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Le sette vite di Wall Street
20/04/2006

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Il periodo pasquale ha portato sullo scenario finanziario mondiale una serie di novità che in altri periodi avrebbero provocato sul mercato azionario formidabili sconquassi. Invece questa volta le borse azionarie non stanno solo resistendo stoicamente alle cattive notizie, ma Wall Street dimostra addirittura di avere le classiche sette vite, come i gatti, e mette in bella mostra quell’euforia di cui parlavo negli ultimi commenti settimanali.
Nello spazio di pochi giorni poco prima di Pasqua abbiamo visto il mercato obbligazionario subire un profondo calo sulle scadenze lunghe, e realizzare così la normalizzazione della curva dei tassi, che ora è tornata ad inclinarsi positivamente, come è giusto che sia. Il mercato obbligazionario ha così preso atto che la crescita economica mondiale è piuttosto robusta, come ci hanno dimostrato i numerosi dati macro usciti negli ultimi mesi, e che anche il primo trimestre 2006 dovrebbe portare una crescita del PIL USA di tutto rispetto.
Un altro evento balzato all’attenzione generale è la nuova impennata del prezzo del petrolio che, grazie ai problemi produttivi causati dalla guerra civile in Nigeria e al duro confronto che oppone il club dei paesi nucleari all’Iran, sta abbattendo ogni ostacolo e punta ormai verso i 95-100 dollari, imitato nella corsa dal più tipico bene rifugio, l’oro, che è tornato prepotentemente a segnare prezzi oltre i 600 dollari l’oncia, come non si vedeva da oltre 20 anni.
Lo scenario geopolitico non è stato da meno, poiché le mire nucleari del premier iraniano dal cognome impronunciabile e la ripresa degli attentati kamikaze in Israele, giustificati dal partito di Hamas ora al potere nei territori palestinesi, sta disegnando tinte assai fosche sul futuro della regione e sembra riproporre quello scenario fatto di ultimatum, minacce, sanzioni e orgoglio nazionalistico che abbiamo già vissuto 4 anni fa. Con la differenza però che questa volta non abbiamo un confronto tra una potenza invincibile e un dittatore allo stremo, ma quello tra una potenza che ha sperimentato il fallimento del progetto in Iraq ed un regine di fanatici pronti a tutto ed in possesso di materiale nucleare.
Eppure, nonstante questi macigni a sbarrare la strada dei mercati azionari, Wall Street ha mostrato le unghie e dopo essere stata respinta al primo attacco di quota 1315 (dell’indice SP500), ha ripreso le forze con una mini-correzione e in questi giorni sta ripresentandosi all’appuntamento con il secondo tentativo di sfondamento.
Il mercato mostra così chiaramente che cosa sia capace di generare l’euforia di cui parlavamo nei commenti delle scorse settimane.
Quando si crea la convinzione che le borse devono salire non c’è notizia negativa in grado di fermarle e fino a quando la liquidità in circolazione ed in cerca di rendimenti sarà abbondante come quella che c’è in giro oggi ed essa troverà più conveniente investire in azioni piuttosto che in titoli di stato, nessun ostacolo potrà fermare l’avanzata dei listini. E’ una conseguenza dell’inondazione di liquidità che la Federal Reserve ha attuato in questi anni e che solo ultimamente ha cercato di frenare rialzando i tassi a più riprese.
Il processo di erosione della liquidità è pertanto iniziato, come pure il recupero di convenienza dell’investimento obbligazionario rispetto a quello azionario. Ma non siamo ancora al punto di inversione della direzione dei flussi di liquidità. Anzi, in questi mesi si è assistito alla migrazione di parte degli investimenti finanziari dai mercati obbligazionari a quelli azionari, ad opera dei risparmiatori più accorti che hanno liquidato un po’ di bonds appena hanno intravisto la fine del mercato toro.
Ci vorrà forse ancora un po’ prima che i tassi in crescita facciano sentire veramente il loro effetto sui mercati azionari.
D’altra parte l’analisi “intermarket”, cioè quella branca dell’analisi tecnica che cerca di cogliere le correlazioni statistiche tra i vari mercati, suppone l’esistenza di uno sfasamento temporale tra mercato obbligazionario ed azionario, al punto che aree di minimo del primo coincidono con le arre dei massimi dell’altro e viceversa. Così è stato, ad esempio, negli USA nel 1998 (massimo obbligazionario e minimo azionario), nel 2000 (massimo azionario e minimo obbligazionario) e nel 2003 (massimo obbligazionario e fine del mercato orso azionario).
C’è quindi forse ancora un certo spazio per la prosecuzione dei rispettivi trend anche oggi. Quando i bonds troveranno un minimo ed invertiranno, allora è verosimile che le azioni giungano al capolinea.

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