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Il crollo dell'euro segnala correzione?
04/11/2013 08:49

Il mese di ottobre per le principali borse azionarie mondiali si è concluso praticamente sui massimi e quest’anno ha smentito clamorosamente la stagionalità, che vuole statisticamente settembre ed ottobre come i mesi più ribassisti dell’anno. Nel 2013 nel bimestre SP500 ha realizzato un progresso del 7,5%, Eurostox50 del 12,7%, il tedesco Dax del 11,5% ed il nostro Ftse-Mib addirittura del 16%.
Bastano questi numeri ad indicare l’euforia rialzista che ha contagiato tutti i mercati azionari occidentali, ma che, se vogliamo, non è stata altrettanto potente sulle borse asiatiche, che si sono mostrate assai meno toniche (+7% la borsa giapponese, ma solo +2% l’indice composito cinese).
E’ comunque impossibile trovare tra i principali indici che abbia realizzato una performance negativa nel bimestre statisticamente più nefasto. Tutto ciò ci porta semplicemente a prendere con le molle la statistica, o, meglio, a riverire la banalità che ogni volta che si afferma che esiste una certa probabilità che si realizzi un evento, implicitamente si afferma che esiste una complementare possibilità che non si realizzi.
L’ultima settimana di ottobre ha messo in mostra una sostanziale stabilità nei mercati azionari che seguiamo maggiormente, che hanno chiuso la settimana non lontani dai valori che segnavano all’apertura, che a loro volta erano assai vicini ai massimi assoluti o a massimi relativi significativi. Sembra, a prima vista, che non sia successo niente di rilevante.
Tuttavia ha colpito il forte calo dell’euro, che, proprio quando molti ormai pensavano che quota 1,40 contro il dollaro fosse a portata di mano, ha realizzato un calo settimanale del 2,30% ed è sceso a 1,348. Per ritrovare un crollo settimanale più vistoso occorre andare indietro fino a luglio dello scorso anno.
Movimenti simili esprimono generalmente cambiamenti sostanziali nell’equilibrio esistente. In questo caso sembra che i mercati stiano scontando possibili mutamenti nelle politiche monetarie delle due principali banche centrali. La BCE sembra ormai voler rompere gli indugi di fronte alla continua sopravvalutazione dell’euro, che ha fatto perdere parecchia competitività all’export europeo, in un contesto di ripresa molto fragile. Potrebbe essere imminente, secondo i mercati, un taglio dei tassi, del resto già da tempo annunciato da Draghi come un’arma da utilizzare a favore della ripresa di Eurolandia. Contemporaneamente il comunicato diramato dalla FED mercoledì scorso ha rivelato qualche mutamento di accenti nella descrizione della situazione economica americana. L’aver affermato che i rischi di arretramento del a crescita stanno diminuendo, sembra riflettere un crescendo di voci favorevoli al tapering all’interno del Board della FED.
In tutto ciò non c’è nulla di concreto, ma solo un mutamento di aspettative, con l’attesa che il testimone del lassismo monetario possa passare dal campo americano a quello europeo.
Ma tanto basta per muovere i flussi di capitale ed il carry trade, creando volatilità sui mercati.
Per ora si è trattato di movimenti che hanno impattato direttamente sul cambio euro-dollaro, il primo asset che viene interessato in questi casi. Ma qualche segnale si è visto anche sull’obligazionario, dove i rendimenti sul decennale USA hanno lievemente ricominciato a salire, mentre quelli sul decennale tedesco sono visibilmente calati. Per ora l’azionario non è ancora stato colpito, ma la calma potrebbe essere seguita da qualche sfogo di volatilità in grado di ridurre gli eccessi rialzisti che si sono accumulati nell’ultimo bimestre.
Insomma: una piccola correzione, anche sull’azionario USA, e, di conseguenza, su quello europeo, non sarebbe affatto sorprendente. Anzi, preparerebbe il terreno per il rally di Natale.

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