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Un uovo di Pasqua con la sorpesa del rialzo? (di Pierluigi Gerbino)
22/04/2011

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Con l’arrivo di Pasqua si completa la prima parte dell’anno per i mercati finanziari.
Si è trattato di un quadrimestre pieno di sorprese, che tuttavia non sono state in grado di intaccare troppo l’ottimismo dei mercati azionari e le attese di crescita dell’economia mondiale.
Eventi oggettivamente imprevedibili, come il terremoto ed il successivo disastro nucleare giapponese, o scarsamente ipotizzabili, come la rivoluzione liberale che si sta svolgendo in modo travagliato in molti paesi islamici, hanno provocato l’impennata dei prezzi del petrolio e rappresentano per questa via un importante ostacolo alla crescita economica che pareva faticosamente avviata anche nelle economie più mature, come quelle americana ed europea.
Inoltre il rincaro delle materie prime alimenta pressioni verso l’aumento generalizzato dei prezzi, che cominciano a crescere un po’ dappertutto ma soprattutto nei paesi di nuova industrializzazione.
Questi peraltro hanno ripristinato da tempo i ritmi di crescita che avevano prima del 2008 e dimenticato la recessione, per cui un po’ di inflazione è la conseguenza inevitabile e tutto sommato accettabile dell’eccesso di crescita.
Sta di fatto comunque che i tassi di interesse hanno ricominciato a salire ormai da un semestre, anche nei paesi che hanno bassa crescita, come Eurolandia. Solo in Usa ed ovviamente nel disastrato Giappone i tassi ufficiali sono rimasti fermi sul pavimento nei pressi di quota 0%, raggiunto dopo lo scoppio della crisi economica. Ma in USA comunque i tassi di mercato sul T-Bond sono in crescita da mesi e la FED sembra avviata quanto meno a terminare a giugno la manovra di allagamento monetario chiamata QE2 senza avviarne un’altra.
Pertanto possiamo affermare che il trend di lungo periodo dei tassi sembra aver svoltato al rialzo, in un contesto di fortissimo indebitamento pubblico generalizzato.
Gli USA sono destinati nel 2011 a raggiungere quota 100% del rapporto Debito/PIL. La Germania, il paese più virtuoso tra i principali, è a quota 80%, mentre l’area Euro è a 87%, l’Italia al 120% ed il Giappone dopo il terremoto dovrebbe superare quota 240%.
Che cosa significhi tutto ciò, appare abbastanza evidente. Se i tassi salgono l’onere per il servizio del debito cresce sempre più e se si decide, come ha fatto Eurolandia e come sta cominciando ad annunciare anche Obama, che urge una “exit strategy” dal debito, i tagli e le tasse necessari per attuarla avranno conseguenze sulla crescita futura non secondarie e ovviamente assai penalizzanti.
Nonostante tutti questi fattori di incertezza i mercati azionari non riescono a scendere in modo significativo e vivono questi dubbi in modo abbastanza tranquillo, limitandosi ad oscillazioni laterali poco distanti dai massimi raggiunti a febbraio.
I motivi credo che debbano essere cercati dal punto di vista macroeconomico nella constatazione che ormai lo scollamento tra le borse e l’economia reale ha raggiunto livelli molto spinti.
Qualsiasi listino azionario non riflette più la situazione economica del paese, poiché in questa fase di avanzata globalizzazione una percentuale sempre più alta di fatturato viene prodotto all’estero e consolidato nei conti della casa madre quotata sulle grandi piazze finanziarie.
Le aziende americane perciò possono permettersi di aumentare il fatturato e gli utili assai più di quel che consentirebbe loro la crescita economica degli USA. Il fatto poi che il dollaro, per motivi politici, venga costantemente spinto al deprezzamento nei confronti di tutte le altre valute, oltre a dare un aiutino competitivo a tutte le imprese USA, migliorare ulteriormente i bilanci delle multinazionali Usa che consolidano in dollari gli utili prodotti in altri paesi con altre valute.
Pertanto la sorpresa degli ultimi trimestri è stata quella che le grandi imprese USA quotate hanno presentato risultati assai migliori delle attese, e questo pare avvenire anche nel primo trimestre 2011, stando almeno a quel che si vede dalla prima settimana di comunicazioni societarie.
Tutto ciò permette agli indici di salire a dispetto dell’economia reale, che non è fatta solo di colossi, ma anche di imprese piccole e medie, che invece hanno tutt’altra cera.
Se mi viene consentita la metafora: le borse sono la vetrina dell’economia. Negli indici di borsa c’è una parte dell’economia, quella che si mette in vetrina. Ma non c’è tutto il resto della bottega e tanto meno quello che c’è nel retrobottega. Quello non si vede sugli indici, ma solo nelle statistiche sui disoccupati e nelle tasche vuote dei consumatori.
Pertanto occorre abituarsi a non cercare più di tanto nel comportamento dei mercati azionari un perché macroeconomico, per limitarsi a vederli come la somma di tante situazioni microeconomiche a se stanti, che oltretutto rappresentano micro realtà globalizzate e non nazionali.
La seconda motivazione è grafica, per chi ci crede.
SP500, l’indice guida che fa da faro per tutti gli altri, nel dicembre scorso ha superato l’importante livello di 1.230, che rappresentava lo spartiacque tra il mercato orso e il mercato toro.
Infatti passava da lì il 61,8% di correzione rialzista dell’intero movimento ribassista primario realizzatosi dall’ottobre 2007 al marzo 2009. Si ritiene che una correzione, per essere ancora chiamata così, non debba oltrepassare questo livello. Se accade il mercato sancisce la morte del movimento primario, in questo caso ribassista, inverte il trend primario e trasforma quella che fino a quel momento poteva solo essere classificata come correzione, in un nuovo movimento primario opposto al precedente. L’obiettivo naturale di questo nuovo movimento primario rialzista, che si è materializzato al superamento di 1.230, diventa l’intera ricopertura del movimento precedente, il che significa il ritorno ai massimi del 2007, ovvero quota 1.576.
Ovviamente non ci sono sicurezze che questa ipotesi venga realizzata effettivamente, ma chi crede nell’analisi tecnica sa che questo è l’obiettivo nel mirino del mercato. Perciò occorre ora avere ben presente che il “sentiment” è rialzista. Se si frappongono eventi o incertezze, queste potrebbero certamente intralciare il cammino rialzista ed imporre correzioni. Ma le probabilità ora sono a favore del Toro, per cui i supporti ascendenti del trend dovrebbero essere in grado di difenderlo. A meno che, ovviamente, capitino eventi così eclatanti da mutare profondamente l’inerzia del mercato, che ora, ribadisco, è rialzista.
Non ci dobbiamo quindi stupire più di tanto se eventi che nel 2009 avrebbero potuto assestare colpi da KO ai mercati, ora vengono “digeriti” in semplici correzioni.
Faccio notare che la micidiale serie di “sorprese” che sono capitate tra febbraio e marzo (terremoto geofisico e nucleare in Giappone, terremoti geopolici nel mondo islamico e guerra in Libia) hanno sì piegato l’indice al ribasso per poche settimane, ma che questo ribasso si è fermato a 1.250, al di sopra del livello chiave di 1.230. Pertanto la ripresa che i mercati hanno saputo mostrare in seguito ha consentito di classificare il movimento di febbraio-marzo come pull-back. Se l’indice riuscirà a superare il precedente massimo di 1.344, cosa che sta provando a fare proprio in questi giorni, fornirà un importante conferma rialzista di medio-lungo periodo e renderà ancora più probabile una nuova accelerazione verso l’integrale riassorbimento del crollo del 2007-2009.
Come si concilia tutto ciò con l’inflazione che sale, i tassi che crescono e le esigenze di stretta monetaria e fiscale che riguarda tutti?
Non si concilia. Ma non sarebbe la prima volta che, pur in presenza di un iceberg assai vicino, il Titanic delle borse azionarie decide che non c’è nulla da temere perché lo scafo è inaffondabile.
I lettori che lo desiderano vadano a rileggersi quel che scrivevo nel 2006 e nel 2007. Ci sono forti analogie con quel che stiamo vedendo ora.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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