicato da gestire, sia per i greci che per gli europei e sicuramente avrebbe conseguenze per i greci, che si troverebbero completamente tagliati fuori dall’accesso al mercato dei capitali, oltre che depauperati di una fetta rilevante della poca ricchezza rimasta. L’effetto contagio è tutto da verificare, dato che l’80% del debito greco è in mano a istituzioni sovrannazionali (UE, BCE e FMI), che potrebbero “socializzare” le perdite in modo abbastanza agevole sui contribuenti europei.
Tutto ciò comunque crea incertezza ed ha indotto i guru dei fondi hedge, dei grandi fondi di investimento e delle banche d’affari, rientrati lunedì dal lungo ponte in cui hanno speso parte dei ricchi bonus accumulati anche quest’anno, a sfoltire un po’ i portafogli e diminuire un po’ il rischio, intascando prese di beneficio su posizioni di medio termine. Oltre, ovviamente, ad alzare il piede dall’acceleratore sugli acquisti di obbligazioni ed azioni dei paesi europei meno affidabili, come il nostro e la Spagna.
Lo spread torna a salire e le borse azionarie europee subiscono così ondate di vendita che ricordano gli anni in cui si temeva che l’euro dovesse andare a gambe all’aria.
Sull’azionario quel che succede ha ormai i caratteri della correzione conclamata per gli indici più forti, mentre per i più traballanti sembra addirittura qualcosa di peggio.
SP500 sembra orientato a testare il forte supporto di 1.972, su cui poggiò il gagliardo rimbalzo di metà dicembre che proseguì fino al 29 dicembre ritoccando più volte i massimi storici. Ma la sua situazione è rosea rispetto agli scenari grafici europei.
Qui il Dax tedesco procede verso l’area 9.200, che, se venisse sfondata, completerebbe una figura di testa e spalle che aprirebbe le porte ad un obiettivo ribassata di circa il 10% inferiore. Ma gli indici più periferici, come il nostro Ftse-Mib, se la passano decisamente peggio. L’indice italiano sta pericolosamente tornando verso l’area 17.500-17.700, che ha contenuto per due volte il calo, ad ottobre e a dicembre.
Lo sfondamento di quest’area riporterebbe il nostro mercato in condizioni ribassiste di lungo periodo e completerebbe una gigantesca figura ribassista (anche qui un testa e spalle) che punterebbe ad un obiettivo intorno a 12.500, il che significa un possibile ritorno ai minimi del 2009 e del 2012.
Vengono i brividi? Anche a me.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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