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L'ULTIMO REGALO DI SUPERMARIO
14/09/2019

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I mercati finanziari hanno passato tutta l’estate ad immaginare il comportamento delle banche centrali per fronteggiare le minacce di recessione che aleggiano sul mondo, dopo l’inasprirsi nei fatti della guerra commerciale USA-Cina ed il sostanziale blocco degli investimenti delle imprese, paralizzate dall’incertezza sul futuro. Giovedì scorso hanno potuto  avere già la prima risposta da parte di Draghi, dal quale attendevano un bel regalo d’addio nella sua penultima Riunione da Presidente BCE. E SuperMario non li ha delusi, predisponendo una serie di misure molto generose per banche, speculazione rialzista e debitori di ogni risma, che prolunga a tempo indefinito, ma presumibilmente lungo, l’era della repressione finanziaria e dei rendimenti negativi, che già oggi interessano nel mondo un ammontare di bond superiore  ai 17.000 miliardi di $. Inoltre, annunciandole appena prima della sua successione, ha costruito una gabbia entro cui la francese Lagarde, che andrà a succedergli, si troverà rinchiusa, con le mani legate dalla “continuità” col predecessore e, chissà per quanto tempo, costretta a convivere col fantasma nella stanza.

Chi si attendeva magnanimità monetaria, ha visto addirittura superate le sue aspettative. Tutto quel che si era immaginato che potesse essere deciso, è stato deliberato, ed anche qualcosa di più.

IL PACCO REGALO

Sintetizzo le misure adottate, che sulla stampa specializzata si può trovare spiegato nei dettagli:

1) Taglio del tasso sui depositi presso la BCE, portato da -0,4% a -0,5%.

2) Introduzione del Tiering, cioè un nuovo strumento creato per mitigare gli effetti negativi sui bilanci delle banche europee del taglio indicato al punto 1). Si esenta dal tasso negativo una parte significativa di riserve in eccesso depositate presso la BCE, cioè l’equivalente di 6 volte la riserva obbligatoria. E’ una bella sommetta, stimata in circa 700 miliardi di euro, su cui le banche europee non pagheranno più nulla, cioè né lo 0,5% appena deliberato, nè lo 0,4% che pagavano fino a giovedì. Un regalino di circa 3 miliardi l’anno per l’intero sistema bancario europeo.

3) Estensione delle durate e miglioramento delle condizioni per le aste di liquidità riservate alle banche che vogliono prestare alle imprese (TLTRO). Anche questa è una misura favorevole alle banche.

4) Reintroduzione del Quantitative Easing, cioè l’acquisto di bond sovrani e corporate direttamente sul mercato, per 20 miliardi di euro al mese, a partire da Novembre e senza un limite di durata prefissato. Questa misura era già in vigore fino al dicembre scorso, ma venne sospesa anche per le crescenti perplessità sulla sua utilità. Una riguardava la difficoltà a reperire sul mercato titoli di stato da comprare in quantità sufficiente a rispettare la regola della Capital Key, cioè l’obbligo di acquistare un ammontare di titoli sovrani emessi da ciascun membro dell’Eurozona in proporzione al peso che questi ha nel capitale della BCE. Era diventato quasi impossibile trovare titoli tedeschi per il 26% circa dell’ammontare mensile di QE, come impone la regola, dato che i tedeschi hanno il bilancio in attivo e ne emettono pochi. Inoltre quei pochi reperibili sono costosi, poiché hanno rendimento a scadenza negativo. E questo significa che la BCE finanziava il governo tedesco e lo pagava pure per poterlo fare, oltre a contribuire con i suoi acquisti al mantenimento dei rendimenti negativi e dell’obbligo, anche per tutti gli altri investitori in Bund, di pagare la Merkel perché usasse i loro quattrini.

La reintroduzione del QE comporterà la sospensione della regola della Capital Key e più discrezionalità negli acquisti di bond sovrani (il che andrebbe ad avvantaggiare gli acquisti dei nostri BTP), oppure un ribilanciamento degli acquisti a vantaggio dei corporate bond, a cui probabilmente si aggiungeranno i bond emessi dalle banche, che riceveranno così un altro regalo indiretto, dato che, grazie agli acquisti BCE, si abbasserà il rendimento che ora il mercato pretende per finanziarle. Già abbiamo diverse grandi multinazionali che, grazie agli acquisti BCE, si finanziano a rendimenti negativi. Avremo anche le grandi banche.

5) Fissazione di una regola generale (forward guidance) diversa dalla precedente per attuare la futura (chissà quando…) “normalizzazione”: la politica monetaria rimarrà espansiva come ora, o anche più,  fino a quando l’obiettivo di inflazione (circa il 2%) verrà raggiunto ed adeguatamente consolidato. Non più un termine temporale (almeno fino a …), ma teoricamente anche per sempre, se l’obiettivo non venisse mai raggiunto. Dati i precedenti, cioè che mai negli ultimi 10 anni la BCE ha raggiunto il suo obiettivo di inflazione, si è deliberato una sorta di generosità infinita.

I mercati possono ora tranquillamente contare su tassi negativi per un considerevole periodo di tempo, come mai è successo in passato e come solo in Giappone si è visto negli ultimi 30 anni.

ERA IL CASO?

Tutto ciò è stato presentato come medicina utile per curare la bassa inflazione e la crescita sempre più moscia dell’Eurozona.

Chi mi legge da qualche tempo sa che non sono mai stato molto tenero con Draghi, a differenza della massa degli osservatori, che lo venera come il Deus Ex Machina da quando, il 26 luglio 2012, 9 mesi dopo il suo insediamento alla guida della BCE, in un momento di grossa crisi dell’euro, tramortito dal default greco e dallo spread dei PIIGS, e con l’esercito dei fondi hedge che speculava al ribasso sul debito dei paesi più deboli dell’Eurozona e puntava sul disfacimento della moneta unica, davanti ad una platea di investitori e gestori di fondi a Londra, pronunciò la celebre frase “the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. (pausa) And believe me, it will be enough!”, che in italiano suona così: “La BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro… E, credetemi, basterà!”

Fu la certificazione dell’irreversibilità dell’euro e l’impegno solenne a fornire da quel momento ogni sorta di aiuto monetario, senza limiti, ai paesi che avevano adottato la moneta unica e si erano messi sotto la sua ala protettrice.

Quella frase lo inchiodò per tutto il suo mandato al ruolo dello zio buono, che periodicamente viene a farti visita e ti porta sempre un regalo, al punto da diventare il beniamino dei mercati finanziari, che dal 2014 stanno beneficiando di tassi a zero, misure di espansione dei prestiti bancari (i ripetuti LTRO), ed per un periodo di 4 anni hanno goduto del Quantitative Easing, grazie al quale la BCE ha acquistato titoli di stato e corporate bond sul mercato per un importo complessivo di circa 2.700 miliardi di euro, portandone così l’ammontare nel proprio portafoglio a superare i 4.700 mld di euro, ben più di quanto abbia la Federal Reserve.

Già allora l’obiettivo ufficiale da raggiungere con queste misure era quello di portare l’inflazione stabilmente intorno al 2% e quello secondario, non dichiarato ufficialmente, poiché non è un suo compito statutario, stimolare la crescita economica dell’Eurozona.

Il motivo per cui non sono mai stato tenero con Draghi, attirandomi a volte l’accusa di essere un gufo ed un anti-italiano, è molto semplice. Ho l’abitudine di cercare di verificare se i fatti hanno realizzato le intenzioni.

Ed i fatti sono impietosi. Durante tutto il periodo seguente il “Whatever it takes” fino ad oggi, l’inflazione ha toccato solo per pochissimi mesi all’inizio dello scorso anno il 2%, ma per tutto il restante periodo è stata abbondantemente al di sotto dell’obiettivo ed oggi langue all’1%.

La crescita economica è riuscita a risollevarsi dal doppio tuffo in recessione (nel 2008 e nel 2012), ma ha proceduto a tassi quasi sempre assai inferiori al 2% annuo e ben distanti da quelli che ci ha fatto  vedere l’economia USA. Oggi la crescita annua del PIL dell’area euro è appena +1,2% e, dato che Germania ed Italia stanno entrando in recessione, nei prossimi trimestri scenderà vistosamente. Il valore dell’euro rispetto al dollaro, che potremmo assumere come ulteriore indicatore di efficienza economica dell’Eurozona, che Draghi ha ereditato a 1,40, ora è mestamente in calo a 1,10, vicino ai minimi assoluti toccati nel 2016 a 1,04. Per chi ha fatto una questione d’onore la difesa dell’Euro, neppure questa pare una grande impresa.

Se i risultati sono questi, perché ostinarsi a riproporre la stessa medicina che già non ha funzionato?

Se gli effetti positivi su inflazione e crescita non si sono visti col QE da 80 miliardi, per quale motivo dovrebbero vedersi con questa nuova release da 20? Se 5 anni di tassi a zero non sono bastati, perché le cose dovrebbero cambiare se si continua per altri 5?

Dice il proverbio che se errare è umano, il perseverare diventa diabolico.

Molti commentatori risponderebbero: senza Draghi le cose sarebbero andate peggio. E’ probabile, ma è necessario chiedersi se sia stato sensato usare tutta questa potenza di fuoco monetario (il mitico Bazooka) per così tanto tempo, ed ancor più se lo sia il riproporla pochi mesi dopo averla sospesa. Tutto ciò per ottenere risultati da “meno peggio”.

GLI EFFETTI COLLATERALI

La cosa molto grave, a mio parere, è che si sottovalutino i rischi enormi degli effetti collaterali negativi, che già si vedono oggi, e col tempo diventeranno macigni.

Nel breve periodo il rischio immediato è quello della guerra valutaria, di cui Draghi non sarebbe l’unico ma uno dei responsabili. Le politiche accomodanti, una volta iniziate da una banca centrale, vengono imitate da tutte le altre banche centrali, per non subire la rivalutazione della propria moneta e penalizzare la competitività della propria economia. In questo modo la guerra dei dazi rischia di accoppiarsi con una guerra valutaria, a colpi di svalutazioni competitive e rincorse ad abbassare i tassi. E’ proprio quel che l’aggressivo Trump sta chiedendo da mesi di fare a Powell, che da queste misure BCE trarrà ulteriore pressione a tagliare i tassi in USA la prossima settimana. Le altre banche centrali seguiranno.

Inoltre il messaggio inviato ai politici europei con la promessa di tassi negativi ancora per molto tempo, allargherà i fori di chi ha già le mani bucate. I governi, specialmente quelli meno virtuosi, ora penseranno ancor più di prima ad aumentare la spesa in deficit, data la gratuità del finanziamento, garantito dalla repressione perenne dei rendimenti.

Del resto che cos’è l’invito fatto da Draghi in conferenza stampa ai politici (per la verità è diretto ai “governi che possono”)  affinché prendano ora loro in mano il destino della crescita, perché la BCE non può più aumentare la sua supplenza?  Sappiamo che è soprattutto un invito alla Germania, l’unico tra i grandi dell’Eurozona in surplus di bilancio e con tutti i parametri a posto, affinché spenda un po’ di più, perché può permetterselo. Ma c’è da scommettere che i tedeschi lo accoglieranno solo in parte, come ha già ribadito la Merkel (“la politica dello zero deficit non cambia”), mentre diventerà un incentivo per tutti gli altri paesi ad indebitarsi ulteriormente. Mi stupirei enormemente se il governo italiano “giallo-Rousseau” non lo interpretasse come il sostegno di Draghi a cambiare il patto di stabilità e chiedere alla UE maggior flessibilità che consenta spese allegre nella prossima legge di bilancio.

Ma è nel medio-lungo termine che si vedranno i peggiori effetti. Prima o poi i risparmiatori si chiederanno che senso abbia investire, e magari anche risparmiare, per ottenere rendimenti negativi. Un sistema che non risparmia non ha nulla da investire per crescere ed innovare. A meno che non investa il risparmio delle generazioni future, che dovranno poi pagare il conto. Lo si sta facendo già da parecchi anni. Queste politiche incentivano l’indebitamento e puniscono il risparmio.

Ma anche per il sistema finanziario saranno dolori. I fondi pensione e le assicurazioni sulla vita, che basano lo loro prestazioni sui rendimenti dei capitali raccolti, in mancanza di rendimento scopriranno di non poterle più erogare. Le banche, con un margine di interesse ridotto a pochi decimali, collezioneranno perdite e licenzieranno il personale. L’intero sistema finanziario che, da che mondo è mondo, si regge sulla remunerazione del rischio mediante il rendimento, verrà travolto. I mercati smetteranno definitivamente di funzionare come misuratore del rischio attraverso il rendimento e si trasformeranno (lo sono già!) in una bisca con le carte truccate.

Come è possibile pensare che tutto ciò possa durare a lungo?

Perché allora si continua questa opera di demolizione sistematica delle basi del capitalismo?

Perché forse i banchieri centrali ormai sono completamente ostaggio della speculazione finanziaria delle grandi banche d’affari e dei fondi hedge, molto più che nel 2007.

Se ci pensiamo bene l’unico grande risultato ottenuto dalle politiche della BCE (e di tutte le altre banche centrali) in questi anni è stato l’enorme beneficio arrecato alla speculazione finanziaria mediante la creazione e l’alimentazione di quell’enorme bolla speculativa sui titoli obbligazionari che ha fatto raggiungere poche settimane fa il minimo storico al rendimento ai Bund tedeschi, arrivati a segnare un rendimento a scadenza negativo su tutta la curva, dai 3 mesi ai 30 anni di durata. Mai successo prima.

Ma anche l’azionario è stato adeguatamente pompato, proprio per il fatto che i rendimenti sottozero sugli strumenti solidi spingono gli investitori a cercare rendimenti positivi in strumenti più rischiosi ed a pagarli profumatamente, al di là di ogni  valutazione di buon senso. Perciò con un’economia tedesca sostanzialmente in viaggio verso la recessione ci ritroviamo l’indice Dax a soli 7 punti percentuali di distanza dal suo massimo storico.

E’ la manipolazione rialzista dei mercati l’unico vero risultato ottenuto da Draghi e dagli altri banchieri centrali. Questo spiega il motivo per cui il mondo finanziario lo adora e i media mainstream, che giudicano l’economia da come vanno le borse, pendono dalle sue labbra ogni volta che parla. Non mi stupisce che anche stavolta il coro dei lacchè abbia lodato i suoi regali alla speculazione. Mi stupisce che siamo ancora pochi a gridare che il re è nudo, come eravamo pochi nel 2007. Poi venne il 2008…

Ma non fateci caso. Io sono un gufo.

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