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Bicchiere mezzo pieno
01/02/2006

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Negli ultimi giorni è diventata piuttosto eclatante l’euforia che abbiamo provato a descrivere la scorsa settimana. Venerdì scorso abbiamo assistito ad un comportamento dei mercati a dir poco sorprendente se pensiamo che sulle borse dovrebbe riflettersi l’andamento dell’economia.

Infatti a fronte di un dato preliminare sul PIL americano del 4° trimestre 2005 molto inferiore alle aspettative e attestato al livello più basso dal 2002, i mercati azionari, anziché subire una clamorosa legnata, si sono lanciati al rialzo, come se il dato uscito fosse migliore del previsto.

Devo dire, francamente, che quando ho visto il dato, ho atteso per alcuni minuti la correzione di quel che sembrava un errore delle agenzie (non sarebbe stata la prima volta), tanto grande appariva lo scollamento tra realtà e previsioni. Però una volta confermato il dato, sono rimasto sorpreso dal cpmportasmento dei mercati, che, dopo un’iniziale sbandamento, hanno ripreso la via del rialzo intrapresa in mattinata come se niente fosse, per chiudere sui massimi di seduta.

A chi crede che la pazzia pervada il comportamento attuale degli investitori bisogna ricordare che non è infrequente assistere a mercati che si comportano in modo del tutto indipendente da quanto i dati macroeconomici farebbero presumere.

In questa situazione l’euforia generalizzata ha portato la massa degli investitori, secondo me, ad un atteggiamento misto tra l’incredulità e il filtro dell’interpretazione.

Da un lato infatti il dato appare troppo brutto per essere vero. I quotidiani finanziari il giorno dopo hanno spiegato che il dato potrebbe essere il frutto della combinazione di fattori irripetibili, che hanno esercitato un freno concomitante ma transitorio sull’economia americana. Hanno intervistato economisti, che hanno rassicurato ipotizzando che il primo trimestre attualmente in corso dovrebbe riprendere l’abituale ritmo di crescita vicino al 4% annuo.

D’altro lato l’interpretazione del classico bicchiere mezzo pieno ha portato a concentrare l’attenzione più che sulla negatività del dato, sul fatto che il rallentamento dovrebbe spingere la Federal Reserve a non rialzare i tassi oltre il 4,5%, almeno per qualche mese, in attesa di verificare meglio se le pressioni inflazionistiche dovute al petrolio si attenueranno o meno.

Il risultato è stato pertanto uno strappo rialzista, specialmente in Europa e Giappone, che hanno ampiamente ritoccato in questi giorni i massimi di quest’anno e ripristinato la forza del trend in atto, nonostante anche dal fronte petrolifero non vengano notizie rassicuranti.

Infatti la notizia del trionfo di Hamas nelle elezioni per il parlamento palestinese ha interrotto bruscamente il già faticoso cammino verso la pacificazione nel medio-oriente. Riportando indietro le lancette della storia di 15 anni, la vittoria del movimento che fa dell’odio verso Israele e della distruzione dello stato ebraico uno dei punti qualificanti del proprio programma, ha immediatamente impresso una nuova accelerazione al prezzo del petrolio, che non riesce a scendere significativamente sotto i 70 dolari al barile, alimentando preoccupazioni inflazionistiche e recessive.

La forza rialzista che i mercati azionari stanno mostrando non si può spiegare nei fondamentali, dato che anche dal fronte societario non viene più quell’uniforme e rassicrante messaggio di fiducia nella crescita di fatturato ed utili che invece si vedeva nei trimestri precedenti.

Soltanto motivazioni psicologiche, legate all’ ottimismo tipico delle ultime fasi impulsive di un ciclo rialzista  di lungo periodo, possono spiegare il rialzo dei mercati di tali proporzioni.

Un rialzo che potrò dare ancora soddisfazioni a chi saprà stare sul trend. A patto che tenga sempre ben presente che questa è l’ultima gamba rialzista e come tale può raggiungere livelli piuttosto esasperati, ma che al termine tornerà un ciclo ribassista di portata paragonabile alla lunga fase bullish che l’ha preceduta.

 

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