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Ma che bel trading range! (di Pierluigi Gerbino)
03/07/2007

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Il periodo che stiamo vivendo pare proprio essere caratterizzato da un aumento di incertezza.
Intendiamoci. Rimane certamente una euforia di fondo, che si percepisce chiaramente nella esuberanza dei managers di molte importanti società, che continuano a lanciare operazioni di acquisizione più o meno ostili contro società concorrenti a prezzi non certamente di saldo.
Un altro elemento chiaramente euforico è la moda del private equity, con la quotazione in USA del mitico fondo Blackstone, avvenuta a valori da amatore.
Ma accanto a questa voglia di guadagnare, sempre e comunque, cominciano a diffondersi valutazioni un po’ più caute su alcuni elementi di rischio.
Il problema è che, come non succedeva da un po’ di tempo a questa parte, vi sono preoccupazioni antitetiche tra gli addetti ai lavori, il che non aiuta a capire che cosa potrebbe succedere.
Nel dubbio i mercati stanno attuando un classico trading range, cioè un movimento sostanzialmente laterale e compreso tra tra due livelli, tipico delle fasi in cui non si sa bene che pesci pigliare.
La situazione è ben rappresentata dall’indice USA SP500, che da quasi due mesi sta oscillando tra i massimi di area 1540 ed i minimi intorno a 1490. I massimi sono stati toccati due volte, mentre il minimo già tre. Fino a quando non verrà sfondato uno dei due livelli non avremo una direzionalità in grado di risolvere l’equilibrio dell’incertezza presente sui mercati, che si riflette anche sulle oscillazioni quotidiane dell’indice, assai aumentate rispetto alla stabilità di qualche mese fa.
Le banche centrali hanno alimentato questa incertezza, diffondendo in questi giorni soprattutto la preoccupazione per l’inflazione, che non sta dando quei segni di moderazione attesi da tempo. Anzi, i comunicati sia della FED che della BCE lasciano aperta la porta ad ulteriori rialzi dei tassi come arma di contenimento. Un ritocco verso l’alto entro fine anno appare sicuro in Eurolandia, mentre penso che la FED si limiterà ad abbaiare per parecchi mesi. Certamente però non è in vista nessun taglio, contrariamente alle illusioni che i mercati coltivavano fino a un mese fa.
Il messaggio della banca centrale USA sulle prospettive di crescita permane invece estremamente rassicurante. Il secondo trimestre viene visto in ripresa rispetto al deludente dato del primo e traspare una valutazione della seconda parte dell’anno orientata verso un ulteriore consolidamento della crescita, destinata a tornare al livello potenziale. Tutto ciò nonostante anche Bernanke constati che il settore immobiliare dia segni di voler proseguire nella contrazione di attività e prezzi.
Se la FED snobba la crisi del mattone USA, non così sembrano fare i mercati, che nei giorni scorsi hanno preso atto delle difficoltà che stanno continuando ad attanagliare il settore dei mutui subprime. I casi di insolvenza sono più che raddoppiati da un anno a questa parte mettendo in crisi parecchie finanziarie USA. Si è aggiunta poi la notizia del probabile fallimento di due fondi hedge legati a Bear Sterns, che si erano pesantemente esposti con derivati proprio su questa categoria di mutui.
Qualcuno comincia a fare delle ipotesi su quel che potrebbe succedere se le insolvenze cominciassero a crescere sensibilmente anche tra i pù sicuri mutui tradizionali. E non sono ipotesi di cui rallegrarsi, dal momento che in USA l’intera economia si fonda sull’indebitamento.
Il caso dei fondi Bear Sterns ha poi spinto a riflettere sull’enorme mina rappresentata dagli strumenti derivati. Da alcuni anni questi prodotti si sono moltiplicati, nella quantità e nelle tipologie. Hanno in comune la caratteristica di fornire l’effetto leva al sottoscrittore. Permettono di investire  quindi molto di più di quanto sia costretto a immobilizzare a garanzia. Si tratta quindi di strumenti che consentono performances molto significative, ma espongono a rischi altrettanto elevati.
Nessuno sa a quanto ammonti il controvalore di questi strumenti. Tutti però concordano che la cifra dovrebbe essere impressionante e soprattutto in continua e esponenziale ascesa negli ultimi anni.
Si tratta di una mina vagante che preoccupa anche le banche centrali, che hanno lasciato intendere di non avere gli strumenti per tamponare una eventuale crisi generalizzata su questi strumenti.
Non stupiscono quindi i fallimenti a catena, se qualche cosa non va per il verso giusto. Una cosa simile l’abbiamo constatata anche in Italia le scorse settimane con Banca Italease, in pochi giorni precipitata dagli altari dei 42 euro alla polvere dei 19 a causa dell’esposizione eccessiva in strumenti derivati andati a male.
Per contro proprio la continua proliferazione di strumenti derivati consente di vedere la realtà anche da un punto di vista più allegro.
Infatti gli ottimisti fanno notare che anche grazie alla proliferazione dei derivati la liquidità continua ad aumentare, fornendo benzina alla crescita delle borse. Infatti le acquisizioni a gogò di questi mesi, le operazioni di buy back che sono così di moda negli USA e mantengono elevate le quotazioni, la nascita continua di hedge funds e la moda del private equity riflettono proprio il fatto che in giro c’è un sacco di soldi che cerca di essere impiegato. Per non parlare del carry trade, che è un altro giochino di moda, e consiste nel prendere denaro a prestito in paesi a bassi tassi di interesse (Giappone, ad esempio) per investirlo in attività più lucrative da altre parti. Magari con effetto leva. In sintesi: fare soldi con i soldi altrui.
Tutto ciò può alimentare ancora per molto il gioco al rialzo delle borse, almeno fino a quando qualcosa di veramente importante non si metterà di traverso.
E’ certo che avanti così, all’infinito, non si potrà andare. Ma è altrettanto certo che se non succederà nulla di eclatante i mercati non hanno nessuna intenzione di moderarsi. Anzi, la bolla speculativa (perché di questo si tratta: una gigantesca bolla speculativa creditizia), come tutte le bolle speculative, non si sgonfia mai da sola. Conosce solo un modo per ridimensionarsi: scoppiare.
E’ l’eredità di Greenspan. Quando nel 2001 ha aperto i rubinetti del credito ed ha lasciato i tassi all’1% per quasi 2 anni, ha creato le basi per la costruzione di questo enorme castello di carte, nel quale siamo tutti imprigionati, ma dal quale nessuno ha voglia di scendere. Fin che dura…
 

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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