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L'eredità di Bubble-Greenspan
01/02/2006

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E’ andato in pensione. Ad 80 anni e dopo 20 anni di onorato servizio alla guida della Federal Reserve americana, la più potente organizzazione economica mondiale, può finalmente lasciar perdere numeri e tabelle e godersi gli ultimi scampoli di una vita vissuta intensamente.

Sto parlando di Alan Greenspan, l’istituzione. Alla guida della Banca Centrale USA dal 1987, nominato da Bush padre, ha conosciuto ed è sopravvissuto a tre Presidenti (Bush padre, Clinton e Bush figlio), che lo hanno più volte riconfermato per le sue innegabili doti di timoniere ed il prestigio acquisito quasi unanimemente sui mercati e nel mondo accademico.

Ha vissuto ben due tremendi crolli sui mercati finanziari: quella dell’ottobre 1987, e la crisi della new economy del 2000. Da entrambi ha saputo risollevare la “corporate america” com massice iniezioni di dollari e di fiducia, guadagnandosi gli elogi epiù sperticati e le onorificenze più fantasiose, oltrer che la conferma alla guida della Fed fino a quando lui stesso non ha deciso di dire basta.

Il suo pensionamento lascia l’America nelle mani di Ben Bernanke , che subito si è affrettato a dichiarare di volerne seguire le orme, quasi a rassicurare i mercati che nulla sarebbe cambiato.

Greenspan ricevette nel 1987 dalle mani di Paul Volker, il suo predecessore, un’America piena di contraddizioni che sfociarono nel gigantesco crollo del 19 ottobre, il giovedì nero in cui l’indice Dow Jones lasciò sul terreno una perdita di quasi il 23%. L’appena insediato Greenspan reagì con grande freddezza e decisione, riducendo i tassi ed inondando i mercati di liquidità. In tal modo i mercati recuperarono in fretta la scivolata e inaugurarono il decennio d’oro degli anni ’90, nel quale il Dow Jones passò dai 2.800 punti di inizio 1990 alle vette di quasi 11.800 di inizio 2000. Nei 20 anni di reggenza Greenspan ripetè il miracolo di salvare i mercati più di una volta. Anzi, possiamo ben dire che le numerose crisi che si verificarono furono affrontate tutte più o meno nel medesimo modo. La crisi provocata dalla prima guerra del golfo (1991), quella causata dal crollo delle economie asiatiche (1997) il fallimento dell’URSS e la coseguente crisi del fondo LTCM (1998), la stessa caduta dei mercati provocata dallo scoppio della bolla della new economy (2000), aggravata dall’attacco terroristico all’America, sono state tutte prove del fuoco alle quali Alan ha dato analoghe risposte: ha sempre fornito liquidità al mercato abbassando i tassi ed allentando i vincoli al credito, permettendo ai mercati di tenere grazie al denaro a buon mercato.

Forse questo suo comportamento spiega il perché sui mercati finanziari Greenspan è sempre stato oggetto di venerazione. Nonostante taluni suoi richiami all’austerità finanziaria e i moniti sull’”irrazionale esuberanza” dell’eccessiva crescita delle borse (richiami sempre bellamente ignorati dai mercati) il segno che Greenspan lascia è quello del “difensore” dei mercati finanziari, sempre attento a proteggerli da cadute e generoso nel manovrarne l’andamento per sostenere gli interessi degli investitori, anchequando questi hanno peccato di atteggiamenti eccessivamente rischiosi.

E’ proprio questa suo ruolo di difensore dei mercati che rischia di lasciare una pesantissima eredità a Bernanke.

Infatti, se è vero che grazie anche alla politica monetaria di Greenspan gli USA hanno mostrato al mondo negli anni ’90 uno dei più lunghi e clamorosi periodi di crescita economica della storia dell’umanità, per di più realizzato insieme alla vittoria sull’inflazione, è anche vero che l’era Greenspan ha acutizzato squilibri notevoli che forse il suo successore farà bene a preoccuparsi di attenuare.

Negli anni in cui è stato a capo della Fed, i debiti per i mutui sono saliti da 1,8 trilioni di dollari a 8,2. Il debito al consumo è passato da 2,7 trilioni a 11 trilioni. Il debito delle famiglie è quadruplicato.
Ed è esploso anche il debito del governo. Il debito pubblico era inferiore a 2 trilioni ptima che Alan assumesse il bastone del comando, un numero che era rimasto costante per quasi quaranta anni. Ma sotto la sua direzione è  arrivato a segnare oltre 7 trilioni di debiti. Durante i due mandati di George W. Bush, il governo ha preso a prestito da governi stranieri e dalle banche più di tutte le amministrazioni precedenti messe insieme dal 1776 al 2000. E alla fine degli otto anni di Bush si sarà creato più debito che nei precedenti 200 anni. Il deficit commerciale è triplicato: da 150,7 a 756,8 miliardi, e raggiungerà nel 2006 gli 830 miliardi. Quando salì al potere gli Stati Uniti erano una nazione creditrice. Adesso più di 11 trilioni di dollari di titoli americani sono in mani straniere, un aumento di oltre il 500% dal 1987.

Certo, non è tutta colpa di Greenspan. Ma è difficile sostenere che l’uomo più potente d’America abbia fatto molto per impedire la politica delle mani bucate. Molto più semplice è sostenere che l’abbia favorita proprio con i suoi comportamenti sempre piuttosto lassisti sul credito ed i tassi.

Ora il suo successore potrebbe vedersi presentato il conto dai creditori stranieri, che prima o poi si stuferanno di finanziare la vita degli americani al di sopra delle proprie possibilità, e dal ciclo economico, che se farà scoppiare la bolla immobiliare, toglierà ai poveri ed indebitati consumatori Usa la possibilità di recuperare sempre nuovi prestiti grazie all’aumento di valore delle loro case date in garanzia ai mutui.

Allora qualcuno dovrà pagare il conto che i “Greenspan boys” hanno accumulato.

E magari Bernanke si prenderà le colpe di non essere stato così bravo come il suo predecessore a pilotare l’economia americana. ….Con i soldi degli altri.

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