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Pit Stop
24/01/2006

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Come i bolidi di formula 1, che a furia di correre devono prima o poi fermarsi a cambiare le gomme e rifornirsi di carburante, anche i mercati azionari negli ultimi giorni, dopo l’accelerazione di fine anno, hanno vista accesa la spia rossa e si sono fermati ai box.

La settimana scorsa è stata decisamente negativa sui mercati ed ha gelato gli entusiasmi che solo pochi giorni fa permeavano i mercati.

Le motivazioni del repentino cambio di umore non mancano. A cominciare dall’apertura del nuovo fronte di crisi in medio oriente, in seguito al braccio di ferro nucleare ingaggiato dall’ardito leader iraniano dal nome impronunciabile per noi occidentali. Il fronte energetico ha poi subito altri due contraccolpi a causa degli attacchi terroristici che hanno messo fuori uso parecchi impianti estrattivi in Nigeria e del freddo polare in Europa e in Russia, che ha costretto i sovietici a ridurre il flusso di gas esportato in occidente e messo in bella mostra la vulnerabilità energetica delle economie occidentali.

In tale situazione ci sarebbe stato da stupirsi se il prezzo del petrolio non fosse salito fin quasi ai livelli record di questa estate, cancellando di colpo la fiducia nel ridimensionamento delle pressioni inflazionistiche che solo poche settimane fa veniva sparsa a piene mani dagli esperti. Improvvisamente sono tornate attuali le profezie degli analisti di Morgan Stanley, che avevano vaticinato il petrolio a 100 dollari entro pochi mesi.

Non è stato soltanto il petrolio ad affibiare un colpo basso ai mercati. Il tradimento più cocente lo hanno fornito le trimestrali societarie, almeno quelle già presentate, che per la prima volta negli ultimi anni sono state generalmente deludenti, con molte società che hanno mostrato utili in crescita moderata e quel che è peggio, manifestato parecchia incertezza nel prevedere i risultati del primo trimestre del 2006.

Si è cominciata a subodorare aria di rallentamento economico un po’ più deciso ed a riflettere un po’ più approfonditamente sul fenomeno dell’inversione della curva dei tassi, a cui abbiamo recentemente assistito, che spesso anticipa l’arrivo della recessione.

Aggiungiamo anche l’incertezza derivante dall’ormai imminente abbandono da parte di Alan Greenspan del timone della Fed, che passerà nelle mani necessariamente non ancora sicure di Ben Bernanke.

Come ciliegina sulla torta abbiamo avuto qualche giorno fa anche l’incriminazione del pupillo di Koizumi ed astro nascente dell’economia nipponica per uno scandalo finanziario che ha fatto crollare la borsa giapponese.

Sta di fatto che venerdì scorso abbiamo assistito in Usa alla peggior seduta borsistica degli ultimi 27 mesi da parte dell’indice SP500.

Tutto questo spiega la fermata del mercato americano, che ha mostrato un cambiamento deciso di sentiment ed ha trascinato alla correzione anche le altre principali borse occidentali.

Non è però in grado di darci informazioni precise circa la marcia che i mercati intraprenderanno dopo l’uscita dai box. Torneranno a macinare rialzi o innesteranno la retromarcia di un nuovo mercato orso?

Possiamo soltanto fare supposizioni in termini probabilistici, poichè nessuno possiede la sfera di cristallo.

Possiamo però utilizzare l’esperienza passata per identificare alcune condizioni che identificarono i massimi del mercato in tempi passati.

Ebbene, quando i mercati flirtano con i massimi di un ciclo rialzista di lungo periodo i mercati devono aver fatto molta strada e d essere saliti da parecchio tempo. Inoltre il sentiment di mercato deve essere molto positivo e le valutazioni espresse dai prezzi essere molto tirate. L’economia deve essere reduce da una prolungata fase di crescita economica, così robusta che le banche centrali devono aver già intrapreso da mesi una politica monetaria restrittiva. Più o meno quel che successe l’ultima volta nel ‘99-2000. Proprio quando nessuno pensa più alle possibilità di calo e fioccano le previsioni ottimistiche (un libro che vendette parecchio in america venne intitolato “Il Dow a 36.000”), è lì che il mercato manifesta la sua massima vulnerabilità.

Condizioni di mercato opposte si verificano nel caso di minimi di mercato: cali prolungati delle quotazioni, negatività diffusa nelle aspettative, valutazioni basse, recessione economica prolungata e politica monetaria espansiva da parte della banca centrale. Più o meno quel che vedemmo nel 2002-2003.

Ognuono è in grado di verificare se quel che si vede sul mercato oggi assomiglia di più ad un top o ad un bottom ciclico.

Personalmente sono portato a credere di vedere le tipiche condizioni del top di mercato: le borse salgono ormai da 3 anni o più; l’economia Usa è in fase di espansione ad un ritmo estremamente robusto da parecchi trimestri; la Federal Reserve sta attunado una politica monetaria restrittiva da un anno e mezzo, imitata ultimamente anche dalla BCE; la confidenza degli operatori sullinesauribilità del rialzo è testimoniata dai valori minimi realizzati dal Vix nei pressi di quota 10 in queste settimane e dal fatto che la stragrande maggioranza dei guru intervistati sulle prospettive del 2006 ha parlato di probabile prosecuzione del rialzo.

 

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