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Torna la Merkel e ferma il Rialzo
24/10/2013 08:28

Anche il bevitore più incallito, quando ha bevuto già molto, prima di proseguire deve almeno prendersi una pausa. E’ quel che è successo ieri ai mercati azionari, dove sono scattate significative e generalizzate prese di beneficio, specialmente sugli indici di Italia e Spagna, che più avevano stupito negli ultimi due mesi. E’ normalissimo e forse anche salutare, anche se istintivamente nessuno è portato a gioire di un ribasso, specie se ridimensiona i suoi guadagni.
Non ci si deve stupire nemmeno se, dove si è saliti di più, come ad esempio sul nostro listino e sui titoli bancari che lo abitano, le prese di beneficio sono state molto evidenti. E’ una legge di compensazione, che rende la reazione di ritorno proporzionale all’entità dell’impulso che ha allontanato i mercati dal precedente equilibrio.
Chiaramente per vendere proprio ieri e in modo così evidente ci vuole un pretesto, la classica miccia.
I mercati l’hanno trovata nella vecchia Europa, che per tutta l’estate è sembrata immobile ad attendere l’esito elettorale tedesco.
Ora che la Merkel ha definito l’accordo per la Grande Coalizione ed è tornata a fare la solita Merkel, sono ripartite in sede Europea quelle belle discussioni che in passato erano in grado di scatenare l’adrenalina dei mercati e mettere l’euro ed i paesi più deboli dell’Eurozona sulla graticola.
L’argomento del contendere è un tema che in primavera era stato oggetto delle classiche “non decisioni” europee. L’Unione Bancaria, che tutti affermano essere necessaria, che un vertice primaverile ha deciso di fare, ma che per la definizione dei dettagli più importanti è stata rinviata al futuro, nel classico stile europeo.
Ora si comincia a discutere animatamente proprio di questi dettagli. La BCE ha comunicato che partirà a novembre il periodo di osservazione sulle banche europee prima di assumerne ufficialmente la vigilanza. Verranno ispezionate e monitorate per un anno le principali banche europee al fine di valutare il livello di rischio e la qualità degli attivi, facendo severi stress test per sondare la capacità di resistere a shock finanziari improvvisi. Draghi ha mosso le acque inviando una lettera alla UE dove, dopo aver affermato che non si faranno sconti per nessuno e chi deve essere bocciato lo sarà, ha preteso che il consiglio UE, che si riunisce oggi e domani, risolva il problema di che cosa si dovrà fare per gli istituti che non supereranno l’esame.
Qui è scoppiata la bagarre, poiché la Merkel ha fatto circolare la volontà di porre tre condizioni: lasciare fuori le banche medie e piccole dal meccanismo di controllo (i tedeschi ne hanno molte, oscure e politicizzate, che non passerebbero i test), limitando gli esami solo alle 130 banche principali; che in caso di necessità di ricapitalizzazioni, contribuiscano azionisti, obbligazionisti e correntisti prima degli stati (è il modello Cipro); che comunque l’impiego di denaro pubblico venga espressamente autorizzato dal Parlamento.
Si tratta di una serie di diktat in grado di erodere in modo significativo la fiducia nel settore bancario, specialmente laddove le banche si pensa abbiano più problemi a superare i test.
Per questo, nonostante che Visco e Saccomanni abbiano manifestato la fiducia ufficiale delle istituzioni nel sistema bancario italiano, secondo loro già sufficientemente patrimonializzato, persino oltre i livelli che saranno richiesti dalla BCE, in Borsa si è cominciato a vendere a piene mani i titoli che fanno parte della lista delle 15 banche italiane comprese nella lista provvisoria dei candidati agli esami BCE.
Anche questo comportamento la dice lunga sulla fiducia che in Italia si ha nelle istituzioni.
D’altra parte, quando si assiste, proprio ieri, ad un Capo dello Stato che lancia decise quanto generiche accuse di destabilizzazioni verso la stampa “che crede alle panzane” e si toglie i sassolini dalla scarpa come faceva Cossiga quando era uscito di senno, e ad un Presidente del Consiglio che afferma a più riprese “siamo fuori dalla crisi” proprio nel giorno in cui il nostro rapporto Debito/PIL è stato ufficialmente certificato a 133,3%, diventa un’impresa titanica dar torto a chi vende e magari porta i guadagni all’estero.

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