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Bye bye Tapering
23/10/2013 08:41

La giornata di ieri si è trascinata stancamente fino alle 14,30, con gli indici europei piatti o negativi. Del resto avevo avvisato, proprio nel commento di ieri mattina, dei segni di esaurimento della spinta rialzista e dell’emergere di situazioni di eccesso che potevano provocare prese di beneficio e qualche visibile correzione alla marcia rialzista dei mercati. Ma alle 14,30 è arrivato il dato sulla creazione di posti di lavoro non agricoli in settembre, divulgato dal Bureau of Labor Statistics americano, in ritardo di 18 giorni a causa dello shutdown che ha colpito questo mese le attività del governo USA.
Il dato, 148.000 nuovi posti creati, col tasso di disoccupazione sceso al 7,2%, è risultato abbastanza moscio ed inferiore alle attese degli analisti per circa 50.000 buste paga.
E pensare che si riferisce a settembre e non incorpora gli effetti dello shutdown, che impatteranno sul prossimo report, che sarà divulgato l’8 novembre prossimo.
Come ha subito registrato il cambio Euro/$, schizzato quasi a 1,38, il dato evidenzia alcune questioni:
1) la crescita USA è tutt’altro che robusta e soprattutto si diffonde troppo lentamente sul mercato del lavoro, che crea da 3 mesi sempre meno occupati;
2) la massiccia iniezione di liquidità detta Quantitative Easing 3, che pompa 85 miliardi di dollari al mese da oltre un anno, sta dando i medesimi frutti di un fico secco;
3) se questi sono i risultati del massiccio intervento pubblico che da anni in USA si continua a perpetuare, facendo esplodere il rapporto debito/PIL a livelli quasi “italiani”, che cosa succederà quando si dovranno affondare tagli significativi e durevoli nella spesa pubblica americana per evitare di ripetere a gennaio il melodramma politico a cui abbiamo assistito questo mese sul tetto del debito?
Sono questioni che dovrebbero preoccupare, e non poco, gli investitori che abbiano un orizzonte superiore al loro naso, per le possibili ricadute recessive che da un momento all’altro potrebbero riemergere.
Invece che cosa è successo agli affaticati indici azionari, stanchi per la folle corsa che li ha visti salire pressoché ogni giorno a partire dal 9 ottobre?
Hanno raccolto le residue forze e spiccato un ulteriore balzo verso nuovi record, come se le cattive notizie fossero le migliori di questo mondo. Ed in effetti il brutto dato americano è musica per le orecchie degli speculatori, poiché allontana ulteriormente l’inizio del “tapering”, l’unico evento in grado ora di destabilizzare i mercati.
Abbiamo assistito alla più lampante dimostrazione della perdita di senso della realtà da parte dei mercati, ormai completamente dipendenti dal metadone propinato dalle banche centrali con le loro continue iniezioni di denaro fresco quasi gratuito al sistema bancario e finanziario.
Ogni brutta notizia spinge al rialzo, poiché allontana la manovra di rientro verso la normalità monetaria e spinge all’infinito il protrarsi delle politiche accomodanti di chi, come la FED e le principali banche centrali di tutto il mondo, i soldi li può letteralmente creare con le forbici.
Fino a quando si continuerà a pensare che basti stampare cartaccia per risolvere i problemi, come sembrano credere le banche centrali, assecondando l’avidità dei mercati, le borse continueranno a festeggiare ad ogni segnale di debolezza economica. Saranno un perfetto misuratore di illusioni, anziché il termometro della salute di un sistema economico.
Faranno momentanee correzioni, magari proprio oggi, o nei prossimi giorni, ma ormai sanno che le banche centrali sono il loro pusher di fiducia, e lo saranno ancor più quando la signora Yellen prenderà il posto di Bernanke, perché non lasceranno mancare, per parecchi mesi ancora,  il loro soccorso monetario gratuito alla speculazione a leva, che fondi hedge e banche d’affari stanno spingendo come e forse più che nel 2007.
Poi verrà il crollo, ma sarà ben oltre il naso degli investitori. Perciò, ancora una volta, nessuno si preoccupa, perché “di doman non c’è certezza”. E allora… “chi vuol esser lieto sia”.

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