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Il Guinzaglio americano
21/02/2014 10:30

I mercati europei si mostrano, come al solito e forse anche più del solito, etero-diretti dagli indici americani. Non fanno che seguire pedestremente quel che succede in America. Al punto da ripetere pedissequamente i movimenti che in USA si succedono, anche quando sembrano più effetto di emotività che di cause reali. Non che da altre parti si mostri maggior indipendenza, anzi. In Giappone è ancora peggio. Quel che è avvenuto negli ultimi due giorni è sintomatico. Partiamo da martedì, alla ripresa americana dopo la pausa festiva di lunedì. I mercati europei lunedì avevano atteso pressochè immobili che la festa USA terminasse. Martedì gli americani non hanno voglia di prendere decisioni e passano la giornata in orizzontale. Lo stesso avviene in Europa, che recupera il calo iniziale. Calma piatta anche in Giappone nella notte. Mercoledì le borse europee flettono in mattinata ma quando si accorgono che dagli USA si vuole tentare l’attacco ai massimi recuperano tutto e vanno a chiudere in positivo. Si dà il caso però che, a borse europee già chiuse, in USA si torni prepotentemente indietro, chiudendo in negativo. Lo spavento porta la borsa giapponese a fare ieri un tonfo oltre il 2% e l’Europa ad aprire in deciso ribasso, trascorrendo tutta la mattina e la parte di pomeriggio prima dell’apertura USA in negativo mediamente di oltre l’1%. Viene il momento dell’apertura un po’ incerta delle borse americane, che però dopo meno di un’ora vedono il ritorno prepotente degli acquisti, grazie anche allo shopping di Mark Zuckerberg, il patron di Facebook, che ha deciso di imitare i suoi coetanei che si comprano WhatsApp, la più famosa applicazione per smartphone, che permette di messaggiare quasi gratis. Solo che, mentre i normali giovanotti si comprano la App che costa un euro l’anno, lui si compra l’intera società quotata che produce e distribuisce questa app, al modico prezzo di 19 miliardi di dollari. Il sol vedere miliardari così disposti a spendere allegramente deve aver contagiato molti investitori, che si sono ributtati a comprare ed hanno condotto l’indice SP500 a recuperare tutto il terreno perso il giorno prima, come se nulla fosse successo. L’Europa che fa? Si adegua, ovviamente e raddrizza in extremis la giornata. Ed il Giappone, che fa? Stamane recupera tutto il calo di ieri ed anche qualcosina in più, tornando sui valori di martedì, prima dell’incertezza americana. Che farà oggi l’Europa? Dopo aver esteso un pochino il rialzo di ieri nelle prime battute della mattinata, probabilmente attenderà indicazioni da Wall Street nel pomeriggio.
La catena di eventi descritta e quel che è successo nelle ultime settimane ci spingono a queste considerazioni:
1) La fase che i mercati azionari vivono vede una correlazione molto forte con quel che capita in USA. E’ normale che sia così, ma forse in questo periodo la correlazione è ancora più forte del solito. In passato abbiamo avuto momenti in cui molti osservatori parlavano di “decoupling” ossia dell’affievolirsi della correlazione tra l’andamento delle Borse USA, che dettano la marcia, ed il resto del mondo, che si adegua e segue disciplinatamente. Ricordo il periodo 2011-2012, quando la crisi dell’Euro fornì agli investitori motivi di riflessione che andavano ben al di là dell’imitazione del movimento americano e i grafici degli indici di borsa mostravano forza americana associata a debolezza europea. Non parliamo poi di alcuni mercati europei considerati più fragili (Spagna ed Italia in primis), che assaggiavano i minimi quando i mercati USA stavano sui massimi. Poi è stata la volta del decoupling del Giappone, nella prima parte del 2013, quando la Abenomics portò l’indice nipponico a svettare al rialzo a prescindere da quel che facevano gli altri mercati, USA compresi. Infine abbiamo visto nella seconda parte del 2013 lo sganciamento dei paesi emergenti dal guinzaglio americano, con una fase prolungata di debolezza che ha ignorato la forza degli indici USA.
Ora dei tre sganciamenti i primi due paiono completamente rientrati. Europa e Giappone sono tornati al guinzaglio dell’America, come un cagnolino fedele al padrone. Permane solo quello dei paesi emergenti. Le conseguenze operative sono che praticamente basta osservare quel che succede su SP500 per derivare in modo quasi automatico che cosa succede nell’immediato in Europa e Giappone.
2) Il repentino cambiamento di umore da un giorno all’altro e l’aumento della volatilità intraday, che si esprime nell’allungamento delle candele giornaliere sui grafici, spesso dotate di lunghi stoppini in alto e in basso, è un evento tipico dei top di lungo periodo. Molto spesso la fine di un lungo movimento rialzista si esprime non con cadute repentine, ma con una fase di fibrillazione sui massimi, in cui le forze degli ottimisti sono ancora consistenti, ma non così tanto da riuscire sempre a prevalere. Eventi inaspettati o improvvise cadute dalle nuvole dell’ottimismo causano secche e rapide prese di beneficio, che magari vengono riassorbite nello spazio di pochi giorni o addirittura nell’arco della stessa giornata. Contemporaneamente i rimbalzi faticano a segnare nuovi massimi significativamente più alti dei precedenti. Il mercato perde così il ritmo (tecnicamente si dice che perde “momentum”), cioè la capacità di accelerazione nella direzione del trend. Si creano divergenze ribassiste sui principali oscillatori e la battaglia comincia cambiare di esito.
Sono scosse premonitrici di un terremoto che arriverà, anche se in borsa, come nell’ambito geofisico, la previsione esatta del momento in cui si manifesta la scossa principale nessuno riesce a farla.
I mercati stanno cominciando a manifestare le prime avvisaglie di questi movimenti tellurici premonitori. Probabilmente nelle prossime settimane si intensificheranno, dando l’impressione, esatta, che i mercati non sappiano in realtà che pesci pigliare e passino il tempo a ondeggiare nervosamente, con oscillazioni sempre più ampie, in attesa che l’equilibrio esistente tra ottimisti (che comprano sulla debolezza, mediando le posizioni) e pessimisti e prudenti (che vendono sulla forza intascando prese di profitto) si rompa e uno dei de schieramenti prenda chiaramente il sopravvento aprendo una fase direzionale che sarà probabilmente di durata piuttosto rilevante.
3) Tecnicamente il mercato ha individuato nelle scorse settimane i due livelli che faranno da discriminante. L’indice USA SP500, l’unico che conta, potrebbe giocare tutta la fase dell’incertezza e della volatilità senza direzione tra i livelli di 1.738 (minimo della correzione di gennaio) e 1.851 (massimo assoluto realizzato prima della correzione). Dentro questo range sta avvenendo e potrebbe proseguire ancora il braccio di ferro tra ottimisti e perplessi. La fuoriuscita sancirà la vittoria di un partito sull’altro e potrebbe comportare un movimento direzione di oltre un centinaio di punti. Al rialzo potrebbe puntare all’area compresa tra 1.950 e quota 2.000. Se prevarranno i venditori la capitolazione di 1.738 potrebbe spingere verso un primo obiettivo ribassista poco al di sopra di 1.600 punti. Però si decreterebbe anche l’inversione ribassista del trend di medio lungo periodo e forse i 1.600 punti sarebbero solo il primo step di una discesa destinata a proseguire molto oltre.
4) E’ sempre bene, operativamente parlando, non mettere il carro davanti ai buoi e procedere un passo alla volta. Nei momenti di incertezza la miglior cosa da fare è stare alla finestra, lasciando che siano altri a combattere. Lo so. Sembra, e probabilmente lo è, un comportamento codardo. Ma il trading è questo, perché cerca di conseguire il maggior risultato possibile correndo il minimo rischio possibile.
Siccome ora il mercato USA è in trading range e non sappiamo quale sarà il vincitore della partita in corso, saltare in anticipo su uno dei due carri che si stanno sfidando rischia (fatte ovviamente le dovute proporzioni) di farci fare la figura di Mussolini, che si alleò ad Hitler proprio nel momento in cui questi cominciava a perdere la seconda guerra mondiale.

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