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I QUATTRO NODI DA SCIOGLIERE NEL 2022
17/01/2022

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Nel corso della seduta di venerdì 15 gennaio i principali indici che si possono osservare per valutare il mercato azionario globale hanno frequentato valori già toccati in passato all’inizio del novembre scorso. Così è stato per l’indice azionario mondiale MSCI World e per il principale indice americano SP500. L’indice azionario europeo Eurostoxx50 li aveva già segnati anche a settembre, mentre quello cinese di Shanghai li ha ripetutamente oltrepassati, sia al ribasso che al rialzo, da oltre un anno.

I grafici storici, sempre negli ultimi due mesi, mostrano anche che intorno ai valori di venerdì ci sono state ampie e ripetute oscillazioni, che hanno portato questi indici a realizzare massimi storici o pluriennali, ma anche correzioni abbastanza significative.

Infine, la volatilità, espressa come media dei valori di deviazione standard a 20 sedute, è stata il doppio di quella dei tre mesi precedenti, sia su SP500 che su Eurostoxx50.

Da questa osservazione ricaviamo che da novembre in avanti i mercati sono confusi sulla direzione ed agitati di umore. Esprimono le loro reazioni agli eventi in modo rapido e violento, ma effimero, perché nel giro di qualche seduta cambiano idea. Mantengono ancora l’inerzia rialzista di lungo periodo, maturata con il potente rally post-pandemico dal mese di aprile del 2020 fino ad agosto 2021, che ha fotografato per l’indice SP500 ben 14 mesi rialzisti su 17 ed il raggiungimento di valori più che doppi rispetto ai minimi toccati al culmine del marasma pandemico del marzo 2020. Però, da settembre in poi, la salita si è fatta meno convinta, alternando mesi positivi e mesi correttivi, fino ad annullare la spinta direzionale negli ultimi 3 mesi, passati finora, appunto, intorno a quota 4.600.

Constatiamo una evidente perdita spinta (di “Momentum”, dicono gli analisti tecnici), ben rappresentata dalla evidente divergenza ribassista sull’indicatore di forza RSI(14), che mostra massimi discendenti su tutti i rimbalzi degli ultimi tre mesi, anche quello che ha prodotto l’ultimo massimo storico il 2 gennaio scorso.

Insomma: i mercati vacillano, ma non crollano; rimbalzano, ma senza convinzione.

Che cosa sta tormentando le menti degli investitori, dopo l’ottimismo ad oltranza mostrato in precedenza?

Credo che i fattori di incertezza, da cui dipenderà la direzione dell’anno appena iniziato, siano quattro.

Il primo, che, mi appare al momento come quello meno incisivo, è l’evoluzione della pandemia. I mercati sono convinti che il coronavirus se ne andrà presto, trasformandosi in uno dei tanti virus invernali che producono raffreddori. Alcuni scienziati parlano già di imminente “endemizzazione” del virus, cioè di convivenza con l’uomo in veste poco problematica. Alcuni governi occidentali sono dello stesso parere (soprattutto USA, Regno Unito e Spagna). In questi tre paesi le misure di contenimento fanno leva quasi esclusivamente sulla vaccinazione e rinunciano a chiudere l’economia. Altri, quelli europei, sia pur tra varie sfaccettature, stanno attuando qualche restrizione di contenimento, ma anch’essi evitano di calcare troppo la mano per non fermare la ripresa economica, che a dicembre ha dato già qualche segno di rallentamento. La Cina ed i paesi asiatici, invece, continuano la loro politica “zero-Covid”, fatta di tracciamento e lockdown dei focolai, per mantenere i numeri dei contagi al minimo. Queste imponenti restrizioni, attuate in aree abitate da milioni di persone, stanno pesando sempre più sulle loro economie e sulla filiera produttiva, che in Asia ha i suoi principali bacini. Se Omicron dovesse esplodere, come è successo in Europa, i lockdown si farebbero assai pesanti e si ripresenterebbero i problemi di circolazione delle merci visti lo scorso anno. La Cina potrebbe a mio parere costituire una mina vagante, anche perché alle strozzature produttive aggiunge la crisi del suo settore immobiliare, con molti costruttori sull’orlo del fallimento.

Al momento non percepisco nei mercati la preoccupazione per esiti recessivi globali. Omicron è già stata derubricata a raffreddore collettivo e lo scenario che hanno in mente è quello della totale riapertura delle economie occidentali con l’arrivo della primavera. Solo l’arrivo di nuove varianti dotate della stessa aggressività di Omicron, ma con maggior letalità, potrebbe rappresentare il bastone fra le ruote, in grado di far deragliare queste convinzioni. Sempre che non arrivi la cattiva sorpresa cinese di cui sopra.

Il secondo fattore di incertezza è l’inflazione. Doveva essere transitoria, ma ormai tutti hanno capito che non sarà facile farle abbassare la testa, ora che ha raggiunto il 7% in USA ed il 5% in Europa, anche perché ci sono troppi carburanti che alimentano l’incendio dei prezzi. Si è partiti col puntare l’indice contro il caos provocato dai lockdown del 2020, che hanno provocato colli di bottiglia, interruzioni e ritardi nella catena degli approvvigionamenti, limitando la pronta disponibilità di materie prime, energia e componenti necessari a produrre i beni richiesti quando è ripartita la domanda ed il mondo ha ricominciato a frequentare i contri commerciali. La conseguenza è stata la potente spinta al rialzo dei costi produttivi, riversata sui prezzi finali.

Il secondo focolaio di inflazione da costi proviene dal mercato del lavoro, che ha mostrato, dapprima in Usa e poi via via un po’ dappertutto, un fenomeno nuovo, chiamato “Great Resignation”, la grande dimissione. È successo che, dopo i licenziamenti di circa 8 milioni di persone, dovuti alla feroce chiusura di imprese durante i lockdown della primavera del 2020, con il tasso di disoccupazione schizzato in USA oltre il 14%, il successivo riassorbimento di occupati consentito dalla riapertura dell’economia e dalla potente ripresa economica, ha riportato il tasso di disoccupazione intorno al 4%. Ma i posti di lavoro creati sono stati due milioni in meno di quelli persi. Il motivo è che nel 2021 c’è stata una corsa mai vista prima ad abbandonare il lavoro dipendente, per andare in pensione anticipata oppure per diventare lavoratori autonomi. Inoltre, l’automazione, accelerata dalla pandemia, ha cancellato molta occupazione di livello più basso e creato molta domanda di posti di lavoro di alto livello tecnico e specialistico, difficili da trovare. Questo insieme di fattori ha prodotto una corsa agli aumenti salariali per trattenere i dipendenti necessari e per acquisire nuove professionalità. Perciò ora anche il lavoro costa assai di più.

Ma non basta. Si è anche sviluppato un focolaio di inflazione da domanda, poiché la forte distribuzione di sussidi pubblici, attuata da tutti i governi, ma soprattutto da quello americano, ha messo in mano ai cittadini molti soldi in più di quelli che hanno perso con la breve recessione pandemica del 2020. Lo scorso anno si sono potuti effettuare acquisti che nel 2020 la paura della pandemia, aveva spinto molti consumatori a rinviare. Più soldi in tasca e più possibilità di muoversi ha così aumentato in modo rilevante la domanda di beni e servizi.

Perciò l’inflazione, sotto la spinta dei costi e della domanda, ha continuato a crescere per tutto il 2021 ed è diventata permanente e galoppante.

Al virus e all’inflazione si è recentemente aggiunto un terzo fattore di incertezza: il comportamento delle banche centrali, che sono state prese completamente in contropiede dall’inflazione ed hanno mostrato una preoccupante incapacità, non solo di prevedere l’evolversi della situazione, ma anche di prenderne atto con tempestività. Dopo aver insistito per 9 mesi sull’inflazione transitoria e non preoccupante, a dicembre la FED ha dovuto rimuovere l’aggettivo dai suoi comunicati e annunciare in fretta e furia il cambio di politica monetaria, nel tentativo di inseguire il rialzo imponente dei prezzi in fuga. Nella prossima riunione del 25-26 gennaio la FED annuncerà probabilmente che a marzo, quando finirà il tapering e saranno azzerati gli acquisti mensili di titoli di stato previsti dal QE, verrà alzato di 0,25% il tasso ufficiale di interesse sui FED Fund, e che quello non sarà certo l’unico aumento del 2022. Il mercato dei futures sui tassi di interesse dà per certo che i rialzi saranno almeno 3, e come abbastanza probabile che siano magari 4.

Ma, oltre al rialzo dei tassi, un’altra potente azione di drenaggio monetario (l’opposto dell’allentamento praticato con il QE) è all’orizzonte: il Tightening, cioè la riduzione dei titoli presenti nel bilancio FED, che quando andranno a scadenza non saranno più rinnovati, riducendo così la quantità di moneta a disposizione dell’economia e soprattutto della speculazione dei mercati.    

La svolta nell’atteggiamento della FED è un fattore che potrebbe far deragliare i mercati, se qualche serio rallentamento dell’economia reale, che i mercati non si attendono, si affacciasse sulla scena. La FED ha clamorosamente fallito nel suo compito di sentinella dell’inflazione: non l’ha vista arrivare, né l’ha considerata quando avrebbe dovuto. Ha continuato insistentemente a pompare moneta anche quando i prezzi decollavano verso l’alto, alimentandone il rialzo. Ora è costretta ad inseguire l’inflazione con un’azione che non potrà essere graduale, ma dovrà essere aggressiva, per recuperare il tempo perso.

In questi casi è dietro l’angolo il rischio di esagerare in senso restrittivo, dopo aver esagerato in senso espansivo, col risultato che, se l’economia rallenterà, la stretta monetaria contribuirà a trasformare il rallentamento in recessione. Potremmo così trovarci nel peggiore dei mondi possibili, cioè quello della stagflazione, cioè la contemporanea presenza di recessione ed inflazione.

I mercati confidano ancora nella FED e sono pronti a perdonarla per lo sbaglio fatto lo scorso anno. Ma appena avranno la sensazione che Powell & c. stiano commettendo un doppio errore, i loro nervi potrebbero cedere.

L’ultimo nodo che ingarbuglia gli scenari futuri è geopolitico. Dopo aver constatato che la situazione da guerra fredda tra USA e Cina sta diventando permanente, ora i mercati debbono decodificare i segnali che provengono dall’Ucraina, dove il confronto tra Nato e Russia potrebbe surriscaldarsi, qualora Putin, dopo aver ammassato oltre 100.000 soldati armati fino ai denti sul confine, decidesse di invadere il paese che gli è ostile da qualche anno. Il confronto diplomatico tra le diplomazie americana e russa, la scorsa settimana, è finito con un nulla di fatto. Il confronto pare entrato nella escalation delle minacce e delle provocazioni. La Russia brandisce le forniture di gas ai paesi europei come un’arma per dissuadere gli europei dall’attuare sanzioni in caso di invasione. Gli USA minacciano reazioni molto dure e cercheranno di trascinare gli alleati europei nel confronto con la Russia.

I mercati, solitamente, non si preoccupano mai troppo della geopolitica. A meno che vada a disturbare il business. Questo confronto, con le possibili ripercussioni sul gas e sul petrolio, potrebbe portare proprio questo genere di disturbo.  

Credo che sia molto difficile che tutti questi nodi possano essere sciolti nel modo più confortevole per i mercati. È possibile, addirittura probabile, che nelle prossime settimane si veda ancora un tentativo rialzista per tornare ai massimi di inizio anno, sull’onda del ormai vicinissimo picco della pandemia da variante Omicron in occidente. Ma poi mi attendo una correzione piuttosto pesante a partire da febbraio, quando la geopolitica, l’inflazione e la FED potrebbero presentare un conto da pagare piuttosto salato.  

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