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I PIEDI NEL FANGO E LA TESTA TRA LE NUVOLE
03/08/2020

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La scorsa settimana è proseguito, accentuandosi, quello strano fenomeno di dissociazione tra economia reale e mercati finanziari, che osserviamo da mesi.

L’uscita di due importanti misurazioni dell’economia reale hanno fornito quella evidenza che solo i numeri che si susseguono in una serie storica possono fornire. Mi riferisco alla prima stima del PIL del secondo trimestre per USA e Germania, due delle prime 3 economie al mondo, che hanno presentato un crollo trimestrale che ha battuto ogni precedente record negativo: -32,9% annualizzato per gli USA e -10,1% trimestrale per la Germania, che, se venisse fornito il dato annualizzato con gli stessi criteri di stima usati negli USA, equivarrebbe a -40,4%.

Non c’è dubbio che si tratta di una mazzata prevista, ma non per questo meno terrificante.

Ebbene in mezzo a queste macerie economiche, le borse europee hanno chiuso la settimana maluccio (-4,12% settimanale per Eurostoxx50 e -4,09% l’indice tedesco Dax) ma non così distanti dai valori di inizio anno, quando del corona-virus solo i cinesi sospettavano l’esistenza. Eurostoxx50 dista -15%, ma per colpa delle borse più deboli (-19% quella italiana, -20% quella francese e -28% quella spagnola). Il Dax tedesco solo -7%.

Ancora più eclatante è stata la resislienza degli indici USA. Solo il Russell2000 delle small cap è distante dai valori di inizio anno per cifre simili a quelle europee (-11,5%). SP500 è addirittura in positivo (+1,25%) ed il tecnologico Nasdaq100 segna un fantasmagorico +25%. Dato che questo sta succedendo nell’anno della recessione record, lo scollamento emerge in tutta la sua evidenza.

So già che cosa starà pensando il lettore un po’ più scafato: “Grullo! I mercati scontano il futuro, mentre il 2° trimestre è il passato!”.

Vero. Ma si dà il caso che il terzo trimestre, su cui si puntava per la mitica inversione produttiva a V, non stia andando come sperato. Per colpa del virus che non se ne vuole proprio andare, dato che in Europa dà segni di ritorno ben prima dell’autunno ed in USA sta continuando a moltiplicarsi a ritmi sempre più accelerati, si susseguono nuove restrizioni alla mobilità ed al commercio (in Europa) e rinvii e rallentamenti nel processo di riapertura dell’economia USA. Questi parziali ritorni di lockdown in importanti aree produttive e la persistente paura del virus nella popolazione mondiale, continuano a frenare sia l’offerta che la domanda e rischiano di bruciare gran parte del recupero che si prevedeva di conteggiare nel PIL del terzo trimestre. Ora nessun economista serio utilizza più la lettera V per descrivere le caratteristiche della ripresa post-virus. I più ottimisti parlano ripresa a U, con una prima parte di recupero molto lento, che potrebbe ingigantire il numero dei fallimenti e far indossare alla crisi, per ora solo economica, grazie alle potenti iniezioni di sussidi e liquidità da parte dei governi e delle banche centrali, anche l’abito, meno comodo per i mercati, della crisi finanziaria.

Non manca chi prevede addirittura una seconda caduta recessiva, come una sorta di W.

E’ evidente che in questo contesto dire che i mercati tengono o addirittura salgono perche vedono un futuro roseo, equivale ad affermare che un ubriaco bendato sta correndo contro il muro perché sa che il muro si sposterà.

La verità è che quell’ubriaco al posto del muro vede una bottiglia di buon vino.

Fuori di metafora, i mercati salgono perché nei prezzi che segnano ogni giorno non scontano l’andamento dell’economia, ma qualcos’altro.

Proviamo perciò ad eliminare dalla nostra mente l’idea che nei mercati azionari quel che conta è l’economia e la possibilità di fare utili da parte delle società quotate.

Sostituiamo a questa convinzione quella che sui mercati si stia sviluppando una gigantesca bolla speculativa. Se non vi piace il termine sostituitelo con quello di “inflazione finanziaria”.

A nessuno piace vedere i mercati scendere. Non piace agli investitori, per ovvi motivi. Non piace ai politici al potere, perché, specialmente in USA, nessun Presidente viene rieletto senza l’aiuto di Wall Street.

Da un po’ di anni non piace più nemmeno alle banche centrali. Una volta la loro politica monetaria guardava solo all’economia reale ed ignorava l’andamento dei mercati, considerati variabile dipendente dell’economia. Da qualche anno non se lo possono più permettere. Il debito globale ha assunto dimensioni così abnormi che una crisi finanziaria non controllata, in cui tutti quelli che oggettivamente non riescono neanche più a pagare gli interessi venissero lasciati fallire, provocherebbe un effetto domino devastante e metterebbe a repentaglio il sistema capitalistico. Per incederci: un multiplo di quel che si è visto nel 2008 con la crisi dei titoli tossici, che erano una piccola frazione di quella che oggi è la montagna di titoli spazzatura in circolazione.

I mercati “non possono” scendere, come un ciclista in salita non può permettersi di smettere di pedalare, altrimenti cade.

Ebbene, non c’è la minima idea di come riformare le basi del capitalismo per trasformarlo in un sistema che diffonda ricchezza anche per le fasce più povere della popolazione anziché concentrarla in poche mani, crei valore con aumenti di produttività, anziché distruggerlo col debito. O meglio, le idee magari ci sarebbero, ma non fanno comodo a quelle poche mani che ora si accaparrano tutto.

Pertanto il mandato delle banche centrali di tutto il mondo è diventato: cercate di tenere in piedi il sistema finché potete e rinviate il più possibile la resa dei conti.

La Banche centrali conoscono un solo modo per comprare tempo: rendimenti a zero (così gli zombie non falliscono subito) e inondare il sistema di liquidità, per inflazionarlo, cioè creare l’illusione che i valori aumentino anche se in realtà si produce sempre meno. Ricordo, en passant, che il tasso di crescita del PIL USA medio del decennio 2010-2019 (cioè prima del virus) è stato del 2,1%, la percentuale più bassa dal dopoguerra. Il virus candida il decennio appena iniziato a peggiorare ancora il record.

Ecco perché l’obiettivo delle banche centrali è diventato far salire l’inflazione. In questo modo i debiti diventano più sostenibili, anche perché il debitore riesce a fregare i creditori restituendo denaro svalutato.

Si dà il caso, però, che il sistema bancario, che dovrebbe essere il motore che diffonde la liquidità nell’intera economia in modo da generare inflazione, abbia deciso di non rischiare a fare prestiti a chi non li merita, preferendo andare a ingolfare di liquidità i mercati finanziari, concentrando gli acquisti sui soliti big, dotati di potere quasi monopolistico nel settore tecnologico, e pertanto più “sicuri”. Peraltro questi grossi big pesano sugli indici molto di più delle semplici small cap e la loro crescita spinge in alto anche gli indici, aumentando l’illusione di essere tutti più ricchi grazie alla finanza e che le borse siano destinate a salire per sempre.

Perciò, se questo è il meccanismo, i prezzi di borsa non scontano l’andamento dell’economia, ma l’andamento della liquidità che le banche centrali faranno piovere.

E se l’economia va male, paradossalmente, diventa un bene per le borse, perché questo spingerà le banche centrali a fornire altra droga monetaria, in un circolo vizioso che prima o poi andrà ad assaggiare la durezza dell’impatto col muro, ma fino a quando questo non succederà (l’ubriaco è bendato e non vede il muro), l’afflusso di nuova droga spingerà in alto i mercati.

Venendo al pratico, le correlazioni che per ora sembrano funzionare sono: liquidità-azionario (correlazione diretta); liquidità-obbligazionario (correlazione diretta sui prezzi, inversa sui rendimenti); liquidità-metalli preziosi (correlazione diretta).

L’andamento di breve periodo è dominato ovviamente dall’emotività e dall’alternarsi di impulsi e correzioni. Ma nel medio periodo (questo e parte del prossimo anno) nulla fa pensare che il flusso della liquidità si interrompa. Anzi, credo che arriveranno altre erogazioni aggiuntive, man mano che i dati dell’economia reale saranno deludenti. Perciò l’effetto dovrebbe continuare. Una sorta di tanto peggio per l’economia, tanto meglio per le borse.

Mi aspetto perciò per i prossimi mesi una salita ulteriore dell’azionario, una discesa ulteriore dei rendimenti ed una forte salita anche per i metalli preziosi.

L’indice SP500 dovrebbe superare abbondantemente i massimi storici, arrivando oltre 4.000; un Nasdaq100 potrebbe arrivare magari a 15-18.000 punti.

I rendimenti obbligazionari potrebbero scendere sotto zero anche sul decennale USA, e magari arrivare a -1% sul Bund tedesco.

L’Oro potrebbe superare anche i 2.500 $ l’oncia.

Prima o poi arriverà il muro. Ma, con quel che abbiamo visto in questa prima metà del 2020, sarei portato a pensare più poi che prima.

Questo significa che eventuali scivolate agostane dei mercati che sono impostati al rialzo nel medio periodo sarebbero l’ennesima occasione di acquisto in un mercato toro di lungo periodo che sembra non volersi riposare mai.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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