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L'Usuraio e' garantito
17/10/2013 09:05

Tutto è bene quel che finisce bene. E’ la frase che solitamente si pronuncia quando si scampa un pericolo.
E’ quel che le borse ieri, all’annuncio del trovato accordo, hanno manifestato con un mini-rally di entusiasmo, che ha portato quelle europee a ritoccare i precedenti massimi e Wall Street a recuperare quasi tutto il terreno perduto nelle due settimane di shutdown.
Il manipolo di irriducibili del Tea Party, che tanto piccolo non è, dato che rappresenta un terzo della Camera USA, è stato alla fine sconfitto e non è riuscito a trascinare l’America al clamoroso fallimento, ma ha portato l’incertezza fino a due ore dallo scoccare della mezzanotte, quando la principessa America sarebbe diventata di colpo la Cenerentola della finanza.
La festa dei mercati è così partita nel pomeriggio ed è proseguita in USA fino a fine seduta. Tuttavia penso che ai mercati, nella foga dei festeggiamenti, potrebbe essere sfuggita la reale portata dell’accordo. Si tratta infatti di un mero rinvio del problema di poche settimane. L’attività del governo è ripresa perché il bilancio è autorizzato, ma solo fino al 15 gennaio prossimo, mentre il tetto del debito è stato alzato, ma solo fino al 7 febbraio. Nel frattempo le parti dovranno negoziare, da posizioni lontanissime, un nuovo bilancio ed il taglio certo e duraturo di spesa pubblica per rendere il nuovo tetto del debito capiente per un lungo periodo.
Il rischio di rivedere tra meno di tre mesi la medesima “farsa” (così l’ha chiamata il mitico Warren Buffett) è elevatissimo.
Anche in Italia abbiamo in questi giorni assistito all’epilogo di un’analoga farsa. La nostra è intitolata “legge di stabilità”, che dovrebbe essere stata partorita la sera di martedì 15 dal nostro governo Bazel-Letta.
Uso il condizionale perché abbondano i comunicati stampa e le sintesi generiche dei provvedimenti, ma la reale scrittura del testo non è ancora nota e forse può darsi che non sia nemmeno ancora terminata. L’annuncio è stato pomposo. Letta ha vantato la prima finanziaria, dopo diversi anni, non imposta dall’Europa e la prima manovra che restituisce soldi agli italiani anziché toglierli.
Poi man mano che i dettagli affiorano col contagocce si ha sempre più l’impressione che quel che sta uscendo da Palazzo Chigi sia la plastica rappresentazione della Dea Stabilità, intesa nel significato letterale del termine (lo stato di chi non si muove). Infatti si devono cercare col lanternino i provvedimenti in grado di favorire un po’ di sviluppo, mentre l’elargizione si limita a mezzo caffè al giorno di detrazione fiscale per i lavoratori e qualche sgravio per piccole e medie imprese, compensata dalla riduzione di altre detrazioni, da una selva intricata di aumenti di vecchie imposte e dall’invenzione di nuove tasse dai nomi strani, le cui aliquote saranno stabilite dai comuni. Ancora una volta il governo può dire, come faceva Tremonti, di non aver aumentato le tasse perché, tagliando i trasferimenti ai comuni, fa in modo che siano loro a doverle aumentare. Così al cittadino rimangono meno soldi e tanta propaganda.
Così come l’accordo-rinvio americano è piaciuto ai mercati, anche la “manovra stabile” del nostro governo sembra piacere all’Europa ed ai mercati, che infatti stanno riducendo lo spread fin quasi a 230 punti ed hanno portato la borsa anche ieri ad essere in cima alla classifica dei risultati giornalieri.
Perché l’immobilità piace così tanto ai mercati? Perché se continua a far soffrire imprese e cittadini, che vedono allontanarsi per l’ennesima volta “la luce in fondo al tunnel” della crisi, garantisce invece i debitori. La constatazione che in USA si evita il default e, nel nostro piccolo, che Saccomanni sacrifica ogni idea di crescita sull’altare del puntiglioso rispetto degli “impegni europei”, che significano austerità, allontana ipotesi di fallimenti a breve anche per l’Italia e consente di mungere ancora un po’ la vacca italica. L’austerità del debitore, specialmente se questi l’accetta senza fiatare, garantisce da sempre l’usuraio.

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