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IL MONDO VIRTUALE DELLA PANDECONOMY
11/05/2020

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Venerdì scorso sono state pubblicate in USA le statistiche sulla “creazione” di posti di lavoro non agricoli del mese di Aprile. Come previsto e temuto è stata fotografata la peggior distruzione di occupazione mai avvenuta nella storia degli USA in un solo mese (-20,5 milioni di occupati rispetto al mese precedente), con il tasso di disoccupazione schizzato dal 4,4% di marzo al 14,7%. Molto peggio del 1982, quando arrivò ad un massimo del 10,8% e della grande recessione del 2008-2009, quando il tasso di disoccupazione passò dal 4,7% fino al culmine del 10%, ma ci mise 23 mesi, dal novembre 2007 ad ottobre 2009. Questa volta è stato tutto estremamente velocizzato dal lockdown globale, che ha interessato la gran parte degli stati USA, soprattutto le aree nevralgiche e tutti i settori non essenziali dell’economia.

Un disastro in un solo mese. Mai vista una cosa simile. Non solo. Mai si sarebbe potuta immaginare.

Che cosa ha fatto allora l’indice SP500, di fronte a questo disastro? E’ salito ininterrottamente fin dal momento in cui i dati sono stati comunicati ed ha chiuso la giornata in rialzo (+1,69%), così come la settimana (+3,28%) riportandosi nuovamente a contatto con il livello di ritracciamento di Fibonacci del 61,8% di tutto il grande calo avvenuto tra il 19.2 ed il 23.3, a soli 25 punti dal massimo del recupero realizzato il 29 aprile scorso.

Come se niente fosse? No, addirittura come se il dato fosse positivo.

Infatti qualche commentatore, che deve sempre trovare una ragione logica in quel che fanno i mercati, perché i mercati non sbagliano mai, ha motivato il rialzo come effetto del sospiro di sollievo per un dato meno peggio del previsto, perché gli analisti si attendevano -21 milioni ed il dato è stato -20,5. La logica di questa interpretazione è equivalente al gioire, dopo che una mannaia si è abbattuta sulle dita delle mie due mani, al constatare che un solo mignolo non è stato tranciato.

Altri, più sofisticati, puntualizzano che i mercati scontano il futuro e non il passato. La recessione, di cui la perdita di posti di lavoro è l’effetto forse più eclatante, è stata già scontata col grande calo di febbraio-marzo ed il disastro occupazionale è già nei prezzi.

Ma anche questa interpretazione fa acqua da tutte le parti. A fine marzo, quando il mercato ha fatto i minimi, nessuno immaginava una devastazione simile. Ne abbiamo una prova andando a vedere che cosa ipotizzava circa un mese fa un campione molto rappresentativo dell’opinione del mercato, cioè il “panel” dei 18 migliori istituti di previsione macroeconomica. La loro previsione sul PIL USA del 2° trimestre, quello in corso ora, aveva una certa dispersione, dato che il più ottimista (Bloomberg) prevedeva un calo del PIL annualizzato del -9%, mentre il più pessimista (Capital Economics) ipotizzava -40%. Ma la media di consenso del campione era per un calo del PIL del -16,9%.

Nell’arco di un mese molti di questi oracoli hanno rivisto le stime e quelli che lo hanno fatto le hanno invariabilmente peggiorate, tanto che la media di consenso del campione è quasi raddoppiata, con un clamoroso -30,2%. Mi sembra evidente che la percezione sull’economia non sia affatto migliorata.

Ma gli indici USA, imperterriti, hanno recuperato molto del terreno perso con la scivolata quaresimale (SP500 si è ripreso quasi due terzi del calo dai massimi pre-pandemici, il tecnologico Nasdaq100 addirittura i 5/6 del calo e rispetto ad inizio anno è a +5,6%).

Perciò gli analisti economico vedono sempre più nero, mentre i mercati sempre più rosa.

Qualche domanda occorre farsela.

Gli analisti macroeconomici stanno prendendo cantonate? Sembrerebbe di no, poiché gli effetti della recessione su tutti gli aggregati di aprile si sono abbattuti come uno tsunami, causando crolli sulle vendite, sulla produzione, sugli investimenti, sulla fiducia dei consumatori… insomma, su tutto quel che misura lo stato di salute di un’economia reale. Inoltre il lockdown è terminato al momento in una sparuta minoranza dei paesi interessati all’epidemia, situati prevalentemente in Asia mentre la maggioranza del mondo produttivo globale è ancora in fase di distanziamento sociale più o meno accentuato. Nulla fa pensare che si possa tornare rapidamente alla situazione che il mondo viveva solo 3 mesi fa. Nulla fa pensare che il futuro prossimo ed il medio termine (almeno tutto quest’anno) possa cancellare la devastazione che interi settori stanno subendo (viaggi, vacanze, eventi sportivi e culturali, spettacolo ed intrattenimento di massa). Inoltre i costi per il distanziamento sociale necessario per riaprire qualche attività peseranno sui risultati economici di quest’anno. L’incertezza sul futuro sta frenando e probabilmente per un po’ ancora frenerà gli investimenti. I dividendi subiranno battute d’arresto e i miracolosi buyback, che nel 2019 hanno sostenuto il volo di Wall Street, diventeranno sempre meno praticati. Nessun analista oggi prevede più una recessione rapida, confinata nella prima metà del 2020 e seguita da un forte rimbalzo, anche perché gli scienziati ci stanno abituando a convivere col virus e, se non escludono che in estate vada un po’ in letargo, prospettano il suo ritorno in autunno, magari dopo una nutazione che lo renderà nuovamente imprevedibile.  

Eppure i mercati salgono. Che cosa scontano?

Probabilmente scontano le speranze nel vaccino rapido e in qualche altro farmaco miracoloso, che si sta testando, che riesca a neutralizzare le complicazioni letali delle infezioni.

Sicuramente speculano sui vincitori di questa colossale guerra, che vede perdente l’economia tradizionale, quella che usa le mani e se le sporca, e vincente l’economia tecnologica, la ricerca biomedica e la finanza dell’azzardo morale protetto dalle banche centrali, che salvano sempre i peggiori.

Ma soprattutto scontano il mondo virtuale, come nel film Matrix, creato dai governi e dalle banche centrali, per non fare i conti con il mondo reale. I governi creano trilioni di nuovo debito pubblico, da sparpagliare a pioggia con l’elicottero sui lavoratori e sulle perdite delle imprese. Le banche centrali emettono trilioni di moneta con cui finanziano i debiti pubblici dei governi e i debiti privati delle imprese, che altrimenti fallirebbero. Non abbandoneremo nessuno, dicono le autorità.

Tutto sembra stare in piedi. Basta non chiedersi chi pagherà il conto, quando bisognerà ripagare i debiti.

Dato che quel momento non è imminente, i mercati possono tranquillamente non pensarci ancora.

Intanto diamo un altro calcio al barattolo, socializziamo un po’ le perdite, cercando di tenere ancora in piedi il sistema che tanti soldi ha fruttato alla finanza nell’ultimo decennio. Poi si vedrà.

Se ci pensate, è sempre il solito modo di affrontare i problemi, tutti i problemi del mondo: dal cambiamento climatico alla sporcizia che scarichiamo sul pianeta; dalla distruzione delle foreste, che ci porta i virus degli animali selvatici in vacanza dentro l’uomo, all’enorme disuguaglianza economica, che porta guerre e migrazioni di massa. Fino al debito globale, sempre più colossale.

La soluzione è: Tranquilli, fate debito e speculate. Andrà tutto bene.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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