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Obbligati a Sognare (di Pierluigi Gerbino)
22/09/2011

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L’estate appena conclusa ha visto le discussioni sullo “spread” scalare tutte le posizioni nella hit parade dei discorsi da spiaggia, superando persino il tema “Silvio e le sue escort”, che è però tornato prepotentemente alla ribalta in questi ultimi giorni. Il dramma che i mercati finanziari ci hanno fatto vivere si è limitato al solo decollo dello spread del rendimento dei nostri BTP rispetto a quelli del tedesco Bund, che è viaggia da settimane al di sopra dei 350 punti base. La crisi di fiducia ha coinvolto il sistema bancario italiano, con le quotazioni delle banche italiane crollate almeno ai minimi del 2009, molte di esse anche ben al di sotto, nonostante i puntelli delle autorità di vigilanza, che con eccesso di zelo protezionistico hanno vietato ogni operazione ribassista sul settore bancario. L’avvitamento ha trascinato l’indice di Borsa, poiché la nostra piccola Piazzaffari pullula di banche, ed il FTSE-MIB in questo mese di settembre è arrivato a toccare la poco invidiabile performance rispetto ad inizio anno di -34%.
Già questo basterebbe a deprimere il morale dei piccoli risparmiatori e dei possessori di Fondi di investimento, ma per completare l’opera, l’insieme di questi fatti e di altri che tralascio per motivi di spazio, ha costretto il governo, che già in luglio ci aveva presentato l’antipasto con quella che doveva essere una manovra per “fare la manutenzione al bilancio”, di affibbiarci la ben più significativa e tragica stangata estiva dalle mille versioni, per “raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013”. Il costo complessivo per il contribuente italiano è di ulteriori 59 miliardi, circa mille euro a persona, tra tagli alle spese (pochi) ed aumenti di tasse (circa l’80% della manovra). Il salasso è stato imposto dalla BCE in cambio dell’acquisto di nostri titoli sul mercato per calmierare un po’ i rendimenti. E’ ipotizzabile che se non avessimo accettato il diktat ora staremmo a raccontare dell’Italia che ha raggiunto lo spread del Portogallo, invece di limitarci a segnalare che ha superato quello della Spagna, tanto presa in giro fino alla primavera da quelle aquile che sono i nostri ministri.
Credo sia opportuno fare qualche rapida valutazione degli eventi e disegnare un possibile percorso futuro, dato che è sempre più frequente la domanda se falliremo come la Grecia oppure no.
 
IL RE NUDO
Diciamo innanzitutto che quel che è capitato in estate ha fatto piazza pulita di molti luoghi comuni che ci sono stati propinati per anni non solo dai troppi Minzolini esistenti, ma anche dalla stampa “non allineata”.
La crisi non era “finita” e non ne eravamo usciti “meglio di altri”. I conti non erano “in ordine” o “in sicurezza” come ha sempre dichiarato stizzito il ministro Tremonti con quel suo antipatico tono da “primo della classe che disprezza i compagni”.
Impietosamente i mercati hanno reso evidente che con un rapporto debito/PIL a quota 120% i conti non sono affatto a posto, così come non è affatto segno di grande virtù, dal 2007 al 2011, l’essere passati dal 108% al 120% quando la Germania è passata dal 60% all’87% e gli USA dal 68% al 100%. In questo caso il male comune bon è affatto un mezzo gaudio, poiché a loro aggrava una situazione che prima era sostenibile, mentre per noi fa diventare insostenibile una situazione che ra già ai limiti. Germania ed USA sono due colossi che raccolgono di fatto, a torto o a ragione, la fiducia degli investitori mondiali e proprio il fatto che anche loro, per stimolare (inutilmente o quasi) l’economia e per salvare le banche dal fallimento (anche qui inutilmente o quasi, perché ora siamo di nuovo a discutere di banche che potrebbero fallire e di nuove misure di salvataggio) abbiano enormemente aumentato le loro emissioni di titoli pubblici, ha spinto molti investitori a ridurre le posizioni sui titoli dei paesi che non hanno la credibilità di questi colossi, provocando sul mercato una impietosa “selezione naturale” degli emittenti ed il decollo dei tassi a carico di quelli ritenuti “più rischiosi”.
Tutto ciò non è capitato, come ci sta raccontando il nostro governo, come un fulmine a ciel sereno, né per colpa della perfida speculazione, che non viene definita comunista solo perché abita a Londra e New York. Era invece ipotizzabile fin dal 2009, una volta verificato l’andazzo di scaricare l’allegro buco nero dei titoli tossici bancari sui bilanci pubblici. Io stesso, nel mio piccolo, lo avevo chiaramente anticipato fin dal settembre 2009 (http://borsaprof.it/commenti_analisi.asp?id=518 ).
La speculazione certamente c’è, e contribuisce a far precipitare le situazioni traballanti. Ma la speculazione utilizza tipicamente modalità predatorie, calcolando il rischio, come le iene nella giungla. Pertanto si accanisce sulle prede deboli o ferite, e non rincorre certo quelle che possono sottrarsi facilmente o possono infliggere danni. Se la speculazione ha scelto di attaccare l’Italia e non altri paesi, è perché noi siamo diventati una preda più facile delle altre e prestiamo il fianco ai suoi attacchi. Tutto ciò è successo a causa di errori di politica economica, commessi dal governo. L’indecisione che per anni ha cullato gli italiani nell’illusione di stare nella crisi meglio degli altri ha generato la stagnazione della nostra crescita, che ora ci viene imputata come il principale ostacolo alla nostra capacità di onorare il debito. Il continuo aumento della spesa pubblica anche in momenti di bassi tassi di interesse ha gettato al vento la possibilità di incidere sulle cause strutturali del nostro disavanzo.
Ma ciò che ha fatto traboccare definitivamente il vaso è la devastazione morale che le inchieste giudiziarie stanno rendendo pubblica. La corte di escort, sfruttatori, faccendieri, ricattatori e persino cocainomani che ha circondato il nostro premier, un cupio dissolvi della moralità pubblica che stupisce il mondo intero, ha assestato alla credibilità del nostro paese il colpo definitivo, facendo capire al mondo intero non solo il peso che “la casta” dei politici, con i loro innumerevoli privilegi, ha sul bilancio pubblico, ma anche la vera essenza del sistema di potere berlusconiano, cioè la sistematica trasformazione dell’interesse e dei vizi privati in interesse pubblico, a spese della collettività. L’immagine dell’Italia è diventata quella di un paese spolpato da squali e caimani, incapace di liberarsi dalla loro morsa, che continua a subire ed a pagare le inefficienze e le distrazioni del suo “premier a tempo perso”.
 
MANOVRA INSUFFICIENTE, DANNOSA E INIQUA
Quella che è stata definita dai giornali come “la risposta del governo alla speculazione”, la manovra di ferragosto, che dovrebbe riportare il bilancio in pareggio a fine 2013 è una toppa peggiore del buco. Infatti non è servita ad rallentare la fuga dall’Italia degli investitori stranieri, che stanno continuando a vendere ogni giorno alla BCE i nostri titoli di stato e mantengono il famigerato spread ai livelli che aveva raggiunto prima della manovra.
E’ una falsa soluzione, poiché gran parte delle risorse indicate per raggiungere il pareggio di bilancio sono indeterminate ed ipotetiche. Quasi metà del gettito arriverà dalla lotta all’evasione fiscale, il cui gettito non si può determinare a priori, e dalla fantomatica “riforma del fisco” calendarizzata per il prossimo anno, talmente incerta che è stato previsto che potrebbe anche non arrivare. In tal caso verrà usata l’accetta indiscriminatamente eliminando il 20% delle agevolazioni fiscali, dalle detrazioni per carichi familiari alle altre agevolazioni socio-assistenziali.
Inoltre tutti i calcoli dei saldi da raggiungere è stata fatta basandosi sulle previsioni di crescita del PIL effettuate dal Governo nel DEF (Documento di Economia e Finanza) presentato in aprile, che ipotizza una crescita del +1.1% per il 2011, +1.3% per il 2012, +1.5% per il 2013. Queste stime, che io ritenevo già allora un po’ troppo ottimistiche, sono state completamente travolte dal mutamento di scenario economico che ci ha portato l’estate. Ora tutti gli istituti di ricerca hanno già ampiamente tagliato le stime di circa metà e prevedono mediamente una crescita intorno a +0,6% per il 2011 e +0,2% per il 2012. Anche il Governo ha abbassato ieri le previsioni di crescita, aggiungendo però che i saldi della manovra non devono essere modificati. Allora significa che prima erano eccessivi? Oppure è l’ennesima dimostrazione di dilettantismo che, oltre ai ministri, imperversa anche tra i tecnici?
Se oltre agli errori di stima del Governo proviamo a considerare anche gli effetti pesantemente recessivi provocati dalle due manovre di luglio ed agosto, e che impatteranno soprattutto a partire dal prossimo anno, aggiungendosi al naturale rallentamento che il ciclo sta subendo in tutti i paesi occidentali, ritengo realistico ipotizzare una recessione abbastanza significativa per il 2012 e forse anche per il 2013, con evidente riduzione del già sovrastimato gettito fiscale e necessità di misure di ammortizzazione sociale che vanificheranno parte dei tagli. Aggiungiamo infine l’inasprimento dei tassi di interesse che l’aumento dello spread ha sancito, che comporterà maggiori interessi da pagare rispetto a quelli passati. Il risultato certo è l’impossibilità di raggiungere il pareggio di bilancio se non si provvederà ad altre manovre per un importo medio che possiamo stimare in una ventina di miliardi l’anno aggiuntivi a partire dal prossimo.
La manovra, oltre che insufficiente, è anche dannosa, poiché è composta per l’80% da aumenti di balzelli e solo per il 20% circa da tagli. E’ vero che lo Stato ha messo poco le mani in tasca agli italiani. Però ha costretto gli enti locali a metterle, tranciando i loro finanziamenti. Saranno i comuni e le regioni a tassare e a ridurre i servizi di prima necessità (sanità, trasporto locale, assistenza sociale). La spinta verso la recessione è inevitabile, proprio quando tutti individuano la nostra incapacità di crescere come uno dei motivi principali della fuga degli investitori esteri.
Infine la manovra è profondamente iniqua poiché non incide per nulla sui privilegiati, di cui la casta dei politici è solo un esempio, ma preferisce prendere i soldi dai soliti che le tasse le hanno sempre pagate oppure con la “lotta all’evasione”, secondo uno slogan tanto usato quanto vuoto e aleatorio. Il penoso balletto dei tagli ai costi della politica e degli stipendi dei parlamentari, prima sbandierati, poi negati, poi rinviati, si è concluso nel peggiore dei modi, cioè con la presa in giro della riforma costituzionale che attendiamo alle calende greche.
In questa situazione non credo che ci sia molto da sorprendersi per il declassamento del nostro rating, che Standard & Poor’s ha già attuato e che le altre agenzie stanno per sancire. Stiamo replicando il cammino verso il baratro che la Grecia ha già ampiamente percorso.
 
LA SALVEZZA E’ D’OBBLIGO
Tuttavia, nonostante l’impegno ad accelerare il disastro che i nostri governanti stanno dimostrando, e sebbene l’ingresso nel circolo vizioso della sfiducia dei mercati lo renda possibile, credo che nella realtà sia assai improbabile fare la fine della Grecia, per alcuni motivi. Innanzitutto siamo troppo grossi per fallire. Il nostro debito pubblico è di oltre 1.900 miliardi di euro, per dimensione è il quarto al mondo, dopo USA, Giappone e Germania (quest’ultimo è solo lievemente superiore al nostro). Circa la metà è collocato all’estero, soprattutto presso banche e fondi di investimento. Il nostro default trascinerebbe nel baratro parecchie banche internazionali e forse l’intero sistema finanziario mondiale. Se il mondo in queste settimane è spaventato dal possibile default della Grecia, che ha un debito pari a circa un decimo del nostro, figuriamoci che cosa succederebbe se fallissimo noi. Le nostre dimensioni ci rendono però anche un paziente difficile da salvare. Anche un eventuale salvataggio mediante aiuti europei sarebbe improponibile. Per avere un Fondo di Stabilità in grado di garantire anche il nostro debito occorrerebbe portare gli stanziamenti oltre i 2.000 miliardi di euro, e questo è impensabile. La versione potenziata del fondo ESFS arriva a malapena a 750 miliardi. Non è pensabile che gli altri paesi, che già stentano a finanziare questa versione del Fondo, si impegnino addirittura a triplicarla.
Siamo perciò nella situazione in cui non possiamo fallire e contemporaneamente non possiamo essere salvati. Ciò significa che dobbiamo cavarcela in gran parte da soli. Non solo. Significa anche che subiremo pressioni internazionali fortissime, in modo ufficiale ed anche in altri modi meno “pubblicizzabili”, affinchè facciamo quel che serve per ristabilire la fiducia dei mercati in noi. Il diktat della BCE, che ha dettato i saldi della manovra di Ferragosto a Tremonti, riuscendo persino a convincere l’inguaribile ed incosciente ottimismo di Berlusconi, ne è solo un primo timido assaggio.  
Sarà certamente una via crucis per il nostro paese, ma la dovremo percorrere. L’entità del dolore che dovremo sopportare dipenderà molto dal coraggio con cui l’affronteremo.
Quel che è certo è che, se aspettiamo a buttar giù le medicine delle varie manovre correttive imposte dalla BCE quando l’emergenza dei mercati ci impedisce di ignorarle, la strada è segnata ed è quella della Grecia e della spirale deficit-manovra-recessione-deficit. La Grecia due anni fa, quando venne alla luce la sua crisi, aveva un rapporto Debito-Pil di poco superiore al 100%. Dopo due anni di lacrime, sangue e recessione selvaggia, siamo arrivati al 150% circa. Tipico caso di inutile accanimento terapeutico con medicine sbagliate.
Io penso che si debba percorrere un sentiero diverso, forse altrettanto doloroso, ma con maggiori probabilità di vedere gli sforzi ricompensati dal recupero di credibilità finanziaria e politica. La ricetta secondo me dovrebbe comprendere medicine politiche, finanziarie ed economiche.
 
LA MEDICINA POLITICA
Questa è la medicina più semplice e di più sicuro effetto, anche se ovviamente da sola non basterebbe. Si tratta di togliere Berlusconi dalla scena politica al più presto. Si badi bene. Non sto dando un giudizio politico, ma sto facendo un’analisi economica. E’ chiarissimo che quello che è stato il condottiero dell’Italia per un ventennio ha perso da tempo ogni minima credibilità nel consesso politico e da parte dei mercati. Anzi, ha ormai assunto le fattezze di un Re Mida alla rovescia, che trasforma in sterco tutto quel che tocca. Non ripeto le innumerevoli ragioni. Lo hanno ormai capito tutti, tranne i suoi servi, le sue escort, e i suoi molti amici delinquenti.
Credo che la completa uscita di scena di Berlusconi comporterebbe l’istantaneo abbassamento di almeno un centinaio di punti base dello spread col Bund, oltre ad un rally di borsa memorabile.
Però non credo che la soluzione migliore sarebbero le elezioni anticipate. Per attuare il piano che ho in mente è necessario un governo tecnico appoggiato da gran parte delle forze politiche. Nel nostro passato gli sforzi più significativi che abbiamo fatto dopo momenti drammatici furono chiesti da governi tecnici (i governi Ciampi e Dini degli anni ’90). Accanto al piano di risanamento che indicherò occorrerà che il nuovo governo metta mano al Porcellum, per ridare la possibilità ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti e tagli pesantemente e per davvero i costi della politica (riduzione dei parlamentari e di tutte le assemblee elettive locali; eliminazione delle provincie; dimezzamento della paga dei parlamentari e delle cariche istituzionali, cancellando quasi tutte le numerose indennità che ingrossano il compenso complessivo; infine eliminazione dell’ingiurioso vitalizio di fine mandato). Sono tutte riforme, intendiamoci, che non incidono molto sulle dimensioni della spesa pubblica, ma che sono largamente dovute se si vuole ripristinare un minimo di credibilità alla nostra classe politica e placare la giusta rabbia popolare.  
 
LA MEDICINA FINANZIARIA
La dimensione raggiunta dal nostro debito ed il peso che ogni piccola variazione dei tassi ha sulla spesa pubblica complessiva rendono estremamente urgente aggredire lo stock del debito facendolo scendere in tempi rapidi di un ammontare intorno ai 500 miliardi. E’ una cifra imponente, ma tale da riportare il rapporto debito-pil poco sopra il 90%, facendogli fare un salto all’indietro di 25 anni e allineandolo alla media europea.
Per trovare tanti soldi è necessaria una manovra straordinaria patrimoniale una tantum, composta di due provvedimenti: la vendita di tutti gli immobili pubblici inutilizzati o male utilizzati e di tutte le partecipazioni pubbliche in attività economiche. Parecchie stime ipotizzano che un progetto ben combinato ad ampio raggio potrebbe fruttare dai 300 ai 400 miliardi. Assumiamo la cifra minore. La parte restante (200 miliardi) andrebbe recuperata con una imposta straordinaria sui patrimoni immobiliari e finanziari al di sopra di una certa soglia, che indicativamente potremmo ipotizzare in 500-800.000 euro e dovrebbe incidere intorno al 5% del patrimonio. Siccome la ricchezza nazionale è stimata in circa 9.000 miliardi di euro e si può ipotizzare che almeno metà di essa sia concentrata in patrimoni superiori alla soglia di esenzione, ecco i 200 miliardi che servono.
Il secondo step dovrebbe essere quello di trasformare il nostro sistema fiscale in modo profondo per renderlo più equo e per combattere la cospicua evasione fiscale, magari facendo in modo da incentivare la crescita ed il lavoro anziché la rendita parassitaria. Una delle caratteristiche peculiari della nostra ricchezza è infatti quella di essere largamente improduttiva, perché investita assai poco in attività imprenditoriali e produttive ed assai più in beni immobili, attività finanziarie a basso rischio o addirittura parcheggiata in liquidità.
Uno dei motivi per cui ciò avviene, oltre alla bassa propensione al rischio degli italiani, è anche il diverso trattamento fiscale. Un euro di reddito guadagnato col lavoro dipendente o autonomo o con attività d’impresa è soggetto ad un carico fiscale più che doppio rispetto ad un euro incassato per interessi o per affitti. L’incremento di valore del patrimonio immobiliare è poi addirittura esente da imposta, così come ne è largamente esente il passaggio agli eredi per successione. Quello finanziario paga un’aliquota fissa e largamente inferiore a quella che colpisce i redditi da lavoro e di impresa.
Occorrerebbe allora spostare il mirino del fisco dai redditi originati da attività produttiva agli incrementi di valore dei patrimoni, abbassando significativamente le aliquote fiscali sui redditi da lavoro e da impresa. In compenso andrebbe creata una nuova imposta ordinaria sull’incremento di valore dei patrimoni, che preveda magari un’ampia esenzione, per non toccare le prime case ed i pochi euro depositati sui conti correnti o sui titoli di stato, e colpisca la rivalutazione annua dei patrimoni più consistenti in modo progressivo.
Otterremmo così un riduzione delle imposte per le classi medie e basse, quelle che lavorano e con i loro consumi fanno girare l’economia, ed incentiveremmo l’apertura di nuove imprese nel nostro paese, magari attirando capitali stranieri. Daremmo così un impulso alla crescita, con il grosso vantaggio che l’evasione fiscale sarebbe assai più difficile, poiché è molto più facile occultare i redditi che il patrimonio (le case non si possono nascondere e neanche i conti in banca). Unendo a ciò altre misure che facilitino la tracciabilità dei pagamenti e permettano la detrazione fiscale di molte spese che oggi i privati non hanno interesse a far fatturare, si renderebbe la vita molto più dura per gli evasori e li si costringerebbe a non poter spendere i soldi evasi se non vogliono farsi beccare.
 
LA MEDICINA ECONOMICA
Il terzo pilastro del risanamento dovrebbe colpire i numerosi lacci ed inefficienze che ostacolano la capacità di crescita del nostro paese.
La burocrazia dovrebbe essere ridotta al minimo, mediante l’utilizzo a tamburo battente delle moderne tecnologie. Dovrebbero essere liberalizzate tutte le professioni e pesantemente riformata la giustizia. Attenzione: non la giustizia penale, che è la riforma che sta tanto a cuore al Cavaliere per risolvere i suoi problemi, ma quella civile, che ha tempi eterni per arrivare a sentenza e scoraggia qualunque richiesta di tutela. Qui basterebbe copiare i sistemi che funzionano degli altri paesi europei, senza inventare nulla di specifico. Sono proprio le specificità italiane che creano le opportunità per gli azzeccagarbugli. Dovrebbe essere creato un piano straordinario per il finanziamento della ricerca applicata e per le infrastrutture veramente utili (per intenderci, non il Ponte sullo Stretto di Messina).
Occorrerebbe orientare diversamente il complesso sistema di welfare a favore dei giovani e delle famiglie, in particolare quelle numerose, che in questi anni sono stati depredati dei più elementari diritti al lavoro ed alla solidarietà sociale a vantaggio di pensionati che hanno visto trasformati enormi privilegi in diritti acquisiti ed intoccabili. Deve finire il tempo che, per pagare pensioni per decine di anni a chi ha lavorato assai meno, si privano i giovani di qualsiasi futuro previdenziale.
Se si progettasse una simile azione di riconversione della spesa pubblica per far ripartire il motore produttivo del nostro paese, potrebbe anche essere tollerato per un paio d’anni un momentaneo sfondamento del pareggio di bilancio, dato che comunque l’abbattimento dello stock del debito creerebbe le condizioni di una maggior sostenibilità.
 
E’ evidente che si tratta di scelte coraggiose e nient’affatto indolori. Forse qualche lettore avrà avuto l’impressione di leggere il libro dei sogni. Personalmente non sono affatto sicuro che nel nostro paese ci sia da parte di tutti la volontà di farsi carico di un simile piano di rinascita, poiché tutti dovrebbero rinunciare a qualcosa. Credo però che senza questo coraggio non riusciremo ad invertire il senso di marcia del volano che ci sta trascinando al fallimento. Certo, per attuarlo occorrerebbe diventare tutti un po’ più tedeschi ed un po’ meno italiani. Ma questo è quel che l’Europa, in un modo o nell’altro, ci imporrà.
Decidere da soli di percorrere questa via darebbe una grande dimostrazione di dignità al mondo intero. Sarebbe una gran bella soddisfazione e ci farebbe camminare a testa alta nel mondo, orgogliosi di sentici italiani.
Se sto sognando, svegliatemi.
 

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