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Sui Mercati e' al voto la Mozione di Fiducia (di Pierluigi Gerbino)
07/12/2010

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I mercati sembrano sempre più prigionieri della transumanza della grande speculazione. La mancanza di leggibilità della situazione economica mondiale ha spinto i mercati ad oscillare sull’onda di singoli temi speculativi, che hanno via via monopolizzato l’attenzione degli operatori e creato turbolenze di ogni genere, col risultato di incrementare l’erraticità dei mercati e l’aumento della volatilità fine a se stessa.
Che sia diventato assai difficile interpretare l’economia mondiale lo dimostra l’equilibrio tra gli ottimisti ed i pessimisti che ora si riscontra tra gli analisti economici nel valutare le prospettive future.
I mesi estivi ci hanno infatti fornito nuovi dubbi e smorzato molti entusiasmi sull’andamento dell’economia mondiale. Dopo l’ottimismo di inizio anno, quando tutti parlavano di uscita dal tunnel e di recessione dietro le spalle, i dati produttivi e soprattutto quelli occupazionali provenienti dagli USA hanno convinto anche gli ottimisti ad oltranza che in USA non è affatto semplice stimolare l’economia e farla tornare a ritmi di crescita tali da recuperare in fretta il gap produttivo subito durante la grande recessione del 2008-2009. In particolare si notano due variabili chiave dell’economia USA che non riescono a rialzare la testa, nonostante la caterva di stimoli monetari e fiscali che le autorità USA hanno elargito finora.
La prima è il mercato del lavoro. Nonostante il PIL USA risulti in ripresa da ormai 5 trimestri, l’economia americana non riesce a creare lavoro. Il primo dei grafici che illustrano il presente commento, tratti da CalculatedRisk, visibili al seguente link: www.borsaprof.it/img_news/graf071210.pdf , visualizza molto bene in quale difficoltà si trovi il mercato del lavoro americano. Vengono confrontate, per tutte le recessioni avvenute nel dopoguerra in USA, le percentuali di occupati persi durante le varie recessioni ed il tempo impiegato dalla successiva ripresa per riassorbire tutta la disoccupazione creata dalla recessione. Si noti che, se non consideriamo, per ora, l’ultima recessione, le crisi dopo il 1980 hanno perso meno occupati delle precedenti, ma in compenso hanno impiegato più anni delle precedenti a recuperare il livello di occupazione pre-crisi. E’ un segno di chiara perdita di dinamismo e di sopraggiunta “maturità” del sistema economico. L’ultima recessione, quella iniziata a fine 2007, pare avviata invece a battere ogni record negativo. Già ha battuto il record di perdita occupazionale, perché mai prima si era arrivati a distruggere più del 6% dei posti di lavoro. Inoltre pare certo che verrà battuto, e probabilmente di molti mesi, il record di “apnea occupazionale” detenuto dalla recessione del 2001, che è stato di 46 mesi. Ne sono passati già 35 e siamo ancora ben oltre il livello del 5% nell’erosione occupazionale.
Non solo. Si nota ormai da 7/8 mesi, dopo l’illusoria impennata di assunzioni pubbliche a termine dovuta al censimento, un preoccupante appiattimento della curva, che ha bloccato il recupero. Il dato uscito venerdì 3 dicembre, relativo alla creazione di posti di lavoro di novembre (solo 39.000, rispetto ad una attesa di 145.000), conferma che le imprese americane non assumono ancora e preferiscono attendere tempi migliori, oppure, se hanno incrementi di domanda, preferiscono produrre all’estero. Abbiamo pertanto il paradosso che gli stimoli monetari e fiscali, elargiti dal Governo Obama e dalla Fed, stanno creando lavoro nei paesi emergenti, che si vedono infatti costretti a fronteggiare problemi opposti a quelli degli USA, dovuti agli enormi e destabilizzanti afflussi di capitali, che spingono le loro valute a rivalutarsi e creano pressioni inflazionistiche e bolle speculative.
E’ nota a tutti l’importanza della creazione di posti di lavoro per alimentare un circolo virtuoso di crescita che abbia la capacità di sostenersi e durare nel tempo. Se non si creano posti di lavoro in USA, può anche succedere che i profitti delle multinazionali, di cui sono pieni i listini azionari americani, possano migliorare grazie agli utili fatti all’estero (sta infatti accadendo da alcuni trimestri), ma la fiammata produttiva interna è destinata a smorzarsi in una preoccupante stagnazione.
Non invoglia inoltre all’ottimismo constatare che la Camera USA ha deciso di non approvare la proroga dell’indennità di disoccupazione oltre dicembre per due milioni di disoccupati americani, che ora si ritroveranno, di botto, anche senza l’aiuto pubblico. Pensare che possano decollare gli acquisti natalizi in queste condizioni è molto azzardato.
La seconda variabile che sta facendo soffrire l’economia USA è il settore immobiliare, che con il crollo iniziato nel 2006, contagiò l’intera economia ed innescò l’ultima recessione globale. Arretrando pesantemente in termini di attività produttiva e di prezzi, causò il venir meno di molte garanzie sui mutui, l’insolvenza di molti americani e la trasformazione in “tossici” dei molti titoli legati ai mutui. Da qui partì la crisi finanziaria che generò il blocco produttivo del 2008.
Dal 2006 son passati ormai 5 anni, ma, come mostra il Grafico 2, la vendita di nuove case è ancora in calo e quest’anno è scesa sotto i minimi di tutte le altre recessioni. Anche i prezzi delle case vendute (Grafico 3), dopo il crollo subito, non sono riusciti che ad imbastire un faticoso rimbalzino e negli ultimi mesi sembrano addirittura voler ricominciare a scendere. Intanto le Insolvenze (Grafico 4) continuano ad essere estremamente elevate ed i Pignoramenti a crescere.
Non è certo un quadro consolante. I problemi chiave paiono ancora irrisolti, nonostante tutti gli sforzi, gli incentivi, l’atteggiamento monetario estremamente accomodante della FED, che con la recente manovra di Quantitative Easing 2 ha giocato anche l’ultima carta a disposizione per stimolare gli americani a consumare ed investire.
E’ oltretutto un quadro che stride fortemente con quel che invece si vede nei principali paesi emergenti, dove la crisi è stata dimenticata da tempo, si sono recuperati presto i livelli produttivi del 2007 ed ora si fanno i conti con i problemi opposti di eccessiva esuberanza economica, che sta tracimando nell’inflazione.
Siamo insomma in una situazione di particolare incertezza, sul filo del rasoio. Tra qualche mese potremmo ritrovarci a commentare le presenti perplessità come un eccesso di pessimismo, perché nel frattempo la ripresa potrebbe aver trovato quella via che per ora appare ancora smarrita, oppure potremmo vivere una seconda fase di recessione, come successe all’inizio degli anni ’80, in cui l’economia USA ricascò a fine 1981 nella recessione che sembrava essersi esaurita l’anno precedente.
In tale situazione i mercati, in mancanza di visibilità di lungo termine, navigano a vista, alla ricerca del tema del mese, su cui tutti si buttano, guidati dalla grande speculazione, quella delle “mani forti”, che oggi ha più potere che in passato, nonostante tutti gli inviti dei vari “G20” affinché venga “controllata”, seguiti da assoluta mancanza di fatti concreti.
Se il tema di settembre ed ottobre è stato la scommessa sul QE2, che ha portato il rally sull’azionario, quella di novembre è stata la caccia al PIGS in Eurolandia, che ha trascinato il dollaro e penalizzato l’euro ed i tassi sul debito dei paesi più indisciplinati dell’area euro, con allargamento degli spread e necessità da parte delle autorità europee di utilizzare il Fondo Salva-Stati per 85 miliardi in favore dell’Irlanda.
A dicembre però la turbolenza in casa Euro (che merita un approfondimento a parte), così come è venuta, altrettanto rapidamente pare essersi dissolta e le mandrie speculative paiono volersi trasferire altrove.
D’altro canto la tempesta irlandese ha sballottato assai i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), ma non ha scalfito più di tanto la forza dell’azionario dei paesi guida, come Germania e USA, e questo ci permette di cercare delle ipotesi su quale potrebbe essere il prossimo obiettivo speculativo delle mani forti per accrescere ulteriormente i bonus di fine anno. 
Se guardiamo con un po’ di attenzione il mercato azionario americano, espresso dall’indice SP500, notiamo che, dopo aver scontato l’incertezza in estate e aver impetuosamente recuperato i massimi dell’aprile scorso grazie alle aspettative di annuncio della manovra di QE2, continua a mostrare una incredibile volontà rialzista, che gli ha permesso di digerire la tempesta irlandese con una modesta correzione novembrina, più laterale che ribassista, e di presentarsi ai blocchi di partenza di dicembre in grande smalto e pronto a spiccare il volo per il rally di fine anno.
Come sia possibile che il mercato salga quando nell’economia non si vedono buone notizie fa parte di quei misteri (come quello che capita in situazioni opposte, quando in pieno boom economico gli indici cominciano a scendere) che rovina la vita dei fondamentalisti, che credono che tra economia e mercati ci debba sempre essere una relazione stabile di causa-effetto.
Chi è un po’ più disincantato sa bene che i mercati riflettono la percezione degli operatori e quindi anche l’emotività. Inoltre scontano anche le notizie che ancora non sono di pubblico dominio e talvolta vengono trascinati dalle cosiddette “mani forti”, che, intervenendo pesantemente al momento giusto, riescono a volte a “salvare” gli indici ed imprimere svolte ai trend.
Pertanto può darsi che stavolta i mercati vedano già quel che apparirà chiaro solo tra qualche mese, cioè che, nonostante tutto, l’economia USA riuscirà ad evitare la double dip recession, il secondo tuffo nella recessione. E’ quel che sembrano peraltro dirci alcuni indicatori anticipatori del “sentiment” degli operatori. La Fiducia dei Consumatori (Grafico 5) è in ripresa assai più dell’economia reale e soprattutto gli indici che sondano l’umore dei managers (Indici ISM e FED, Grafico 6) dopo essere un po’ retrocessi in estate fino quasi a quel livello di 50 punti, che separa le attese di crescita (al di sopra) da quelle di recessione (al di sotto), stanno mostrando un significativo rimbalzo, che ci permette di affermare che in USA gli operatori economici sembrano voler votare a favore della mozione di Fiducia sull’economia.
Certo, è sempre possibile che il mercato sbagli, ed esageri nell’ottimismo, come è già successo in passato, ma c’è un altro potentissimo indicatore che mi fa essere questa volta assai più confidente che in passato circa la possibilità che sia la volta buona per voltare pagina anche per il medio-lungo periodo, aprendo una stagione rialzista che abbia come obiettivo addirittura il ritorno ai massimi del 2007 e la rimozione dei problemi e delle paure, per lanciarsi magari in un mercato bullish che ci ricordi i bei tempi degli anni 2005-2006, quando le borse, magari noiosamente, non facevano altro che salire.
I due grafici 7 e 8 riportano il confronto tra l’andamento del mercato azionario (nero) e di quello obbligazionario (blu) per la Germania e per gli USA.
Nel lungo periodo il mercato azionario e quello obbligazionario scontano l’andamento dell’economia in modo opposto, perché il primo viene influenzato dalle prospettive sugli utili societari, che migliorano in caso di ripresa economica, mentre il secondo è determinato dalle prospettive sui tassi, che peggiorano quando l’economia è in ripresa perché ciò comporta un tendenziale incremento dei tassi. Il contrario avviene ovviamente in caso di situazione recessiva.
Avevo fatto notare in precedenti interventi l’anomalia che abbiamo vissuto dall’autunno 2009 alla primavera 2010, periodo in cui si è assistito ad una crescita di entrambi i mercati, quasi come se l’azionario scontasse imminente ripresa e l’obbligazionario imminente recessione. In tali circostanze avevo avvisato che uno dei due si stava sbagliando.
Nel corso dell’estate abbiamo assistito ad un certo riallineamento nel comportamento, durante il quale l’azionario ha effettuato la sua correzione, prendendo atto che la ripresa non era poi così convincente, mentre l’obbligazionario aveva continuato a salire, coerentemente con le fosche prospettive economiche che l’estate ci avrebbe consegnato.
Però da fine agosto abbiamo nuovamente vissuto due mesi molto strani, in cui, specialmente sui mercati americani, ha ricominciato a salire tutto, ripresentandoci nuovamente una divergenza di lettura del futuro da parte dei due mercati.
Probabilmente la causa di ciò è stata la manipolazione legale del mercato attuata dalla Fed con la manovra di acquisto dei titoli di stato, che ha artificialmente sostenuto i prezzi obbligazionari per mantenere bassi i tassi a medio-lungo termine.
Comunque sia, il dato nuovo che si può vedere su entrambi i grafici è venuto a novembre, e consiste nel ritorno alla sintonia di vedute tra chi opera sulle obbligazioni e chi opera sui mercati azionari. Il mercato azionario sta ripristinando il suo trend ascendente, mentre quello obbligazionario ha effettuato una forte correzione, tuttora in atto, che potrebbe addirittura invertire al ribasso il trend di lungo periodo dei prezzi obbligazionari (e, di conseguenza, al rialzo quello dei tassi).
Sembrerebbe tornare perciò una sintonia di lettura del futuro nel senso di un miglioramento della congiuntura, che ora i due mercati tendono a prevedere in sintonia, salendo l’azionario e scendendo l’obbligazionario.
I livelli chiave che decreterebbero segnali di ampio respiro, confermando il ritorno del sereno sull’economia sono rispettivamente l’area 1.230-1.250 per SP500, dove si colloca il 61,8% del recupero dell’intero movimento ribassista 2007-2009 da parte dell’indice; l’area 122,70 per il T-Bond, anche qui il ritracciamento del 61,8% di ritracciamento del forte movimento ascendente dei prezzi che ha impegnato la primavera e l’estate scorsa fino al massimo di 136,84 di agosto. Il Bund tedesco, che sembra anticipare tutti, ha invece già rotto importanti supporti in area 127,30 e sta ora testando in area 126 la trend line rialzista di lungo periodo che sorregge l’ultimo ampio movimento ascendente attuato dal giugno 2009 all’agosto scorso. Sfondata questa, l’appuntamento col 61,8% di ritracciamento è a quota 124,10.
Siamo perciò, ancora una volta, ad un bivio estremamente importante, che potrebbe decretare la direzionalità di tutto il 2011. Il mercato azionario è all’attacco, l’obbligazionario è alle corde. E’ l’occasione per assestare il colpo del k.o. In mancanza avremo un altro round di trading range e la continuazione dell’altalena.

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