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Conti pubblici: ma siamo matti?
05/10/2006

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Ho ricevuto in questi giorni dal sig. Walter la seguente email, che sollecita la discussione sul tema del momento:
In questi giorni che non si parla altro che di finanziaria mi assilla in mente una domanda che non mi dà pace e che vorrei discuterne con Lei per ,eventualmente trovare delle risposte. La domanda é: è mai possibile che dopo varie finanziarie in cui da un lato si sono introdotte nuove tasse,cioè nuove entrate,dall'altra si sono tagliate delle spese,si debba fare una finanziaria da 31 miliardi di euro per poter appena rientrare nei parametri di Maastricht. Dove vanno a finire tutti questi soldi e i soldi delle tasse introdotte precedentemente e dei tagli fatti in precedenza. Perchè quelli non spariscono ma rimangono. E' come se si facesse una finanziaria solo per appianare la crescita del deficit da un anno altro. Ma siamo matti?
Rispondo con una piccola introduzione sull’ingresso dell’Italia nell’Unione Monetaria Europea che ci ha permesso di entrare nel club dell’Euro.
Sono fatti di 10 anni fa, per cui molti lettori li ricorderanno, ma può darsi che per qualcuno, magari i più giovani, sia necessario riportarli alla memoria.
Quando Ciampi, l’allora ministro del Tesoro del Governo Prodi, riuscì a strappare l’ammissione del nostro paese nell’euro fin dalla nascita, dopo un duro negoziato con la Commissione Europea e gli altri paesi, preoccupati delle mani bucate dei nostri governi, dovette firmare con l’unione Europea un Patto di Stabilità, cioè un impegno che avrebbe vincolato il nostro paese a tenere certi comportamenti per i successivi 20 anni, cioè fino al 2017.

LA DINAMICA DEI CONTI PUBBLICI

(valori percentuali in rapporto al PIL)

Anni

Totale uscite

Totale uscite al netto interessi

Totale entrate

Saldo primario

Indebitamento

netto

Debito pubblico

1984

49,6

41,2

38,1

-3,1

-11,5

74,4

1990

53,3

43,2

41,8

-1,4

-11,4

94,7

1994

53,8

42,4

44,7

2,3

-9,1

121,5

1995

52,7

41,2

45,3

4,2

-7,4

121,2

1996

52,6

41,1

45,7

4,6

-7,0

120,6

1997

50,3

41,1

47,7

6,6

-2,7

118,1

1998

49,0

41,1

46,2

5,1

-2,8

114,9

1999

48,1

41,5

46,4

4,9

-1,7

113,7

2000

46,2

39,9

45,4

5,5

-0,8

109,2

2001

48,1

41,8

45,0

3,2

-3,1

108,7

2002

47,4

41,9

44,5

2,7

-2,9

105,5

2003

48,5

43,4

45,1

1,7

-3,4

104,3

2004

48,0

43,3

44,6

1,3

-3,4

103,9

2005

48,5

43,9

44,4

0,4

-4,1

106,4

Fonte: ISTAT

Ricordo che il nostro paese venne accolto nell’euro nonostante la palese violazione di uno dei parametri di ammissione, cioè il rapporto Debito/PIL, che doveva essere non superiore al 60%. Come si vede dalla tabella, che evidenzia la dinamica dei conti pubblici italiani negli ultimi 20 anni, il nostro paese si presentò all’esame del 1997 con un Debito in rapporto al PIL di circa il doppio del valore massimo concesso.
Ho riportato anche i valori del decennio precedente per far notare che il macigno del debito pubblico non è una caratteristica connaturata nel sistema Italia, ma il frutto di precise politiche che i vari governi degli anni 80 e 90 perseguirono. Nel 1984 il rapporto Debito/PIL non era lontano dal 60%. Lo diventò con la finanza allegra dei vari governi Craxi, Andreotti, Forlani degli anni seguenti. Erano gli anni in cui il deficit pubblico (indebitamento netto in tabella) viaggiava a ritmi superiori all’11% ed anche il saldo primario, cioè il saldo al netto degli interessi sul debito, era negativo.
Qui sì che siamo stati matti.
A partire dal ’95, quando si decise di “gettare il cuore oltre l’ostacolo” e tentare il raggiungimento dell’impossibile obiettivo di entrare nel progetto Euro, la situazione cominciò ad evolvere verso il risanamento.
Il deficit cominciò a scendere e soprattutto, grazie ai colossali sacrifici richiesti agli italiani per raggiungere l’Euro, si venne a creare un circolo virtuoso con al centro un saldo primario che divenne significativamente positivo. L’aver raggiunto livelli di avanzo primario superiori al 5% alla fine degli anni ’90, in coincidenza con l’ammissione alla moneta unica, evidenziò il raggiungimento di un sostanziale riequilibrio finanziario, fatto salvo il peso del macigno rappresentato dagli interessi sull’enorme debito. Si noti che in quegli anni anche il rapporto Debito/PIL cominciò a scendere.
Ovviamente l’Unione Europea non ci promosse gratis. Proprio in virtù del nostro forte debito l’Italia dovette ufficialmente impegnarsi per i 20 anni seguenti a portare il valore del rapporto debito/PIL a convergere entro il 2017 verso il livello virtuoso del 60% ed a procedere senza esitazioni in tal senso. Cioè occorreva che il rapporto scendesse ogni anno.
Si noti che fino al 2004, sebbene con una progressiva decelerazione della velocità di discesa, il rapporto calò, fino a raggiungere nel 2004 il minimo di 103,9, ancora molto lontano dall’obiettivo, ma sulla strada per avvicinarlo.
Nel 2005, alla fine dell’era Berlusconi, si è però verificata l’inversione di tendenza, ben anticipata dalla progressiva erosione dell’avanzo primario e dalla crescita del deficit al di sopra del 3%, che è l’altro paletto che non dovrebbe mai essere superato.
Abbiamo percorso quindi una strada che dalla pazzia degli anni ‘80 ci ha portati a rinsavire nella seconda metà del decennio successivo, ma soltanto per qualche anno. Ultimamente si sta rischiando di tornare nel manicomio del dissesto finanziario.
Il nuovo governo ha ereditato una situazione catastrofica e si è trovato a dover decidere se attuare una terapia d’urto per rimettere in sesto la direzione dei nostri conti pubblici ed evitare la sicura perdita di credibilità e magari, come ipotizzano alcuni economisti, l’uscita dell’Italia dalla moneta unica.
Si può discutere quanto sia stata conveniente per il nostro paese l’adesione all’Euro. Molto meno discutibile è l’effetto assolutamente devastante che avrebbe un’uscita dalla moneta unica, che precipiterebbe il nostro paese in una situazione paragonabile all’Argentina di qualche anno fa.
Pertanto la via è purtroppo obbligata e la terapia non può che essere di quelle che lasciano il segno. Chi ha creduto al sogno delle minori tasse, maggiori pensioni e ricchezza per tutti ha avuto un brusco risveglio.
Quel che però deve essere chiaro è che non è colpa né dell’euro, né di Bruxelles, se ora si deve riprendere a fare sacrifici. E’ solo colpa di chi ha creato il disavanzo.

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