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05/08/2019

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Come spesso accade, dopo tanta ostinazione rialzista e la realizzazione di record a ripetizione, viene il momento in cui finisce la benzina, ed allora lo storno assume sembianze simmetriche all’euforia che lo ha preceduto.

In questo caso si dice che la benzina ai mercati è stata rubata dall’ostinata voglia di litigare di Trump, che ha improvvisamente deciso, contro il parere di quasi tutti i suoi collaboratori (così ci raccontano i pettegolezzi della Casa Bianca), di imporre, a partire dal 1 settembre,  dazi al 10% su 300 miliardi di beni importati dalla Cina, e suscitato la reazione piccata dei cinesi (“se lo faranno noi risponderemo adeguatamente”) e l’abbandono delle speranze dei mercati in un rapido rappacificamento tra le parti.

Il fulmine a ciel sereno è caduto su mercati che giovedì scorso sembravano ancora tentare, contro ogni evidenza, di vedere il bicchiere mezzo pieno nella decisione di Powell di abbassare i tassi “solo” di un quarto di punto e senza impegno a riduzioni ulteriori.

Li ha colti assai impreparati a gestire un importante evento contrario alla narrazione fino a quel momento dominante, cioè che la solidità dell’economia USA e la cintura di sicurezza di Powell avrebbero permesso di continuare il volo verso nuovi record, senza necessità di riflettere troppo, né di correggere le esagerazioni.

Per chi non l’avesse letto, riporto qui sotto in corsivo una parte del commento che scrissi martedì 30 luglio, quando ancora non si sapeva quale scelta avrebbe fatto la FED e, tra le ipotesi che ritenevo più probabili ed i successivi scenari che avrebbe aperto ciascuna di esse, elencai anche quella che poi si è completamente realizzata.

“Caso 2.1: Powell sarà molto parco di dettagli sul futuro e consegnerà, come Draghi, il messaggio che il futuro dipenderà dai dati, che la FED è pronta ad agire se necessario, che il taglio è preventivo, ma potrebbe anche bastare, ecc… In questo caso sui mercati, a mio parere, l’euforia potrebbe lasciare spazio alla correzione fin da subito, come è avvenuto in Europa.

Del resto non va dimenticato che SP500 arriva all’appuntamento molto tirato. I grafici ci mostrano parecchi segni che ci rappresentano l’indice come pronto a stornare. Cito quelli a mio parere  principali. SP500 dista oggi dalla media mobile a 200 sedute il +8,4%. Le 5 correzioni più significative degli ultimi 4 anni sono partite quasi tutte da distanze inferiori. Solo quella di gennaio-marzo 2018 partì da una distanza superiore 14 punti percentuali. E’ un chiaro segno di eccesso euforico. Il secondo campanello d’allarme è la nutrita serie di divergenze che hanno accompagnato gli ultimi record storici: divergenza ribassista sugli indicatori RSI e MACD; divergenza tra SP500, che è ai massimi, e indice Russell 2000 delle small cap che è ancora lontano dai massimi. Gli indicatori di partecipazione al rialzo rivelano, nel mese di luglio, che i titoli che salgono sono sempre di meno, nonostante i record fatti dagli indici. Il Vix, l’indice della paura, che misura la volatilità attesa dai venditori di opzioni sull’indice SP500 è tornato a 12, e misura nuovamente una situazione di assoluta confidenza rialzista da parte degli operatori. Ricordo che sono più o meno i valori che hanno anticipato le correzioni di maggio 2019 e ottobre 2018.”

Chiedo scusa per la lunga auto-citazione, ma l’ho fatta perché i giornali specializzati (o meno), nei giorni in cui io scrivevo quelle parole, soffiavano la tromba dell’invito a comprare perché la politica monetaria, tornata espansiva avrebbe facilitato la realizzazione di sempre nuovi record, in un crescendo rossiniano senza fine.

Invece i grafici ci invitavano alla cautela e ci dicevano che molto di quel che avrebbe regalato Powell era già stato speso nella salita fino a fine luglio, che la guardia dei mercati era scoperta, poiché il Vix a 12 non prevedeva nessun possibile inciampo, esattamente come le volte precedenti in cui l’inciampo (e che inciampo) inesorabilmente arrivò.

Mercoledì scorso la correzione è ufficialmente partita ed ha già fatto un po’ di strada. Venerdì il crollo europeo, con indici in calo di 3 punti ha tolto ogni residuo dubbio a che ne avesse ancora. L’indice USA SP500 ha già rotto ben 3 supporti (2.973, 2.963 e 2.950), penetrato le medie a 20 e 50 sedute e venerdì scorso ha arrestato la caduta sul supporto di 2.913 (minimo della piccola correzione del 21-26 giugno) dove si trova anche la percentuale del 38,2% di ritracciamento dell’intero movimento rialzista attuato dal minimo del 3 giugno al massimo storico del 26 luglio scorso.

La rottura di questo supporto, dovuto alle vendite precipitose di quelli a cui si sono aperti gli occhi nel weekend, potrebbe oggi proseguire il calo e costringerci a guardare al successivo obiettivo di 2.875, minimo del 12 giugno scorso e, guarda caso, livello di ritracciamento del 50% del movimento rialzista estivo. Siccome per un mese non scriverò più commenti, è bene indicare anche gli obiettivi successivi: 2.840, 61,8% di ritracciamento e livello a cui transiterà in agosto la media mobile a 200 periodi, ed infine 2.730, il minimo del 3 giungo, da cui è nata la seconda gamba euforica del mercato azionario 2019, dopo il primo forte impulso Gennaio-Aprile e la correzione di maggio.

Ancora un’occhiata agli oscillatori di momentum. RSI(14) è a 39 ed ha ancora spazio per consentire un’ulteriore accelerazione ribassista immediata fino al raggiungimento dell’ipercomprato sotto quota 30, che dovrebbe, molto probabilmente, favorire una reazione. Quel che succederà dopo è da vedere, anche se non sottovaluterei la pericolosità della stagionalità ribassista di agosto e settembre.

Abbiamo comunque già la possibilità ora di evidenziare il punto di negazione dello scenario correttivo. Sarebbe il ritorno dell’indice USA sopra i 3.000 punti nei prossimi giorni.

Il comportamento dei mercati europei seguirà quello degli indici USA.

Ci sono ancora alcuni sviluppi interessanti, al di fuori del mercato azionario, da notare.

- Il risveglio dei metalli preziosi (oro ed argento) che hanno generato segnali rialzisti di lungo periodo e nei giorni scorsi sono tornati sui massimi dell’anno.

- Il tonfo del petrolio, che è stato colpito dalle attese di recessione che la continuazione della guerra commerciale ha rinfocolato;

- Il rally, che sembra senza fine, dell’obbligazionario, che ha raggiunto nuovi minimi di rendimento. Il Treasury decennale USA è tornato a rendere solo 1,77%, valori che non toccava più dal novembre 2016. Il bund tedesco è arrivato a -0,53%, minimo storico di rendimento;

-   L’accelerazione e la rottura del supporto dobbiamo fare qualche ipotesi sui possibili sviluppi.

Sono tutte evoluzioni compatibili, anzi propedeutiche, all’estensione della correzione in atto e segnalano che la recessione in USA nei prossimi mesi, che Powell non vede, i mercati invece la vedono benissimo.

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