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IL TIRO AL PICCIONE DELLE MANI FORTI
18/07/2019

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Sono molte settimane che nei commenti faccio notare lo scollamento tra l’andamento dei mercati, serenamente al rialzo come se il futuro fosse sgombro da nuvole, e l’affaticamento dell’economia reale globale, chiaramente segnalato dagli indicatori macroeconomici in ripiegamento e dal cambiamento di atteggiamento delle banche centrali, tornate accomodanti come quando dovevano lottare contro la deflazione.

Ho motivato questo comportamento con l’assoluta confidenza dei mercati nel potere taumaturgico del calo dei tassi, in grado di riattivare il vigore della crescita di un ciclo di espansione economica che dura, in USA, da ben 10 anni, ed ha ottenuto in questo mese di luglio il record di longevità tra tutti i cicli economici espansivi della storia americana, avendo superato per durata anche la lunga espansione degli anni ’90.

A sostegno dell’entusiasmo vi è poi anche la convinzione che per la guerra dei dazi l’esito sia scontato ed il raggiungimento dell’accordo sia inevitabile per sostenere la campagna elettorale ormai lanciata dal Presidente Trump.

Fino a ieri neppure le prudenti e non ottimistiche attese degli analisti sui profitti societari del secondo trimestre (è previsto per le 500 principali corporation USA un calo medio dei profitti di quasi il 3% rispetto al medesimo trimestre dello scorso anno) aveva fermato l’entusiasmo, come se già si sapesse che le attese degli analisti sarebbero state battute anche questa volta e l’indice SP500 avrebbe esteso il suo volo fino agli obiettivi partoriti dalla mente degli ottimisti, che, dopo il superamento di quota 3.000, ci raccontano di una prossima destinazione a 3.200-3.300 punti.

La grande crisi finanziaria del 2008 ha cambiato profondamente il DNA delle banche centrali, diventate sempre più votate all’accondiscendenza monetaria ed alla protezione dei mercati finanziari e sempre meno preoccupate di creare squilibri a lungo termine e di scatenare l’inflazione, tanto da trasformare l’aumento dell’inflazione in un obiettivo da raggiungere. Una bestialità per i banchieri centrali del secolo scorso, che avevano nell’inflazione il peggior nemico da combattere.

L’enorme disponibilità di liquidità a tassi azzerati, e la difficoltà ad ottenere rendimento con strumenti sicuri ed investimenti di medio-lungo periodo, ha mutato anche la vocazione dei mercati finanziari. Non cercano più di misurare, l’andamento dell’economia reale per mettere nei prezzi il valore fondamentale degli strumenti finanziari, ma sono dominati dagli istinti speculativi delle mani forti, nel frattempo diventate sempre più forti ed assecondate dalle banche centrali. I mercati si muovono a singulti di breve periodo, alternando  movimenti repentini, violenti e del tutto scollati dall’andamento dell’economia reale, ma che rispondono soltanto alle esigenze speculative dei signori delle borse.

Perciò assistiamo di continuo al tiro al piccione da parte delle mani forti, che decidono quando, quanto e come gli indici debbano volare, così come ne decretano l’abbattimento, quando a loro torna più comodo, spesso senza che si riesca a capire perché fino ad un attimo prima di un crollo i mercati salivano e per quale motivo ora debbono crollare.

Se andiamo ad osservare lo sviluppo grafico dell’indice principale USA, il mitico SP500, notiamo che a partire da giugno, ha sviluppato tre impulsi rialzisti, che gli hanno permesso di segnare tre picchi di massimo storico: il primo, terminato col massimo del 21 giugno a 2.964 punti; il secondo, dal 27.6 al 3.7, che lo ha portato a 2.996; il terzo, dal 9 al 15.7, che ha realizzato l’ultimo massimo storico a 3.018 punti.

In tutte e tre queste circostanze la salita si è interrotta sul massimo raggiunto ed ha avuto necessità di una correzione di qualche seduta per ripulire gli eccessi. La cosa interessante è che in tutte e tre queste circostanze l’indicatore RSI(14), che misura la forza del movimento direzionale e serve per capire il grado di convinzione degli operatori, ha raggiunto l’area di ipercomprato, oltre i 70 punti.

Nei primi due casi lì è partita la correzione. Come se le mani forti avessero nel mirino l’area di ipercomprato e, una volta raggiunta, avessero premuto il grilletto delle prese di beneficio.

Siccome anche lunedì 15 luglio l’indicatore è entrato in ipercomprato, le probabilità che la settimana in corso diventasse correttiva non erano poche, se le mani forti avessero continuato a mirare a quel bersaglio. E, si badi bene, a prescindere da quel che le trimestrali ci avrebbero comunicato.

Così è effettivamente andata. Nei giorni seguenti il massimo storico è rimasto intatto e su Wall Street sono comparse prese di beneficio, che ieri si sono intensificate. SP500 è tornato così sotto i 3.000 punti (a quota 2.984, -0,65%).

Colpa delle trimestrali? No, perche tutte le più importanti società, che finora hanno presentato i conti, hanno avuto profitti superiori alle attese degli analisti, anche se i ricavi non sono stati altrettanto brillanti.

La motivazione principale è, appunto, che le mani forti hanno deciso di passare all’incasso quando l’ipercomprato è apparso nel mirino. Per qualche giorno ancora l’indice dovrebbe scendere, fino a testare il minimo del pullback precedente, che è comunque molto vicino, a quota 2.963. Se la corsa rialzista deve ripartire in fretta, vedremo le mani forti tornare a comprare da quelle parti. A meno che decidano di far scendere ancora un po’ i mercati per puntare, alla successiva battuta di caccia, ad un piccione un po’ più grosso, con le munizioni fornite dalle banche centrali.

Loro sanno a che cosa stanno mirando. Noi possiamo solo adeguarci.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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