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In attesa della fine della cura
27/04/2006

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Sono ormai parecchi i giorni trascorsi dai mercati azionari americani praticamente agli stessi livelli. Si ha quasi l’impressione che rimangano sospesi ed imprigionati all’interno di micro-oscillazioni che prolungano in eterno l’attesa di un input direzionale significativo.
In Europa le cose vanno leggermente meglio, con gli indici tedesco e britannico che sono riusciti a ritoccare a più riprese i loro massimi annuali, mentre quello francese ed il nostro Mibtel bazzicano all’incirca sui valori di un mese fa.
Insomma, ci si trova sorprendemente all’intenro di una fase di forte indecisione, dopo anni di rialzo imperterrito e di fronte a fatti che dovrebbero far tremare i polsi ai risparmiatori.
L’impennata del prezzo del petrolio è proseguita fino a toccare i 75 dollari al barile, mentre l’oro sta nervosamente oscillando tra 620 e 650 dollari. Entrambe queste materie prime, e con loro anche parecchi metalli, sono ai massimi assoluti da diversi anni a questa parte.
E’ un effetto da un lato della forte crescita economica in atto su scala mondiale, che preme sulla domanda di commodities lievitandone i prezzi, ma d’altro lato anche un riflesso dei timori inflazionistici, che spingono verso il tradizionale bene rifugio.
I mercati azionari subiscono gli effetti di due spinte contrastanti: da una parte la crescita economica, di cui avremo la prima misura del 2006 proprio nei prossimi giorni, con la pubblicazione della prima stima del PIL USA del primo trimestre, spinge al rialzo le quotazioni, trascinate da utili aziendali ancora in decisa crescita. A fermare l’entusiasmo si contrappone però la forte pressione inflazionistica causata proprio dai prezzi delle materie prime, e dell’energia in particolare.
Sembra piuttosto difficile pensare che, con il petrolio alle stelle e la capacità produttiva ormai esaurita, le imprese americane riescano ancora per molto ad assorbire l’aumento dei costi di produzione senza trasferirli sui prezzi finali in modo significativo.
Eppure è quel che hanno fatto da due anni a questa parte, stupendo la schiera degli esperti e facendo collezionare agli Usa tassi di crescita più consoni ad un paese emergente che ad una economia matura, senza con ciò risvegliare il mostro dell’inflazione, come invece accadde nei precedenti periodi di crisi petrolifera.
Il sorprendente fenomeno sta inducendo molti a ritenere irreversibile la moderazione dei prezzi finali, specie se questi si depurano delle componenti più volatili e si osservano nella versione “core”.
Anche la Federal Reserve sembra volersi ultimamente iscrivere al partito degli ottimisti, e nei verbali dell’ultima riunione del direttorio, tenutasi a fine marzo, molti governatori hanno cominciato a chiedere apertamente di concludere al 5% il rialzo dei tassi, data la tranquillità sul fronte dei prezzi e per evitare che si indebolisca l’economia con una dose eccessiva di vaccino anti-inflazione.
Quando una settimana fa sono stati divulgati questi verbali tanto è bastato ad interrompere la caduta quasi verticale delle quotazioni obbligazionarie e ad interrompere l’accenno alla correzione da parte dei mercati azionari, che si sono riportati vicini ai massimi.
Ma la pervicacia dei fattori che spingono al rialzo i prezzi del petrolio stanno mettendo a dura prova anche la fiducia più incrollabile e rivestono di misteriosa suspance l’attesa dei dati inflazionistici di aprile, che arriveranno purtroppo non prima di tre settimane e che potrebbero rivelare amare sorprese.
In tal caso la Fed potrebbe fare marcia indietro e decidere di somministrare altre dosi di stretta creditizia, che potrebbero causare un atterraggio piuttosto brusco da parte dei mercati.
Pertanto parecchi investitori, soddisfatti dai risultati ottenuti in questi anni, preferiscono portare a casa un po’ di guadagni trasformandoli in lingotti. Non si sa mai.

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