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TFR: La difficile scelta (di Andrea Conigliaro)
28/06/2007

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Come ormai abbiamo appreso, talmente siamo tartassati dalla pubblicità a ritmo battente, il 30 giugno è una data da ricordare. Infatti scade, per i lavoratori del settore privato in attività al 31/12/2006, il termine per presentare al datore di lavoro il modello per la scelta sulla destinazione del proprio TFR. I lavoratori assunti dopo il 1° gennaio 2007 hanno invece sei mesi di tempo dalla data dell’assunzione per scegliere.
Cerchiamo di vedere quali sono gli aspetti e gli adempimenti da seguire per effettuare consapevolmente questa scelta.
Una premessa è d’obbligo: perché siamo arrivati a dover scegliere cosa fare del nostro TFR?
Ci sono diverse cause che hanno portato alla riforma del sistema pensionistico e sono da imputare principalmente ad un innalzamento della vita media delle persone che, a sua volta, ha determinato la grossa difficoltà per lo Stato di farsi carico delle pensioni. Queste ultime, infatti, da corrispondere per un periodo più lungo, sono fonte di una spesa statale sempre più elevata che va ad incidere in maniera sostanziale sulla già difficile condizione del debito pubblico. Si è deciso quindi di cambiare sistema per il calcolo della pensione: dal sistema retributivo, basato sulla media delle retribuzioni degli ultimi 5 anni, si è passati al sistema contributivo in cui la pensione dipende dalla somma dei contributi versati. Ciò ha determinato, secondo le stime del Ministero del lavoro, una diminuzione delle pensioni, per chi inizia a lavorare in questi anni, del 40%-45%.
È stato quindi ritenuto opportuno offrire un modo per integrare queste pensioni, attraverso una differente gestione del TFR.
Ora si tratta di scegliere: lasciare il TFR in azienda oppure versarlo in un fondo pensione.
Nel caso si decida di lasciare il TFR in azienda occorre poi distinguere il numero di addetti che essa impiega: infatti se i lavoratori sono più di 50 il TFR maturato dal 1/1/2007 viene automaticamente versato dal datore di lavoro al Fondo della Tesoreria dello Stato presso l’INPS, altrimenti se l’azienda occupa meno di 50 dipendenti, rimane effettivamente accantonato presso l’azienda stessa. Per chi sceglie di lasciare il TFR in azienda, nulla cambia rispetto alla precedente normativa, così come non cambia la possibilità di ottenere anticipazioni, e le modalità di rivalutazione.
Nel caso invece di adesione ad un fondo pensione, la scelta può ricadere nel fondo di categoria, se esistente, oppure in un fondo pensione indicato dal lavoratore.
La scelta vera e propria può essere effettuata in due modi: in maniera tacita, ossia non comunicando nulla al datore di lavoro, oppure espressamente attraverso la consegna dell’apposito modello.
Se il lavoratore non esprime alcuna indicazione, il datore di lavoro provvede a versare il TFR al fondo pensione di categoria o, in mancanza, ad una apposita forma pensionistica complementare istituita presso l’INPS, denominata “FondInps”. Da notare che i fondi pensione che ricevono il TFR per effetto della scelta tacita sono obbligati ad investire le risorse nella linea di gestione più prudente, tale cioè da garantire almeno la restituzione del capitale.
Al momento del pensionamento, nel caso di scelta per l’azienda, si riceverà il TFR sotto forma di liquidazione rivalutato annualmente del 1,50% + 75% dell’inflazione.
Se invece si è optato per un fondo pensione si riceverà, in aggiunta alla pensione obbligatoria, una pensione aggiuntiva sotto forma di rendita vitalizia eventualmente anche reversibile.
La principale differenza fra le due forme riguarda il rendimento: esso infatti è calcolabile nel primo caso, mentre nel secondo dipende da molti fattori quali, tra gli altri, l’andamento dei mercati, la bravura dei gestori e, non da ultimo, il peso degli oneri di gestione.
Da notare che, a parte la linea a capitale garantito, non vi è garanzia del capitale investito e, se è pur vero che nel lungo tempo l’investimento azionario è sempre stato remunerativo, non possiamo di sicuro sapere cosa accadrà negli anni che ci separano dalla pensione.
In parole povere, mentre da un lato il rendimento è basso ma senza rischio, nell’altro il rendimento può anche essere molto favorevole ma è impossibile da stimare a priori.
Una ulteriore considerazione: nel caso dell’azienda a mio parere si parla correttamente di accantonamento, quindi è un metodo che va bene per tutti, mentre nel caso dei fondi pensione di accantonamento in senso stretto non si può parlare in quanto rappresenta un vero e proprio investimento. E questo aspetto non è certamente da sottovalutare per chi vuole dormire sonni tranquilli.
Caratteristiche dei fondi pensione
Per quanto riguarda le prestazioni dei fondi pensione al momento del pensionamento, oltre alla rendita è possibile scegliere di ricevere anche un capitale ma comunque soltanto fino al 50% del montante accumulato, tranne il caso in cui il 70% della rendita così rideterminata sia inferiore al 50% dell’assegno sociale.
In maniera analoga a quanto avviene con il TFR lasciato in azienda, è possibile, qualora ricorrano determinate circostanze, chiedere delle anticipazioni con il limite massimo del 75% del montante accumulato. È il caso di motivi di salute che comportino spese sanitarie per gravi situazioni riferibili al lavoratore, al coniuge o ai figli oppure, dopo 8 anni dall’iscrizione, per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa per sé o per i figli. Infine, nel limite del 30%, per ulteriori esigenze.
Il lavoratore può reintegrare le anticipazioni in qualsiasi momento.
Il cambio del fondo è permesso dopo almeno due anni dall’iscrizione, a scelta del lavoratore o per cambio del settore di lavoro.
Il riscatto può essere richiesto quando si perdono i requisiti di iscrizione (cambio settore di lavoro) in alternativa al cambio del fondo se previsto dal regolamento. È inoltre consentito nel caso di disoccupazione, mobilità o cassa integrazione di durata compresa fra i 12 e i 48 mesi nel limite del 50% e nel caso di disoccupazione superiore ai 48 mesi o invalidità permanente per il 100% del capitale accumulato.
Il regime fiscale dei fondi pensione è piuttosto complesso e varia in relazione al momento preso in esame: nella fase della contribuzione, l’eventuale contributo aggiuntivo del lavoratore può essere portato in deduzione dal reddito fino al limite di 5.164,57 euro.
I rendimenti dei fondi pensione, sono attualmente tassati ad una aliquota più favorevole rispetto al capital gain, precisamente all’11% contro il 12,5%.
Nella fase delle prestazioni, la parte di capitale non tassata nella fase di accumulo, viene sottoposta a tassazione, a seconda dei casi, come illustrato nella seguente tabella:
 
PRESTAZIONE
TASSAZIONE
prestazioni pensionistiche in capitale, anticipazioni per spese sanitarie,riscatti, premorienza.
15% nei primi 15 anni.
Per ogni anno successivo al 15° si sottrae 0,3% fino ad un minimo del 9% (36° anno)
Anticipazioni per acquisto o ristrutturazione prima casa, o ulteriori esigenze, riscatti per altri motivi.
 
23%
 
Un’ultima annotazione: la scelta di destinare il TFR futuro ad un fondo pensione non è revocabile, è solo possibile un cambio fondo, mentre la scelta di lasciare il TFR in azienda può essere revocata dal lavoratore in qualsiasi momento.
Riassumendo, le principali differenze riguardano attualmente una più favorevole imposizione fiscale nei confronti dei fondi pensione e la possibilità di effettuare versamenti aggiuntivi, integrati obbligatoriamente dal datore di lavoro, nel limite massimo dell’ 1% mentre, di contro, sussiste l’incertezza sui rendimenti futuri.
Il fondo pensione è quindi - tengo a ribadirlo - un vero e proprio investimento e non un semplice accantonamento: necessita di un’attenta valutazione iniziale del rischio, di un monitoraggio costante e di una politica di switch basata su un adeguato rapporto rischio/rendimento.
 

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