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Di Doman Non C'è Certezza...
02/11/2006

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Nei giorni scorsi ha tenuto banco sui giornali e nelle dichiarazioni dei politici la “clamorosa” bocciatura da parte di Standard & Poor’s e di Fitch delle qualità debitorie del nostro paese.
Le due prestigiose agenzie di rating, con un tempismo invidiabile, hanno comunicato, giovedì 19 ottobre, il declassamento del rating dell’Italia. S&P ci ha retrocessi da AA- ad A+ mentre Fitch, che è più di manica larga nei giudizi, ci ha fatti scendere da AA ad AA-. La terza agenzia più prestigiosa al mondo, Moody’s, è invece stata più clemente, lasciando il rating invariato ad Aa2.
La notizia è giunta inaspettata, almeno a giudicare dal compertamento dei giornali, che si sono buttati sull’osso dello scoop aizzando i politici dei vari schieramenti a ricercare i colpevoli. Invece di raccontarci quali implicazioni potrebbe avere tale declassamento, nel breve e nel lungo termine, si sono affaticati a raccogliere interviste di “autorevoli” esponenti del centro-destra, che ovviamente incolpavano la finanziaria di regime di Prodi, e del centro-sinistra, che altrettanto prevedibilmente attribuivano il declassamenta alla rovina dei conti pubblici lasciata in eredità da Berlusconi.
Nessuno ha fatto notare quel che i mercati sapevano ormai da tempo, e ne è testimone il fatto che la notizia ha provocato poco più di un solletico ai mercati obbligazionari su cui sono quotati i nostri titoli di stato. Semplicemente è dal marzo scorso, non appena giunsero i dati definitivi dei conti pubblici del 2005 che il declassamento dell’Italia era cosa certa. I responsabili delle due agenzie avevano dichiarato, papale papale, che ogni provvedimento sarebbe stato rimandato a dopo l’insediamento del nuovo governo per evitare intromissioni nella campagna elettorale che era già in corso.
Infatti sono mesi che lo spread tra BTP e Bund è salito sui mercati ad un livello compreso tra 25 e 30 basis point (centesimi di punto percentuale). Tale spread, che rappresenta una misura del “rischio paese” rispetto al titolo di Stato europeo considerato più sicuro (il Bund tedesco) è misurato dalle quotazioni di mercato per ogni titolo governativo. Ad esempio in questi giorni la Francia ha 1 bp., mentre la Spagna ne ha 5, il Portogallo ne ha 17 e noi siamo quasi al termine della fila con 27. Solo la Grecia sta peggio di noi (37). Fa una certa impressione vedersi superare, quanto ad affidabilità, da paesi che ci stanno tallonando nella classifica della ricchezza economica, come la Spagna o che nemmeno se lo sognano, come il Portogallo, che spesso viene preso ad esempio per rappresentare un paese europeo ancora arretrato.
Problemi aggiuntivi pertanto il declassamento non ne ha dati, rappresentando solo la certificazione di un fatto noto. Per ora far parte della categoria dei “singola A”, accanto a Sud Africa, Israele, Barbados e Corea del Sud, per citarne qualcuno, non implica difficoltà particolari ad ottenere prestiti, né ostacoli all’utilizzo dei nostri titoli a garanzia dei finanziamenti con la BCE. Infatti la BCE non accetterà più i nostri BTP soltanto quando perderemo anche la singola A e questo sarà certificato da tutte le agenzie. Un evento ancora piuttosto lontano.
Inoltre i mercati sembrano volere mettere alla prova ancora per un po’ le capacità di questo governo di mantenere le promesse di risanamento. La finanziaria, criticata e criticabile da tutte le parti, anche dalle note di accompagnamento delle due agenzie di rating, fissa degli obiettivi di riduzione dei rapporti deficit/PIL e Debito/PIL che per ora il mercato sembra apprezzare, anche se tra obiettivi e risultati c’è in mezzo un anno di travagliata vita del governo in carica. E’ proprio la prova dei fatti, dopo le intenzioni, che i mercati sembrano voler concedere al nostro paese.
Se Prodi tra un anno riuscirà a mostrare un rapporto Deficit/PIL nuovamente sotto il 3% ed un rapporto Debito/PIL tornato a scendere i mercati restringeranno lo spread e forse le agenzie di rating riporteranno al livello precedentela nostra valutazione. Altrimenti il giudizio del mercato tornerà a farsi sentire ed allora saranno dolori, perché in un contesto di tassi di interessi ancora in crescita, subire ulteriori allargamenti di spread significherà caricare la bisaccia del deficit con altri pesanti macigni. Si calcola che l’aumento di un punto percentuale di interesse pesi sulle casse dello Stato, a regime, circa 5-6 miliardi di euro in maggior spesa per interessi pagati ogni anno.
Più che bocciati, siamo perciò rimandati al prossimo anno. E non è detto che otterremo la promozione.

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