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Verso l'Equilibrio del Business
18/03/2014 09:02

Il mercato temeva la secessione della Crimea e una nuova guerra fredda. La secessione è arrivata, Mosca ha subito riconosciuto il nuovo stato indipendente e si prepara ad annetterlo. Le borse festeggiano.
Chi si stupisce ha ragione. Il mercato purtroppo non è nuovo a fare analoghi scherzetti.
Sta di fatto che per chi opera in un’ottica di breve periodo questi cambiamenti repentini di giudizio da parte delle borse costano perdite e senso di frustrazione.
Anche chi interpreta e cerca di fare ipotesi operative in questi giorni non sa letteralmente che pesci pigliare ed avrebbe voglia di starsene zitto. Riuscirebbe così almeno ad evitare figuracce.
Cercando di vincere la tentazione al silenzio, proviamo ad ipotizzare che cosa passa (forse, magari, chissà) per la testa dei mercati.
I mercati temono la guerra fredda Russia-Occidente. Causerebbe enormi contraccolpi sui commerci e sull’intero assetto del sistema economico globalizzato.
Proprio per questo probabilmente si sono forse convinti che l’attuale livello di interdipendenza economica molto alto, se venisse interrotto, provocherebbe danni economici reciproci molto rilevanti. Fatte le dovute proporzioni, è un po’ come la situazione che per anni ha mantenuto la pace tra USA e URSS negli anni successivi alla seconda guerra mondiale e fino alla fine degli anni ’80. Allora si parlava di equilibrio del terrore, rappresentato dal possesso delle due super-potenze di armi nucleari di distruzione totale, che avrebbero garantito in caso di guerra la distruzione reciproca e forse la fine dell’esistenza dell’uomo sulla terra. Questa situazione garantì la pace formale, ma anche la presenza di conflitti per interposta persona in molte parti del mondo, dove USA ed URSS si sfidavano appoggiando le fazioni contrapposte nelle varie guerre civili in giro per il mondo, ben sapendo tuttavia che ogni tensione non avrebbe potuto mai portare a premere il famoso pulsante della valigetta nucleare.
La situazione economica attuale in qualche modo sembra ripetere il medesimo copione anche dal punto di vista delle sanzioni. Per anni si è sostenuto che le guerre moderne si potevano combattere con le sanzioni economiche. Bloccando le forniture al nemico si è sempre ipotizzato che alla fine si sarebbero raggiunti risultati senza usare le armi.
Già negli ultimi anni l’arma delle sanzioni ha mostrato parecchie falle. Funziona quando è l’intera comunità internazionale (o quasi) ad applicarle in modo severo e preciso. Quando però una parte significativa di stati non aderisce, l’effetto delle sanzioni appare blando e sostenibile da parte della “vittima”. In ogni caso finora le sanzioni sono sempre state applicate ai cosiddetti “stati canaglia”, cioè di scarsa importanza e spesso di limitate dimensioni (Cuba, Iran, Nord Korea).
La situazione di questi giorni ci presenta invece un caso nuovo. L’ipotesi di sanzioni nei confronti di una potenza militare, ma anche economica, di primaria grandezza. Il quesito che le diplomazie debbono risolvere è: quali sanzioni applicare per avere effetti coercitivi su un paese ben interconnesso nell’economia globalizzata, con cui i legami economici sono ampi e diffusi?
La scoperta sembra essere: nessuna sanzione. Infatti la profonda interconnessione economica esistente ha legato tra loro tutti i principali protagonisti dell’economia mondiale, al punto che più è significativo il legame, più le sanzioni provocano danni reciproci. Dopo giorni di balbettamenti le diplomazie europee ieri hanno partorito il classico topolino. Rispondono alla decisa azione militare russa con una mini-lista di 21 personaggi ai quali è stato tolto il visto di ingresso e bloccati i beni. Nient’altro, per ora. Gli inglesi storcono il naso a punire gli oligarchi che fanno business con le loro banche d’affari della City, la Germania non vuole rinunciare ad esportare in Russia, l’Italia, per quel che conta, non vorrebbe disturbare troppo il suo fornitore di gas, da cui dipende per il 40% delle sue importazioni.
Insomma, gli unici che vorrebbero spingere il pedale sulle sanzioni sono gli USA, che hanno ancora pochi legami economici con la Russia. Gli altri nicchiano, dimostrando che si è creato uno strano “equilibrio del business”, che ha sostituito l’equilibrio del terrore, e che ha un solo ed unico comandamento: qualunque cosa succeda il business deve continuare.
Tutto ciò potrebbe creare nuove conseguenze politiche ed anche sulle borse. Le prime sono che i paesi più aggressivi, come la Russia di Putin, una volta capita l’antifona, potrebbero tendere a sviluppare politiche sempre più espansionistiche, sapendo che la corda può essere tirata un bel po’, perché tanto le sanzioni non oltrepasseranno il limite dell’azione simbolica, che è l’unica che le lobby economiche permetteranno ai loro politici, da tempo in loro ostaggio. Ovviamente non si dovrà esagerare. Putin sembra aver capito molto bene l’antifona. Occorre vincere senza pretendere di stravincere. L’aveva già fatto con la Siria. Ora lo sta ripetendo con la Crimea.
L’occidente assiste impassibile perché non può permettersi di alzare troppo la voce, se non riesce a far seguire fatti concreti. L’abbiamo visto con la Siria, lo stiamo rivedendo con la Crimea.
Anche i mercati sembrano aver capito l’antifina, scartando a priori la possibilità di sanzioni in grado di dar fastidio al business, per cui le crisi, se si mantengono entro certi limiti, vengono usate per effettuare piccole correzioni, ma non sono in grado di disturbare più di tanto e, in fin dei conti, si traducono in occasioni di acquisto.
Abbiamo perciò il paradosso che la debolezza politica del fronte occidentale viene festeggiata dalle borse, che non prendono sul serio la possibilità di sanzioni veramente efficaci, perche se si attuassero, sarebbero troppo dolorose per paesi che vengono da un periodo di recessione e non possono permetterselo.
Se questa lettura è corretta, potremmo assistere ad una fase di lateralità poco distante dai massimi, a meno di forzature ulteriori da parte di Putin, che sembra tutt’altro che stupido.
Sostanzialmente l’aspetto geo-politico tornerà ad essere ignorato, in attesa di verificare quel che invece conta assai per i mercati, cioè la crescita economica del primo trimestre e gli utili che le società quotate riusciranno a portare a casa. Tra tre settimane comincerà questo spettacolo, che forse interessa i mercati assai più della crisi di Crimea.

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