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Tutti Ottimisti, tranne l'Economia
16/05/2013 08:41

Come volevasi dimostrare nel commento di ieri, la giornata borsistica ha confermato esattamente che più l’economia va male, meglio è per i mercati azionari.
Infatti ieri sono stati comunicati parecchi dati macroeconomici in Europa ed in USA e sono stati quasi tutti piuttosto negativi ed inferiori alle attese. In un contesto razionale le borse azionarie, che oltretutto scontano da settimane il paradiso in terra, avrebbero dovuto retrocedere, e magari anche in modo significativo. Invece, manco per idea. La giornata si è dipanata nel solito modo, con un po’ di incertezza mattutina ed un pomeriggio di muscolare euforia, in base al solito ragionamento che se le cose vanno male, prima o poi ricominceranno ad andare bene. E comunque l’incertezza economica garantisce la continuazione della fornitura di droga monetaria da parte dei pusher delle banche centrali ai grandi operatori, sempre più QE-dipendenti.
E’ ovvio che non può durare all’infinito. Stamane si affaccia sulla borsa giapponese qualche presa di beneficio, nonostante il dato sul PIL migliore delle attese. I realizzi giapponesi potrebbero spingere anche le borse occidentali ad una chiusura di settimana in lieve ritirata. Ma la sostanza non cambia: è la liquidità che guida i mercati, non l’andamento dell’economia.
Oggi vorrei riflettere però su un altro aspetto. La malattia dell’Eurozona e dei suoi anelli più deboli si sta nuovamente esacerbando.
Ieri sono state comunicate da Eurostat le stime preliminari sul PIL 1° trimestre 2013 per tutti i paesi dell’eurozona e per l’area nel suo complesso. Tutti le stime sono state inferiori alle previsioni. L’Italia si conferma fanalino di coda con un calo trimestrale del -0,5% (contro l’atteso -0,4%) e colleziona il settimo calo trimestrale consecutivo del PIL, cosa mai vista, nemmeno nel terribile biennio 2008-2009, quando i cali consecutivi trimestrali furono 5. La Francia entra ufficialmente in recessione tecnica, subendo il secondo calo trimestrale consecutivo (-0,2% contro l’atteso -0,1%), mentre persino la Germania, da tutti magnificata come l’unica eccezione virtuosa di Eurolandia, segna un dato positivo, ma assai inferiore alle attese (+0,1% contro l’atteso +0,3%). Grazie al flebile segno + i tedeschi evitano l’onta della recessione tecnica (ricordo che si definisce convenzionalmente in recessione il paese che colleziona almeno 2 cali trimestrali consecutivi del PIL). Però i tedeschi hanno ben poco da esultare, poiché, se guardiamo la variazione semestrale (sommando il risultato degli ultimi due trimestri), scopriamo che stanno peggio dei francesi che sono tecnicamente in recessione. Infatti questi ultimi hanno fatto due volte -0,2%, con una variazione semestrale perciò di -0,4%, mentre i tedeschi hanno fatto -0,7% nel 4° trim. 2012 e +0,1% ora, con una variazione semestrale di -0,6%.
Ovviamente noi battiamo tutti, aggiungendo il -0,5% di ieri al -0,9% dell’ultimo trimestre 2012.
L’accentuarsi della crisi europea scatenerà ulteriormente il dibattito tra i fautori del “basta rigore”, che abitano nel sud dell’Europa, e i paladini dei “conti a posto”, che abitano in Germania.
Personalmente ho molti dubbi che allinearsi alla nuova moda del danaro facile e dell’espansione del debito impostasi in USA e Giappone possa dare frutti sostenibili. Come dimostrano i fatti la monetizzazione del debito crea soltanto un paradiso finanziario momentaneo e non riesce a sollevare dal purgatorio (inferno per i PIGS) l’economia reale.
E’ vero però che un po’ di flessibilità in più farebbe bene alla vecchia Europa, anche se soprattutto servirebbe fare passi avanti verso l’Unione politica e la sburocratizzazione delle istituzioni europee.
C’è un’altra riflessione che si impone sull’utilità delle previsioni economiche. Chi volesse valutare la capacità degli istituti di ricerca ed analisi di prevedere l’evoluzione futura delle variabili economiche rimarrebbe francamente interdetto di fronte al costante e marcato scollamento tra le previsioni (il consensus degli analisti economici) ed i dati ufficialmente comunicati. Non solo. Le differenze rivelano un’enorme preponderanza di ottimismo previsionale da parte degli analisti, puntualmente smentito dalla realtà.
Se prendiamo le ultime 20 comunicazioni ufficiali sulla crescita trimestrale del PIL italiano (il periodo che va da metà 2008, inizio della grande crisi, ad oggi) possiamo verificare che in 2 soli casi su 20 gli analisti hanno azzeccato la previsione (un indice di efficacia del 10%: complimenti!), mentre, quando hanno sbagliato, solo 4 volte su 18 (22% dei casi) hanno peccato di eccessivo pessimismo. Al contrario sono stati troppo ottimisti ben 14 volte su 18 (78% dei casi).
I numeri sono impietosi. E noi dovremmo fidarci di loro? Mi mancano i dati, ma ho la sensazione che le cartomanti abbiano un’efficacia maggiore.

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