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...E la chiamano Unione Bancaria
28/10/2013 09:42

La settimana borsistica passata è stata dominata per oltre metà dalle vicende dell’area Euro, come ai vecchi tempi. Se qualcuno avesse avuto l’impressione che la moneta unica e il sistema monetario dei paesi aderenti avesse trovato nel corso della tranquilla estate un punto di pacifico equilibrio, deve ricredersi.
La calma estiva era dovuta solamente all’attesa delle elezioni tedesche, che hanno rallentato e poi sospeso i vertici europei e lasciato i problemi a dormire in attesa che la Merkel ritrovasse nel voto popolare la forza per tornare a dettare la linea.
La scorsa settimana a muovere le acque è stata la comunicazione ufficiale che la BCE avrebbe iniziato a novembre la revisione dei bilanci delle circa 130 più grandi banche europee (tra cui 15 italiane) e somministrato gli stress test prima di assumere la vigilanza sugli istituti europei, così come prevedono gli accordi sull’Unione Bancaria. Il comunicato della BCE ha voluto affermare che la revisione sarà approfondita ed interesserà tutti gli aspetti critici dei bilanci bancari, dalla qualità dei crediti, alla valutazione dei titoli tossici e della leva, al peso dei titoli pubblici in portafoglio, fino ai criteri di ponderazione dei rischi. Sembra che tra le righe abbia voluto affermare, almeno si spera, che la valutazione sarà omogenea e in grado di appianare le differenti valutazioni utilizzate finora dalle attuali vigilanze nazionali.
Ha poi fatto scalpore la richiesta di Draghi di regolare con urgenza la modalità e l’entità degli interventi pubblici in caso di necessità di salvataggi o ricapitalizzazioni che possano eventualmente emergere il prossimo anno, al termine della revisione della BCE.
Alla mossa BCE i mercati hanno reagito in modo scomposto ed altrettanto hanno fatto i politici europei. I mercati si sono preoccupati di andare a discriminare quali banche sarebbero state penalizzate maggiormente dall’esame BCE. La risposta è stata abbastanza chiara. Secondo il mercato, che in 3 giorni ha fatto scendere un po’ tutte le banche europee, ma soprattutto quelle italiane e spagnole, sembra proprio che sia in questi due paesi “meridionali” la maggior presenza di scheletri negli armadi.
Secondo un’indagine del Sole24ore, che ha analizzato sommariamente i bilanci bancari, sembra infatti che la qualità dei crediti deteriorati sia assai maggiore in Spagna ed Italia (dove la crisi morde senza pietà) rispetto che altrove, anche se in Italia si usano criteri più severi nel catalogare un credito come deteriorato.
Circa il possesso di titoli tossici e l’uso di derivati speculativi invece sono le banche nordiche (tedesche, francesi, olandesi) ad eccedere non poco, mentre quelle meridionali sono state più prudenti.
Infine il peso in portafoglio dei titoli di stato del proprio paese penalizza nuovamente Spagna ed Italia assai più che le banche dell’Europa continentale. E’ molto presto per capire come la BCE andrà a tradurre queste situazioni in coefficienti di rettifica, anche perché i criteri che saranno utilizzati non sono stati resi noti. E’ ovvio che una maggiore o minore benevolenza sui singoli aspetti che compongono il puzzle del rischio ponderato potrebbe stravolgere la classifica della virtù bancaria europea. Anche questa volta, benchè si voglia dare l’impressione di valutazioni tecniche ed asettiche, saranno in gran parte le scelte “politiche” dei banchieri centrali europei a fare la classifica.
Ora il mercato fa quel che è il suo mestiere: scommette sulle probabilità che hanno i vari istituti di finire tra i sommersi oppure tra i salvati. Per ora la diffidenza, o il timore di sorprese, cade sugli istituti mediterranei, che hanno subito vendite precauzionali in grado di trascinare al ribasso i rispettivi listini di appartenenza.
Hanno contribuito a ciò anche le reazioni dei politici europei, come sempre attenti più agli interessi del proprio campanile che a quelli dell’Europa. Le prese di posizione tedesche sono state nei giorni scorsi tutt’altro che accomodanti con le esigenze dei paesi mediterranei. Da un lato infatti la Bundesbank, che ha comunque la quota di maggioranza relativa della BCE, non fa mistero di propendere per l’utilizzo di criteri penalizzanti sul possesso dei titoli di stato nazionali, ma assai meno severi sui titoli tossici e i derivati speculativi. Come non vedere l’intenzione di proteggere l’orticello delle loro banche a scapito di quelle spagnole ed italiane?
Inoltre la Merkel si è espressa chiaramente contro l’ipotesi preferita da Draghi di utilizzare il fondo salva-stati per ricapitalizzare o salvare le banche in difficoltà. Questa sembrava lo scorso anno l’ipotesi tacitamente accolta quando furono prestati i 40 miliardi del fondo ESM alle banche spagnole. Ora invece la signora d’acciaio propone di utilizzare i fondi pubblici come extrema ratio e solo dopo aver penalizzato gli obbligazionisti ed addirittura i correntisti delle banche in difficoltà. E’ l’estensione del “modello Cipro” su scala europea, proprio quel che si era detto sarebbe stato un caso unico e non ripetibile. E’ chiaro che una simile soluzione spingerebbe a considerare le banche in difficoltà come degli appestati, demolendo la residua fiducia nei sistemi bancari italiani e spagnoli. Appunto quel che sta già succedendo.

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