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L'euforia è dura a morire
28/03/2007

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Venti giorni fa, a guardare i mercati scendere a rotta di collo si aveva l’impressione che il grande rialzo dei mercati fosse finito, anche se non si intravedevano motivazioni in grado di giustificare una definitiva inversione di tendenza.
Motivi per giustificare una correzione ce n’erano a sufficienza, dalle parole di Greenspan sulla possibilità di recessione, alla correzione sui mercati emergenti, per non citare la volatilità scesa ai minimi e il ruolo dei fondi che agiscono spesso all’unisono.
Dopo il primo tentativo di rimbalzo i mercati azionari hanno poi effettuato a metà mese una seconda gamba ribassista sui timori di crisi finanziaria proveniente dalle società americane che erogano mutui alla clientela meno affidabile.
Ma anche questo ribasso si è scontrato con la voglia di salire dei mercati e, come già capitò a maggio dello scorso anno, la correzione è stata interpretata dai più come occasione di ulteriori acquisti a prezzi minori.
Quando poi nella serata di mercoledì scorso la Federal Reserve ha pubblicato il comunicato che motivava la decisione di lasciare immutati i tassi con una ulteriore manifestazione di fiducia sull’economia americana, nulla è più riuscito a trattenere gli investitori USA dal lanciarsi a capofitto in un rally che in pochi minuti ha fatto guadagnare al solitamente tranquillo indice SP500 quasi il 2%.
In realtà, come non c’erano motivi traumatici in grado di scatenare l’inversione definitiva del ciclo rialzista, nemmeno ora ci sono motivi reali di grande gioia. Anzi, dalle quotidiane indicazioni macroeconomiche esce un mese di febbraio piuttosto deludente, che conferma l’indebolimento della crescita americana e dovrebbe garantire un PIL del primo trimestre 2007 non molto diverso da quello dell’ultimo trimestre dello scorso anno, che fu sensibilmente inferiore al potenziale.
Le motivazioni che stanno guidando i movimenti di breve sono eminentemente psicologiche ed hanno a che fare con la fiducia che gli investitori hanno sul futuro dei mercati.
La battaglia di parole in corso tra i due governatori della Federal Reserve, Bernanke ed il suo predecessore Greenspan, ha permesso di “contare” le forze in campo. Quando Greenspan ha parlato di recessione possibile, coloro che avevano qualche perplessità sul futuro del ciclo USA hanno approfittato per monetizzare i guadagni. Quando invece Bernanke ha rinnovato la sua fiducia sulla capacità dell’economia USA di evitare la recessione e tornare al “sentiero centrale della crescita a livello del suo potenziale”, gli ottimisti hanno colto l’occasione per comprare.
Ebbene, da quel che si è visto gli ottimisti sono ancora senza dubbio i padroni del mercato.
I quattro anni di rialzo hanno inoculato negli investitori massicce dosi di fiducia e prodotto una situazione di euforia collettiva sulle sorti delle borse, che dovrebbe permettere al mercato di superare anche questa correzione e puntare ai massimi del 2000, che distano ormai pochi punti percentuali dai livelli raggiunti dai principali indici.
La fase di euforia è stata definita, da chi si occupa di analizzare i mercati dal punto di vista comportamentale, come l’eccesso terminale di un ciclo rialzista del mercato, che conclude un movimento di lungo periodo con un impulso molto pronunciato e fa toccare ai mercati vette impensate. Questa situazione si produce grazie all’ingresso sul mercato di sempre nuove categorie di investitori, che spingono al rialzo i prezzi delle azioni. Si può venire così a creare una psicosi collettiva rialzista che porta a dimenticare ogni legame tra prezzo pagato e valore intrinseco del titolo acquistato, nella convinzione che comunque il mercato salirà ancora. Anche gli esperti vengono presi nel vortice della speculazione e tendono a sottovalutare i primi segnali di cedimento della situazione economica sottostante, magari formulando nuove teorie che giustifichino i livelli raggiunti.
In tale clima le correzioni di breve periodo non mancano, ma vengono interpretate come ulteriori occasioni di acquisto, nella convinzione che i mercati risaliranno comunque verso sempre nuovi massimi.
La storia ci insegna che prima o poi la dura legge del ciclo economico si abbatterà sulle borse, ma anche che la resa dei conti può essere rimandata per un periodo abbastanza lungo, grazie a queste distorsioni collettive nella percezione della realtà.
Quali sono gli elementi che ci permettono di identificare quella attuale come una fase euforica? 
Il primo è il ritorno in massa del popolo dei risparmiatori su investimenti a maggior rischio, dopo la fuga e la frustrazione dei primi anni di questo decennio. A differenza del precedente periodo euforico degli anni ‘98-2000 non si vedono certamente le file di risparmiatori ai borsini delle banche. Allora però esisteva appena il trading on line attraverso internet, mentre ora questo è diventato il canale più utilizzato dai privati per operare in Borsa, tanto che secondo KPMG quasi l’80% delle operazioni quotidiane dei privati viene effettuato comodamente da casa (o dal posto di lavoro) lontano da occhi indiscreti.
L’afflusso lo si percepisce dai volumi di scambio delle borse, nuovamente sui livelli del 2000 e dal fatto che nuove categorie di risparmiatori si affacciano ai corsi di trading, sui forum dei vari siti, provano i servizi di consulenza. Ne è una diretta conseguenza il fatto che mai come in questo periodo si è vista un’offerta di formazione e di consulenza così ricca come in questi mesi. Quel che è significativo è il fatto che la maggior parte di coloro che partecipano a queste iniziative è completamente neofita. Io stesso ho potuto verificare tra i partecipanti ai miei corsi base di trading la presenza media per circa il 70-80% di risparmiatori che nel periodo 2000-2002 non operavano ancora in Borsa. Si tratta pertanto di gente che non ha mai visto il mercato orso.
E’ vero che coloro che sono stati scottati dal grande crollo di 5-6 anni fa sono ancora molto prudenti e diffidenti. Però per molti, dato che gli indici sono quasi ai massimi del 2000, il recupero delle perdite è vicino e li solletica a rientrare per partecipare a quella che si sta rivelando ai loro occhi più una festa che una trappola.
Un altro elemento che evidenzia euforia è la grande vivacità dei titoli sottili, quelli spesso manovrati ed in grado di effettuare rally completamente fuori da ogni logica, seguiti magari da tonfi altrettanto clamorosi. Non passa giorno senza che si vedano movimenti clamorosi nei segmenti di borsa che li ospitano. Questi sono generalmente i titoli più apprezzati da chi si avvicina alle borse con la mentalità del giocatore o con l’intento di fare soldi in fretta e non si preoccupa minimamente di calcolare il rischio che corre.
La affievolita percezione del rischio è un ulteriore elemento distintivo del momento speculativo. Lo si coglie in questi mesi anche dalla forte riduzione degli spread di rendimento dei bonds a basso rating rispetto agli strumenti emessi da istituzioni primarie. Si vedono obbligazioni emesse da società in precarie condizioni finanziarie rendere pochi centesimi più dei titoli di stato tedeschi. L’abbassamento del premio al rischio rivela anch’esso una notevole confidenza da parte degli investitori.
L’euforia si accompagna generalmente ad una notevole copertura mediatica del rialzo. Effettivamente questa volta non si vedono traders nei talk show o titoloni sulle prime pagine dei giornali. Tuttavia le riviste specializzate del sabato sembrano piuttosto contagiate dall’entusiasmo e spandono ottimismo a piene mani.
L’euforia non è appannaggio soltanto dei piccoli operatori privati, ma sembra aver contagiato anche due particolari categorie di esperti: gli analisti ed i managers.
Gli analisti delle principali banche d’affari non brillano in genere per particolare capacità predittiva. Nel passato è piuttosto raro che abbiano azzeccato in maggioranza i movimenti futuri del mercato.
Le loro opinioni sono però assai indicative dei consigli che hanno dato ai propri clienti.
Ebbene, non era mai capitato di vedere l’unanimità che si è vista a fine 2006, nel sondaggio che Bloomberg ogni anno compie nelle vacanze natalizie sulle previsioni dei principali analisti americani.
Su 12 analisti delle principali banche d’affari non se ne è trovato nemmeno uno che avesse qualche dubbio sul rialzo che le borse avrebbero messo a segno anche nel 2007, dopo 4 anni di salita.
Gli stessi managers delle principali società stanno mostrando un’euforia paragonabile a quella degli investitori. La manifestano con iniziative di fusione ed aggregazione che mai come quest’anno hanno dilagato sui mercati. Non passa giorno senza che venga annunciata un’acquisizione, un’OPA o una scalata da parte di qualche società, che, per lo più senza badare molto a spese, cerca di fagocitare qualche concorrente.
Da inizio anno le operazioni di acquisizione hanno raggiunto negli USA la cifra record di 500 miliardi di dollari, un livello finora toccato soltanto nel 2000, in piena bolla speculativa.
Sintomo decisivo, da un lato, di entusiasmo da parte dei managers e dall’altro di presenza notevole di liquidità sul mercato.
Avanti di questo passo non è azzardato ipotizzare che, se non arriveranno fatti esterni dirompenti e se il mercato riuscirà a digerire la correzione di marzo, possa arrivare ancora altra liquidità sulle borse azionarie, magari da parte di chi finora è stato, col senno di poi, eccessivamente prudente e potrebbe allentare i suoi freni inibitori in vista del ritorno ai massimi. Avremmo allora la possibilità di assistere a nuove fiammate speculative per qualche altro mese, in grado di riportare i mercati ai fasti del 2000, prima dell’arrivo del mercato orso.
Poi, come in passato, la forza di gravità mostrerà a tutti di non essere andata in pensione e gli ultimi arrivati si ritroveranno col classico cerino acceso in mano, che, come nel 2000, nessuno vorrà più rilevare.
Ma questa è storia futura. Intanto propariamoci ad un altro giro di giostra.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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