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Tra insulti, promesse e paure
07/04/2006

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Sui mercati azionari americani, che sono il faro per tutti gli altri, stiamo vivendo ormai da tempo una situazione di contrazione di volatilità e di sostanziale incertezza. L’indice più globale, l’SP500, oscilla da settimane nello spazio di due punti pecentuali e non riesce a trovare la forza di superare quel livello di 1315 che ho indicato da tempo come la chiave per dirimere se vi sia ancora spazio per consistenti salite oppure ci troviamo alla fine di un rimbalzo di durata più che triennale.

A questo punto non dovrebbe più mancare molto alla soluzione dell’enigma, poiché i mercati non possono stare troppo a lungo in congestione, specialmente sui massimi. Intanto sia l’Europa che il Giappone hanno approfittato della calma americana per mettere segno un ulteriore rialzo, che li ha portati a ritoccare i massimi precedenti. Non così il nostro mercato, che in questi giorni vive un momento di relativo appannamento, forse in attesa delle imminenti elezioni.

A proposito di elezioni, stiamo vivendo una campagna elettorale infuocata e che ha raggiunto toni di esasperazione veramente eccessivi. Probabilmente l’appuntamento del 9-10 aprile viene vissuto dai due schieramenti come l’ultima spiaggia e questo spiega, ma amio parere non giustifica, l’esaperazione degli insulti, delle paure e delle promesse.

Per restare all’ambito economico, che non è l’unico, ma certamente è stato quello su cui si sono giocate le maggiori carte dei due schieramenti, anche questa volta l’argomento principe si sta giocando sulle tasse.

I lettori ricordano che già 5 anni fa le tasse furono il leit-motiv della campagna elettorale.

Berlusconi ed il suo schieramento vinse promettendo agli italiani meno tasse, pensioni al di sopra del milione di lire, risanamento dei conti pubblici e crescita economica al 3% annuo per il quinquennio successivo.

Che fossero obiettivi incompatibili tra loro non importò alla maggioranza degli italiani, che preferirono affidarsi al sogno del Cavaliere.

Come sia andata ce lo ha impietosamente rivelato l’Istat pubblicando qualche settimana fa le serie storiche dei dati macroeconomici dell’ultimo quinquennio e numerose ricerche economiche accumulatesi in questi giorni.

La pressione fiscale è scesa effettivamente, ma meno di quanto ci si potesse aspettare, passando dal 41,2% al 40,5% del PIL. Il calo non ha interessato tutti gli italiani allo stesso modo, risultando squilibrato a vantaggio delle categorie più abbienti.

Tutti gli altri obiettivi sono stati clamorosamente mancati. Il PIL è cresciuto meno del 3% in 5 anni, altro che ogni anno, come previsto dai programmi elettorali di allora.

Le pensioni sono state portate al milione per 1.800.000 italiani, ma rimangono ancora più di 4.000.000 i pensionati a cui la promessa non è stata mantenuta.

Il rapporto deficit/PIL è passato dal 3,1 al 4,1%, e nel 2006 la recente trimestrale di cassa ci testimonia una previsione per il 2006 al 3,8%, al di sopra dell’obiettivo concordato con la Commissione europea del 3,5%. Se consideriamo che normalmente le previsioni vengono poi riviste in peggio nel corso dell’anno (almeno, così è sempre successo in questi anni) e che questa trimestrale, a quanto ci dicono i retroscena dei giornali, è stata imbellettata più del solito per motivi elettorali, possiamo attenderci un dato consuntivo largamente al di sopra del 4%.

La cosa più grave, al di là del dato in sé, è che in questi anni si è dissipato tutto il saldo primario, cioè il saldo di bilancio se non si considerano gli interessi pagati sul debito pubblico, che è un importante indicatore di equilibrio finanziario. Tale rapporto è passato dal 3,2% ad un misero 0,5%, per giunta in un momento in cui dalla BCE arrivano indicazioni di rialzo dei tassi.

Temo che chiunque vinca le elezioni si troverà davanti soprattutto macerie e che avrà enormi difficoltà a mantenere gli impegni ufficiali presi con l’UE.

Per questo non riesco proprio a capire come si faccia a promettere a cuor leggero ulteriori riduzioni fiscali ed incrementi di spesa.

L’Ulivo, per paura di essere tacciato di essere solo capace a tassare, non è riuscito a dare convincenti spiegazioni su come reperirà i 10 miliardi di euro necessari a finanziare la riduzione del 5% delle imposte sul lavoro, da essi proposta per ridare competitività al sistema. Si parla genericamente di “lotta all’evasione”, un ritornello già udito in passato con esiti deludenti. La Casa della Libertà addirittura nega la disastrosa situazione dei conti pubblici, proponendo di aumentare le pensioni minime a 800 euro e l’abolizione dell’ICI sulla prima casa. Per queste proposte il fabbisogno è addirittura di circa 13 miliardi, di cui si ignora la fonte di finanziamento. Anche qui si parla genericamente e con minore enfasi di lotta all’evasione e di finanza creativa, che tanti danni ha già fatto in passato.

Ciò che mi lascia di sasso è la scarsa fiducia nella capacità di comprendere degli italiani e nel loro senso dello Stato, preferendo confonderli con promesse fantasiose e sollecitandoli negli interessi egoistici piuttosto che metterli responsabilmente di fronte alle esigenze di finanziamento dello Stato ed ai sacrifici che questo comporta.

Le tasse sono viste da tutti i nostri politici come una cosa di cui vergognarsi piuttosto che i mezzi per garantire servizi pubblici che funzionino.

Si presenta nuovamente il classico obiettivo della “botte piena e moglie ubriaca”, come fanno i venditori di aspirapolvere. Però a differenza delle aspirapolveri qui la garanzia non c’è.

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