Lo Schiaffo in fondo al Tunnel
18/11/2013 08:44
Sul mercato azionario la settimana scorsa si è chiusa positivamente per la gran parte degli indici mondiali più importanti, ma ha invece mostrato una certa sofferenza per quelli più deboli dell’Eurozona (Italia e Spagna). La selezione che i mercati quotidianamente fanno in questo periodo sta penalizzando il nostro, debole come ultimamente si è visto assai raramente. Sembra quasi di essere tornati all’epoca dello spread alle stelle, sebbene ora lo spread continui a navigare abbastanza stabilmente tra i 230 e i 240 punti base, manifestando una quiete che invece l’indice azionario non riesce più a mantenere.
Sono stati due, tra venerdì e sabato, gli eventi che forniscono agli investitori elementi di riflessione sull’affidabilità del nostro paese.
Il primo è la clamorosa bocciatura dei nostri conti da parte della Commissione UE, che ha rimproverato un po’ tutti (Germania compresa), ma ha rispedito al mittente i compiti che Letta ci ripeteva ad ogni piè sospinto di aver fatto così bene.
Molto banalmente la Commissione UE è andata a vedere le carte delle stime, che sono il trucchetto con cui si riesce a far quadrare da sempre ogni bilancio di previsione.
I Totem dell’Europa monetaria, i rapporti Deficit/PIL e Debito/PIL, sul cui altare tutto deve essere sacrificato, nel compito presentato da Saccomanni risultavano rispettati con i saldi garantiti dalla Legge di Stabilità nella versione presentata dal Governo al Parlamento. La Commissione ha invece ritenuto eccessivamente ottimistiche le stime alla base dei risultati. Infatti il Governo continua a ritenere che il prossimo anno il PIL crescerà del +1,1%, mentre nessun istituto di analisi oggi ritiene possibile tale crescita. I più generosi ci concedono una crescita a +0,7%, altri molto meno. Ecco allora che il tetto invalicabile del 3% del rapporto Deficit/PIL, mantenuto a stento con i numeri di Saccomanni, se si diminuisce il denominatore per renderlo più realistico, supera il fatidico livello e diventa uno sforamento. Anche il Debito/PIL, che nel compito presentato veniva dato in leggerissimo calo per il prossimo anno, si trasforma in un valore che cresce di un ulteriore punto passando da 133% del 2013 al 134% del prossimo. La correzione del compito, presentata venerdì da Olli Rehn ha quindi evidenziato un voto insufficiente, seguito dall’invito a cambiare la Legge di Stabilità con cifre più realistiche. Nel frattempo viene sospesa la possibilità di utilizzare 3 miliardi di “flessibilità contabile” per misure a favore della crescita. Per Letta, che solo il giorno prima, a Lipsia, si era lasciato andare all’esultanza con frasi del tipo “L’Italia ce l’ha fatta da sola. Abbiamo la credibilità per chiedere una svolta all’Europa sulla crescita”, si tratta di un sonoro schiaffo, paragonabile a quelli che riceveva Berlusconi nel 2011 quando dava per certi gli incassi della lotta all’evasione fiscale come copertura di nuove spese.
La necessità di ampliare in Parlamento la manovra contenuta nella legge di stabilità, che significa introdurre nuove tasse o tagliare la spesa, rende ancora più difficile il compito del Governo, che già non riesce a trovare le risorse per mantenere fermi i saldi precedenti, a causa dell’assalto alla diligenza dei 3.000 emendamenti.
A complicare le cose, magari non nell’immediato, ma nei mesi futuri, sabato si è consumato il tanto atteso quanto ambiguo divorzio all’italiana tra le due anime del PDL. I falchi si sono impadroniti del partito, che cambia nome e, con grande originalità, torna a chiamarsi “Forza Italia”, come 20 anni fa, mentre, con grande sofferenza e riconoscenza nei confronti dell’ex padrone, il gruppone delle colombe è migrato in un nuovo partito, chiamato “Nuovo Centro-Destra” (apprezzabile anche qui lo sforzo innovativo nella scelta del nome). Mentre si separavano, le due anime hanno subito tenuto a precisare che alle prossime elezioni si presenteranno coalizzate e comunque sulla decadenza di Silvio voteranno unite.
Uno strano comportamento, per due litiganti. Siccome a pensar male si azzecca spesso, c’è già qualche osservatore che fa giustamente notare che sembra quasi un progetto studiato a tavolino per vincere le prossime elezioni: i fedelissimi di Berlusconi trovano in Forza Italia il partito personale del vecchio leader, pronto a cominciare il tiro al piccione Letta dall’opposizione ed a far concorrenza a Grillo contro il governo, a partire dalla Legge di stabilità; i moderati ed i cattolici di destra, a disagio con il vecchio leader, trovano nel nuovo partito di Alfano una destra con la faccia più pulita su cui convergere. Lo stesso possono fare i delusi di Monti, che sta perdendo anche lui pezzi molto importanti del partito. C’è il rischio perciò che la destra, anziché indebolirsi, finisca per rafforzarsi nel medio periodo.
Anche perché il PD si ritrova ora ad essere di gran lunga l’azionista principale delle “ristrette intese” che sostengono il Governo Letta e dovrà portare praticamente da solo la croce delle misure impopolari e della scarsa efficacia del Governo, che subirà il fuoco incrociato di Berlusconiani e Grillini. Si tratta di una posizione assai scomoda, che, secondo logica, dovrebbe spingere Renzi, che tutti ormai considerano già vincitore delle primarie del PD, ad alzare rapidamente la posta e a far cadere presto il governo, assestando anche lui altri ceffoni, in questo caso fraterni, all’attuale premier.
Se i mercati cercano stabilità, come si può vedere, nei prossimi mesi sarà difficile che la trovino nel nostro paese. Per fortuna il contesto borsistico mondiale è euforico, altrimenti chissà il nostro indice dove sarebbe diretto.