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Siamo proprio sicuri di aver convinto Merkel?
19/03/2014 08:33

L’andamento dei mercati ieri ha rappresentato la classica “Ola” al discorso di Putin, individuato come il vero ed unico vincitore del conflitto ucraino.
Un’apertura incerta delle borse europee rifletteva un certo timore per le parole che avrebbe pronunciato Putin all’ora di pranzo. L’istrionico dittatore russo ha invece dato ai mercati quei contentini dialettici che si attendeva, assegnando però, nel contempo, alcuni sonori ceffoni all’armata Brancaleone della coalizione occidentale.
Il contentino per i mercati sono state le parole accomodanti sia sull’Ucraina (noi vogliamo essere amici dei popoli; non abbiamo intenzione di aggredire l’Ukraina, anzi siamo disposti a dialogare, ma purtroppo ora ci sono al potere solo usurpatori), che il mercato ha frettolosamente scambiato per segnali di distensione. Intanto però ha accompagnato le parole con fatti tutt’altro che distensivi: l’annessione della Crimea viaggia a ritmo spedito ed è ormai cosa fatta, nonostante i chivalà occidentali; i soldati ucraini presenti in Crimea sono di fatto prigionieri; si stanno ammassando alle frontiere esagitati di tutte le fazioni per venire alle mani; dulcis in fundo non è mancata qualche parloa sprezzante nei confronti delle sanzioni occidentali. Se questa è distensione…
Putin pare confidare nell’incapacità di reagire degli europei forse più di quanto sia lecito, esponendo l’area al rischio di una trasformazione della guerra da fredda a calda.
Ma i mercati preferiscono credere che la situazione sia sotto controllo e che lo rimarrà, e forse tirano un po’ troppo la corda dell’ottimismo. Infatti Wall Street è tornata quasi sui massimi dell’anno e di sempre, il nostro Ftse-Mib li ha realizzati, mostrandosi ancora una volta il numero 1 tra gli indici occidentali e riuscendo a portarsi al di sopra di quota 21.000 punti.
A dar slancio ai listini sono anche le attese speculative per la prima riunione del FOMC diretta da Janet Yellen, che potrebbe confermare la politica accomodante sui tassi, magari togliendo l’automatismo che era stato annunciato da Bernanke all’inizio del QE, che prevedeva la fine della politica dei tassi a zero quando la disoccupazione avesse raggiunto quota 6,5%. Al posto potrebbe essere specificato che la valutazione sarà politica, lasciando così spazio al prolungamento del lassismo monetario anche oltre il raggiungimento dell’obiettivo sul mercato del lavoro.
Anche se con un giorno di ritardo, è bene dare uno sguardo all’esito della visita di Renzi a Merkel, che i giornali, ora quasi tutti assolutamente incantati nell’esaltazione del giovane Premier, hanno descritto come un successo personale di Renzi, che avrebbe “convinto” la Merkel.
La motivazione starebbe nelle parole pronunciate in Conferenza Stampa dalla signora di ferro, che si è dichiarata “impressionata” dalle riforme annunciate da Renzi. Qualcun altro ha sottolineato la frase in cui la Merkel si è detta convinta che l’Italia farà le riforme e rispetterà i patti europei.
Circa le riforme “impressionanti”, ricordo che analogo aggettivo venne usato nel 2012 al vertice con Monti. Allora dichiarò di aver apprezzato le “misure impressionanti” del Professore (ovviamente si riferiva a quelle economiche, ma i vignettisti si sbizzarrirono nei doppi sensi).
Come sia andata a finire lo abbiamo visto tutti. La Germania non cedette di un millimetro ed i compiti fatti dal Professore causarono l’assegnazione di altri compiti che ha iniziato a fare il lento Letta e che ora vengono ripresentati al veloce Renzi.
La mia impressione è che al di là dell’ovvia e scontata cortesia di linguaggio e, se vogliamo, anche della simpatia personale che il boy-scout fiorentino riesce ad attirare, la Merkel ha ribattuto che riforme e patti europei non sono alternativi. Perciò è stato facile strappare il consenso a portare il rapporto deficit/PIL dal 2,6% attualmente previsto al 2,8%, ma non al 3%, con la conseguenza di poter risparmiare 3 miliardi di coperture per le riforme annunciate. Ma la lista dei risultati finisce qui.
Perciò occorrerà spremere al massimo Cottarelli per raschiare qualche altro miliardo di spending review e sperare che i sindacati non si lamentino troppo. Intanto, dopo gli accenni fatti ieri sulle modalità che il Cottarelli propone per l’uso del bisturi sulla spesa pubblica, si sono già levate ampie voci di protesta. Del resto è curioso che si facciano grandi proclami per la creazione di lavoro e per reperire qualche miliardino per finanziare misure che non si sa quanti posti creeranno, si propone di tagliare 85.000 dipendenti pubblici. Creare lavoro con i licenziamenti: ecco il nuovo gioco di prestigio del mago di Firenze.
Ma non basta. La Merkel, oltre a ricordare che non ci dobbiamo nemmeno sognare di sfondare il tetto del 3%, ci ha ricordato che il Fiscal Compact prevede dal prossimo anno anche la riduzione del rapporto debito/PIL di un ventesimo della percentuale che supera il 60%. Siccome il nostro debito a fine 2014 dovrebbe salire al 134%, si tratta di ridurlo del 3,7% del PIL. Cioè, mal contati, di 55 miliardi. Se questo è “convincere la Merkel”, che cosa ci sarebbe capitato se Renzi non l’avesse convinta?

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