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OTTOBRE COMPLICATO, NON SOLO PER L'ITALIA
08/10/2018

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La “scivolata universale” dell’azionario globale ha presentato, nella serata di venerdì 5 ottobre, lo spettacolo di una giornata negativa per tutte le principali borse mondiali. A fare eccezione sono state solo quelle cinesi, ma solo per il fatto che in Cina si è fatto festa per tutta la settimana, con chiusura dei mercati.

Per tutte le altre il brutto momento non si è limitato alla sola seduta finale della settimana, ma è stata negativa la prestazione dell’intera prima settimana di ottobre, con la sola eccezione della borsa brasiliana (+3,7%), che sta scommettendo con esuberanza sulla vittoria del candidato di estrema destra Jair Bolsonaro alle elezioni politiche.

Fa impressione vedere il segno meno generalizzato e desta stupore ancor più constatare che in occidente gli indici che hanno perso di più abitano  in USA. Nasdaq e Russell 2000 (l’indice delle small cap) hanno lasciato sul terreno oltre 3 punti nella settimana, battuti in peggio solo da un manipolo di emergenti in giro per il mondo (India e Turchia -5%, Hong Kong e Taiwan -4%, Corea oltre -3%).

Ma quella che abbiamo vissuto è stata una settimana di svolta, caratterizzata non solo dal caos italiano sulla redazione del DEF, ma anche da significativi cambiamenti di scenario sui mercati americani, che condizionano, come sempre, l’intero scacchiere borsistico mondiale.

Cominciamo da casa nostra e, prendiamo atto che la presentazione ufficiale dei numeri del DEF, annunciati più volte e cambiati altrettante, non è bastata a tranquillizzare i mercati, che pure nel pomeriggio di lunedì e per tutto martedì scorso avevano provato a confidare nel riavvicinamento delle distanze tra le pretese di spesa dei sovranisti italiani al governo ed i patti stipulati dai loro predecessori con la Commissione UE, che prevedevano la riduzione il prossimo anno del deficit/PIL complessivo e di quello strutturale.

Invece i numeri definitivi inseriti nella versione ufficiale del DEF, che è stata resa pubblica solo giovedì sera, con una settimana di ritardo rispetto ai termini imposti dalle norme sulla redazione della contabilità dello Stato (che però non sanzionano i ritardi), hanno smontato le illusioni dei mercati.

Non torno a riepilogare tutti i dettagli, ma cerco di sintetizzare i punti che destano maggiori preoccupazioni negli investitori che finanziano il debito italiano:

- I saldi presentati si basano su spese incomprimibili sottostimate, come l’ammontare degli interessi da pagare il prossimo anno, che viene aumentato di un misero 0,3% del PIL, ignorando gran parte dell’aumento dello spread che abbiamo avuto e che potremmo ancora avere; ma anche su entrate sovrastimate, come quelle derivanti dal condono (pardon, pace fiscale), che sono del tutto eventuali e una tantum.

- La bufala più macroscopica è la clamorosa sovrastima del PIL per il 2019. L’1,5% di crescita reale prevista ed un  tasso di inflazione a 1,6% portano il PIL nominale al 3,1%, in grado di consentire la diminuzione del rapporto Debito/PIL. Peccato che in questo momento il tasso di crescita tendenziale del PIL reale sia circa 0,9% e se l’economia globale rallenterà, come gli esperti prevedono, verrà duramente condizionato dalle minori esportazioni.

- Il deficit-PIL al 2,4% non sfora il mitico 3%, ma porta il deficit strutturale a salire di 0,8% anziché scendere di -0,6% del PIL. L’obiettivo di discesa del deficit strutturale, come ricorda la secca lettera inviata venerdì sera da Dombrowskis e Moscovici al nostro Governo, è stato approvato all’unanimità, quindi anche dall’Italia, nel Consiglio Europeo del 28 giugno scorso. Conte era presente ed ha approvato. Forse non ha capito che cosa stava votando, ancora gongolante per la recente nomina a Maggiordomo della Repubblica? O forse non è riuscito a spiegarlo ai due sovranisti che lo comandano? Probabilmente entrambe le cose. Sta di fatto che l’obiettivo per l’Italia è vincolante come un trattato internazionale ed averlo deliberatamente e pesantemente violato farà bocciare senza scampo dalla Commissione UE questa manovra. Di Maio, che si sente Trump, se ne frega, dicendo che l’Unione Europea è finita e verrà spazzata via dal voto, mentre Salvini rincara la dose dei conflitti con l’Europa litigando anche con la Germania sui migranti, e minaccia di bloccare anche gli aeroporti. L’Italia, abituata ad elemosinare flessibilità con il tono del mendicante, ora se la sta prendendo senza neanche chiederla, per di più sbattendo i pugni sul tavolo come un bulletto di periferia con le toppe sul sedere. Minacciando addirittura che l’Europa tra pochi mesi non ci sarà più.

Ma gli investitori sembrano pensare che i guai per l’Italia arriveranno prima di quelli per l’Europa.

- In materia fiscale la manovra sembra essere una bella presa per i fondelli per gli italiani, poiché la tanto sbandierata riduzione delle tasse in realtà è una redistribuzione, che va a premiare circa 500.000 tra lavoratori autonomi e imprese individuali con l’aliquota fissa al 15%, ma nulla regala al lavoro dipendente ed alle pensioni, mentre ai 2 milioni di imprese più organizzate aumenta il carico fiscale, abolendo due agevolazioni varate dal precedente governo (IRI, che creava una flat tax al 24% ed ACE, che consente la detassazione degli utili non prelevati dai soci). Per non parlare del condono, entrata provvisoria per eccellenza, ma accompagnata dal permanente incentivo all’evasione fiscale futura.

- Gli investimenti pubblici, che dovrebbero compiere il miracolo della crescita, sono limitati a pochi miliardi e non sono specificati. Appaiono più uno specchietto per le allodole che misure strutturali.

Se questa è la situazione non sembra esserci molto scampo per i rendimenti dei nostri titoli di stato e per Piazzaffari, dato che gli investitori stranieri non possono che diffidare della sostenibilità dei nostri conti.

Altrettanto faranno le agenzie di rating Moody’s e Standard&Poor’s entro fine mese. E’ assai probabile il declassamento del nostro paese all’ultimo livello della categoria investment grade (BBB- per S&P). L’unico dubbio è se accanto alla retrocessione verrà mantenuto un outlook (aspettativa per il futuro) neutrale, che darebbe ancora un po’ di tempo al governo per compiere il miracolo, oppure se l’aspettativa verrà dichiarata già negativa, il che significa che un eventuale successivo giudizio negativo scaraventerebbe il nostro debito nella categoria “non investment grade”, quella dei titoli spazzatura, che non possono essere detenuti dalla BCE, né dai fondi pensione e dai fondi di investimento obbligazionari a basso rischio. E’ pensabile perciò che se arrivasse il temuto verdetto “BBB- ed outlook negativo” molti gestori comincerebbero a disfarsi dei titoli di stato italiani, per anticipare il successivo giudizio semestrale delle agenzie di rating ed evitare di doverlo fare in fretta e furia ed a prezzi inferiori.

Ricordo che questa fu la situazione che portò alla crisi dello spread nel 2011 e precedette ed accompagnò la fine del governo Berlusconi e l’arrivo di Monti. E forse fu quella la goccia che fece traboccare la pazienza di Draghi e lo convinse a pronunciare a Londra la famosa frase “Whatever it takes…” di fronte ai gestori di fondi ed a varare il Quantitative Easing.

Ma oggi sperare in un aiuto da parte di Draghi, sempre più vicino alla fine del suo mandato e sempre più anatra zoppa, alla guida di una BCE che ha appena deciso di terminare a fine anno il QE, appare una pia illusione.

Anzi, in ambito UE stanno già circolando scenari che, constatando l’inadeguatezza del Fondo Salvastati a salvare il nostro paese da un eventuale default, ne propongono l’uso per evitare che i guai italiani contagino gli altri stati europei. Non sarebbe così facile, poiché l’Italia si opporrebbe, ma intanto si comincia a parlarne, tanto per chiarire il clima di ostilità nei confronti dell’Italia che circola a Bruxelles.

Come ho indicato all’inizio del commento, non è solo l’Italia il problema che angustia i mercati.

La settimana scorsa ha portato anche una decisa correzione sugli indici americani. Sia SP500, che soprattutto il tecnologico Nasdaq hanno completato sul grafico un modello di inversione ribassista (doppio massimo). E’ di piccola ampiezza su SP500, ma un po’ più imponente sul Nasdaq. Qui non ha causato solo un ribasso settimanale del -3,20% ed infranto il minimo di settembre, ma si pone come obiettivo il raggiungimento dei minimi di luglio in area 7.650, ovvero quasi altri 3 punti percentuali ulteriori di ribasso.

Quel che colpisce è che il calo dell’azionario è avvenuto in concomitanza con il forte rialzo dei rendimenti obbligazionari. Il Treasury decennale in una settimana ha guadagnato ben 18 punti base ed è arrivato al 3,24%, superando di slancio il livello di poco superiore al 3% che lo ha contenuto a partire dall’estate 2011. Il segnale tecnico è molto importante e sembra segnare il cambio di visione di lungo periodo da parte del mercato sul futuro dell’economia USA. Sembra che ormai il mercato si attenda con più convinzione quell’accelerazione dell’inflazione che da tempo era nell’aria senza mai decollare.

A rafforzarne le attese, in settimana, hanno contribuito ancora indicazioni macroeconomiche di robustezza della crescita USA, ma anche ulteriori segnali di saturazione del mercato del lavoro, che dovrebbero riflettersi in un aumento del costo del personale ed innescare la miccia dell’inflazione. E, non ultimo, l’esplicito intervento di Powell, che per la prima volta ha dichiarato che la politica monetaria della FED, dopo aver raggiunto la normalizzazione dei tassi, potrebbe proseguire il cammino di rialzo e diventare restrittiva.

Il forte segnale rialzista dei rendimenti USA non ha potuto essere ignorato dai mercati europei, che hanno concesso un po’ di rialzo anche ai rendimenti del Bund tedesco, nonostante i continui flussi di acquisto provenienti dagli investitori in uscita dal rischio Italia.

Anche il dollaro è stato beneficiato, ed ha portato l’euro a combattere con il livello 1,15, sfondato più volte. Penalizzati invece in genere i mercati emergenti, che non gradiscono affatto dollaro forte e rendimenti USA in rialzo. Anche qui il rischio si fa significativo e le fughe degli investitori cospicue. La moda dell’investimento sugli emergenti sta subendo da mesi un brusco stop, ma ultimamente  comincia ad assomigliare ad un’inversione tendenza di lungo periodo.

Questa settimana e le prossime di ottobre rischiano di essere cruciali per il destino dei mercati azionari anche oltre il breve periodo, e non solo per il verdetto delle agenzie di rating sull’Italia.

Ricomincia la stagione delle trimestrali americane con le prime grandi banche USA. Le attese sono unanimemente orientate verso risultati ancora una volta in crescita a doppia cifra, come nelle due trimestrali precedenti. Se le attese verranno confermate gli indici potrebbero digerire ancora una volta la correzione in atto e ripartire verso quota 3.000 dell’indice SP500. Ma, se le delusioni fossero un po’ più che sporadiche, il nervosismo degli investitori, che da mesi sanno che il ciclo borsistico è alla frutta, ma lo hanno cavalcato ugualmente, turandosi il naso, potrebbe costituire la goccia che fa traboccare il vaso e magari causare l’inattesa inversione di lungo periodo anche per i mercati azionari, dopo che abbiamo visto la scorsa settimana quella dei rendimenti obbligazionari.

Forse i mercati nei giorni scorsi si sono accorti di essere entrati nel mese di ottobre, che ha la brutta caratteristica di essere il mese in cui è avvenuta la stragrande maggioranza dei crolli che hanno segnato la storia dei mercati finanziari.

Non bisogna credere alla cabala, ma come biasimare coloro che nei giorni scorsi hanno intascato i guadagni ed aspettano alla finestra che arrivi il giorno dei Santi (in USA Halloween)?

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