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LO STRANO MALESSERE YANKEE
11/10/2005

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Le vicende degli ultimi giorni sui mercati finanziari ci confermano quanto le borse siano puledre bizzose e difficili da domare.

Proprio quando in giro non si vedeva quasi nessun esperto dubbioso circa le sorti dei mercati finanziari, destinati a tornare rapidamente oltre i massimi e proseguire il trend rialzista in atto da quasi tre anni, ecco che hanno preso tutti in contropiede e innestato la retromarcia.

Il ribasso dei mercati azionari non si sta svolgendo in modo omogeneo a tutte le latitudini.

Anzi, dobbiamo dire che se negli USA possiamo classificare quella in atto come correzione vera e propria, in Europa e in Asia al momento il ritracciamento non ha ancora scalfito il trend rialzista di medio periodo e ad essere sinceri neanche quello di breve periodo.

Tuttavia, a meno di voler pensare che i mercati europei ed asiatici vogliano veramente scrollarsi di dosso ogni condizionamento americano, e sarebbe la notizia dell’anno, credo che sia necessario prestare la dovuta attenzione a quel che sta succedendo oltre oceano.

Si temevano cattive notizie dal fronte del mercato del lavoro a causa dei disastri degli uragani, ma così non è stato. Il calo degli occupati nel mese seguente agli uragani è stato di gran lunga inferiore alle attese. L’economia Usa sta piuttosto dando segnali che la portata recessiva che gli esperti attribuivano a Katrina e Rita sia stata sovrastimata. Il sistema economico americano sta mostrando una forza che neanche gli uragani hanno scalfito più di tanto.

Anche il petrolio, dopo aver toccato nuovi record proprio in concomitanza con la furia delle tempeste, ha ritracciato vistosamente riportandosi a più sostenibili livelli nei pressi dei 60 dollari.

Stupisce quindi vedere i mercati venire giù, proprio quando dall’economia reale non vengono brutti dati, proprio come stupiva vedere i mercati azionari ai massimi quando il petrolio non smetteva di salire e si susseguivano notizie macroeconomiche perlomeno grigie.

Ma tant’è. I mercati stupiscono sempre, altrimenti che gusto ci sarebbe?

Se devo individuare l’elemento che potrebbe spiegare la debolezza americana, credo che  si debba riprendere quel che ho scritto più volte in passato.

In poche parole, ho spesso affermato che, sebbene si dovesse ammettere che la struttura delle moderne economie non è più quella di un tempo, strettamente dipendente dalle fonti di energia, mi sembrava strano che l’inflazione potesse continuare a dormire a lungo in presenza di un prezzo del petrolio quasi triplicato in due anni.

A forza di fare i conti senza l’oste, si rischia di non poter pagare quando l’oste arriva. Ecco che sembra proprio che l’oste si stia profilando all’orizzonte. Improvvisamente si sta scoprendo che forse qualche tensione sui prezzi sta arrivando e che gli ingenti stanziamenti per la ricostruzione della Louisiana e del Texas non potranno che far peggiorare la già grave situazione del deficit federale.

Il rischio che la spinta dal lato della domanda per colpa del deficit e dal lato dei costi per colpa del petrolio creino un coctail in grado di fare decollare l’indice dei prezzi al consumo in America comincia ad essere preso in considerazione a vari livelli, non ultimo quello della Federal Reserve, che con l’ennesimo rialzo dei tassi a breve al 3,75% ha chiaramente mostrato di aver più timore della ripresa dell’inflazione che degli effetti recessivi di Katrina. Se vogliamo una cartina al tornasole dei timori di inflazione basta che si vada a guardare che cosa sta succedendo ai prezzi dell’oro, il bene rifugio per eccellenza, da sempre correlato con le aspettative di inflazione.

Il metallo giallo ha realizzato massimi di assoluto rilievo e sta tornando abbastanza rapidamente verso il livello di 500 dollari, che rappresenta il massimo storico del 1988.

Lo scenario che si presenta non è quindi per nulla rassicurante per i mercati azionari, che hanno tutto da perdere da una ripresa dell’inflazione, ma anche per i mercati obbligazionari, su cui si innescherebbe l’aumento nei rendimenti a lungo termine e la decisa flessione delle quotazioni.

Ecco perché l’avvicinarsi del dato sui prezzi al consumo, previsto per venerdì prossimo, porta nervosismo sui mercati.

 

 

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