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CUCCAGNA ELETTORALE, MA OGNI PROMESSA E' DEBITO
02/03/2018

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Siamo arrivati al termine di una campagna elettorale surreale, che la maggior parte dei commentatori ha definito come la più brutta degli ultimi anni, in cui tutte le principali forze politiche hanno fatto a gara a chi la spara più grossa.

Si sono notate molte anomalie rispetto alle campagne elettorali precedenti. Ne riporto alcune che mi hanno più impressionato.

La prima è l’assoluta ignoranza delle compatibilità finanziarie delle promesse fatte da tutti i tre principali schieramenti (PD e satelliti, 5Stelle, Centro-destra). Tutti hanno largheggiato nelle promesse di tagli fiscali ed aumento di spesa pubblica, ignorando completamente la necessità di rispettare i limiti al deficit imposti dalle regole europee e dalla necessità di contenere l’enorme debito pubblico. Dopo il 2011 e l’uscita da Palazzo Chigi di Berlusconi, con la coda fra le gambe, le risatine di Merkel e Sarkozy e le olgettine nel lettone di Putin, il mantra di tutti i governi che si sono alternati nel nostro paese (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) è stato il patto di stabilità con “l’Europa” e i vincoli di bilancio che hanno fatto passare notti insonni ai Ministri dell’Economia per trovare le manciate di miliardi necessari a far quadrare i conti, nonostante tutta la flessibilità che si è riusciti ad elemosinare alla Commissione UE. Lo abbiamo visto solo pochi mesi fa, quando Padoan ha dovuto presentare la legge di bilancio 2018, su cui la UE ad aprile avrà qualcosa da ridire ed imporrà una correzione da 3-4 miliardi al governo post-elettorale.

Ebbene, tutte questi vincoli sembrano scomparsi, a giudicare dai costi delle promesse elettorali. Hanno fatto i conti due illustri professori di Economia, Cottarelli e Perotti, entrambi nominati, uno dopo l’altro, a scrivere negli anni passati il piano per la Spending Review (in italiano sfoltimento della spesa pubblica). Inutilmente, perché i governi Letta (con Cottarelli) e Renzi (con Perotti) li hanno pagati (ma prima aveva fatto lo stesso Monti con Bondi) per preparare un piano che poi nessuno ha mai neanche tentato di attuare. Hanno comunque maturato una certa esperienza nei conti dello stato che ha permesso loro di stimare l’enorme costo delle promesse elettorali.

Prendo ad esempio i numeri di Perotti. Il programma elettorale del PD verrebbe a costare, se attuato, 56 miliardi l’anno di mancate coperture. Quello dei 5Stelle ha 63 miliardi di deficit aggiuntivo l’anno. Quello del centro-destra provocherebbe una voragine nei conti di 170 miliardi, se venisse applicata la versione di Forza Italia e addirittura di 310 miliardi se si attuasse il programma della Lega di Salvini. Sono cifre che parlano da sole. Se teniamo conto che ora il rapporto deficit/PIL è stimato per il 2018 a 1,6% e che il nostro PIL è circa 1.700 miliardi di Euro, il nostro deficit il prossimo anno andrebbe quasi al 5% del PIL in caso di realizzazione del programma PD, oltre il 5% se governassero i 5Stelle, quasi al 12% se si realizzassero i sogni berlusconiani e addirittura ad un fantasmagorico 20% se il centro-destra al governo attuasse il programma di Salvini.

C’è in Italia anche un solo elettore che ritenga possibile il benestare della UE ad un simile dissesto finanziario? Ce n’è uno che confida nella benevola accoglienza dei mercati finanziari, ancora propensi a prestare a rendimenti decenti i circa 400 miliardi che il Tesoro italiano chiederà entro fine anno per rinnovare i titoli di stato in scadenza?

Ma l’albero della cuccagna fiscale non è l’unica stranezza. Mi colpiscono altre questioni.

Nessuno presenta idee su come riformare l’Europa, in un momento in cui Macron ha campo libero nel disegnare, di comune accordo con la Merkel, gli scenari futuri della governance europea, a tutto vantaggio del rinnovato asse franco-tedesco, che ci vuole relegati nell’angolino dei comprimari, insieme agli altri paesi del “Club Mediterranée”.

Che cosa pensano le forze politiche del ministro delle finanze unico europeo, della garanzia europea sui depositi bancari, della difesa comune e della revisione del trattato di Dublino sulla gestione dei flussi migratori, firmato, quando erano al governo, da coloro (Lega e Forza Italia) che oggi lo denigrano, attribuendone la responsabilità al Governo Renzi? Come pensano di rilanciare gli ideali europei di libertà e democrazia, di sviluppo nella solidarietà, i diritti civili garantiti a tutti, l’ossatura di base del sistema di sicurezza sociale, messa in discussione dall’austerità degli ultimi anni? Questi ideali e queste conquiste civili sono il lascito dell’Europa al mondo, quello fa della vecchia Europa il punto di riferimento per lo sviluppo della civiltà nel nostro pianeta. Interessano a qualcuno?

Sembra proprio di no. Né ai 5Stelle, né al centro-sinistra, preoccupato di inseguire sul terreno del populismo le paure e le xenofobie di gran parte dei nostri concittadini, cavalcate in modo spregiudicato da Berlusconi e soprattutto da Salvini.

 

DOV’E’ IL PROGETTO PER L’ITALIA?

 

Nessun programma parla di diritti civili da sviluppare, né di spesa pubblica da tagliare. Le celebri “Spending Review” sono cadute nel dimenticatoio e ormai la campagna elettorale si fa a colpi di tasse da tagliare,  bonus da distribuire, pensioni da regalare. Mai di sprechi da ridurre e spesa da razionalizzare. Come se il patto di stabilità ed i famosi limiti al deficit fossero facoltativi e la flessibilità dei parametri da rispettare fosse infinita.

Ma quel che impressiona di più è la mancanza di una visione di medio-lungo periodo per il nostro paese. Nessuno è in grado di vedere una strada da percorrere per rimetterlo stabilmente in carreggiata, riportare a dimensioni sostenibili il nostro debito pubblico, creare le condizioni per uno sviluppo basato sull’aumento della competitività e dell’efficienza invece che sull’aumento della spesa pubblica corrente e dell’assistenzialismo.

Nessuno si preoccupa di guardare oltre il proprio naso. La riforma Fornero sulle pensioni, per rimettere in sesto i conti dell’INPS, ha prolungato i tempi lavorativi di molti italiani alzando l’età della pensione ed i requisiti necessari? I più moderati vogliono “superarla”, i partiti più estremisti la vogliono semplicemente abolire. Ma che si propone in alternativa, per evitare il dissesto dell’INPS che risulterebbe se si tornasse alle vecchie regole?  Nulla, perché l’elettore non gradisce sacrifici.

 

LA CUCCAGNA FISCALE

 

Potrei continuare, ma preferisco concentrare un’ultima riflessione su quella che a mio parere è la bestialità peggiore di tutte: la Flat Tax, che è diventata il fulcro della campagna elettorale, trasformandola in “cuccagna elettorale” grazie a un sacco di menzogne ed ipotesi campate totalmente in aria.

La Flat Tax in realtà ha due versioni diverse, perché il centro-destra che la propone non è riuscito nemmeno ad accordarsi su un’unica versione. Solo il principio di base è comune, ed è semplice, forse troppo, perché risolvere un problema complesso con soluzioni semplificate raramente porta lontano. Per questo tendo a diffidare dei semplificatori seriali. L’accetta serve per disboscare, non per tagliare vestiti di misura.

La Flat Tax è un’imposta ad aliquota unica, uguale per tutti, che andrebbe a sostituire l’attuale Irpef, basata su una progressività contributiva che si realizza mediante la divisione dell’imponibile in 5 scaglioni su cui si applicano aliquote via via più alte: 23% sullo scaglione di reddito da zero a 15.000 euro, 27% sul reddito tra 15.000 e 28.000 euro, 38% su quello tra 28.000 e 55.000 euro,  41% su quello tra 55.000 e 75.000 euro, e infine 43% su quanto supera i 75.000 euro.

Nel progetto berlusconiano l’aliquota unica sarebbe il 23%, per Salvini il 15%.

Per ripristinare un po’ di progressività verrebbe concessa una deduzione dall’imponibile di 12.000 euro da Forza Italia, esentando così quelli che guadagnano meno di 12.000 euro. Salvini propone invece una deduzione di 3.000 euro per ogni componente del nucleo familiare.

Per recuperare un po’ del tanto gettito che si andrebbe a perdere, dovrebbero essere abolite quasi tutte le detrazioni fiscali che sono consentite per agevolare chi sostiene determinati oneri ritenuti socialmente meritevoli di sgravio fiscale. Queste detrazioni sono effettivamente una selva abbastanza intricata e costano in termini di minor gettito circa 70 miliardi l’anno.

Perciò il gioco delle 3 carte del centro-destra viene così presentato agli elettori, elencandone le presunte virtù:

- Semplificazione fiscale rispetto all’attuale sistema;

- Riduzione delle tasse per tutti i cittadini;

- Incentivo all’emersione delle attività sommerse e dell’evasione, poiché il dover pagare meno tasse spinge a non evaderle;

- Aumento della crescita economica e maggior benessere per tutti. Berlusconi cita sempre gli esempi degli altri paesi in cui è stato adottato questo sistema fiscale;

- Autofinanziamento del provvedimento poiché il maggior reddito finirà per far pagare più tasse a cittadini contenti di pagarle.

Verrebbe da dire: se è così semplice perche non ci abbiamo pensato prima?

Perché non è affatto così semplice.

Lo dimostra il fatto che, contrariamente a quel che racconta Berlusconi, e molti italiani si bevono perché non verificano, nessun paese sviluppato occidentale l’ha mai adottata. In giro per il mondo è stata adottata solo in qualche piccolo stato di recente nascita o trasformazione, che ha bisogno di cominciare con un sistema fiscale semplice, ed in una dozzina di paesi dell’est Europa, tra cui la Russia, noti per avere una distribuzione del reddito molto diseguale e l’assenza di sistemi di sicurezza sociale. Questi paesi, assai poco preoccupati di ripartire il carico fiscale in modo progressivamente equo, se ne servono per fare “dumping sociale”, cioè attirare capitali stranieri ingolositi dalle basse aliquote e dalle leggi favorevoli allo sfruttamento dei lavoratori locali, e garantire ricchezze poco tassate alle oligarchie locali, che sorreggono sistemi politici scarsamente democratici. In Occidente nessuno osa tanto. Nemmeno Trump. Con la sua celebre riforma fiscale, varata a fine 2017, ha ridotto l’ammontare delle aliquote, ma non si è azzardato a introdurre l’aliquota unica.

Analizzando i teorici e presunti punti di forza di questa rivoluzione fiscale, debbo ammettere che la semplificazione nella dichiarazione dei redditi e nei conteggi ci sarebbe. Ma in cambio dell’eliminazione di gran parte delle detrazioni oggi previste. Oggi, accanto a parecchie detrazioni che non si capisce bene perché siano state introdotte, se non per accontentare qualche lobby, ce ne sono altre che servono proprio a incentivare comportamenti socialmente virtuosi: le detrazioni per le ristrutturazioni edilizie, che hanno fatto emergere molto del “nero” del settore edile, quelle per il risparmio energetico e le misure anti-sismiche. Altre tentano di agevolare situazioni di disagio sociale od economico: le detrazioni per i figli a carico, le spese per badanti, quelle mediche e quelle per l’aiuto a disabili, gli assegni versati al coniuge separato, gli interessi sul mutuo prima casa, i contributi previdenziali versati da lavoratori autonomi, le spese scolastiche e per il trasporto pubblico.

Tutte queste detrazioni accentuano di fatto la progressività delle aliquote fiscali.

L’eliminazione di queste detrazioni peserebbe molto più sulle tasche dei cittadini più disagiati che su quelle delle categorie più ricche, già premiate dalla aliquota unica.

Sono state fatte simulazioni per verificare se la Flat Tax ridurrebbe le imposte per tutti i cittadini, come sostengono i proponenti. Ebbene, con l’ipotesi Salvini lo scaglione più basso verrebbe a pagare 400 euro circa in più di tasse, mentre il secondo scaglione una riduzione di circa 100 euro l’anno. Gli scaglioni superiori invece guadagnerebbero alla grande, fino agli oltre 24.000 euro di sconto fiscale per chi guadagna qualcosa più di 75.000 euro. Non parliamo poi de super-ricchi, che aumenterebbero a dismisura il loro reddito disponibile. Anche l’ipotesi berlusconiana è molto sperequata, sebbene qualcosina faccia guadagnare anche al primo scaglione: circa 200 euro l’anno di sgravio fiscale. Nulla in confronto al beneficio di oltre 16.000 euro di sconto per chi guadagna più di 75.000 euro.

Però occorre aggiungere il fatto che il taglio delle attuali detrazioni, anche se fosse totale,  lascerebbe comunque un buco da colmare di 57 miliardi per l’ipotesi Berlusconi e 46 miliardi per la soluzione Salvini. E dove si prenderebbero i soldi? Non ce lo dicono, ma probabilmente con l’aumento di altre tasse, magari dell’Iva, imposta regressiva, che colpisce di più le categorie più povere.

Quel che è certo è l’enorme livellamento della contribuzione fiscale, completamente a vantaggio dei più ricchi e la quasi totale eliminazione della progressività. Quella progressività del sistema fiscale che è prevista addirittura nella Costituzione. Perciò prevedo difficoltà notevoli a tradurre in pratica la favoletta elettorale, anche se il centro-destra andasse al governo.

La riduzione delle tasse incentiverà il pagamento delle medesime e scoraggerà l’evasione? Non c’è nessuna evidenza empirica che lo confermi. Del resto quel che fa decidere di evadere non è l’ammontare del guadagno che si ottiene, ma la probabilità di essere beccato e sanzionato. Se in Italia, a causa di un sistema fiscale che è un groviglio di vessazioni burocratiche per chi vuole pagare ed un colabrodo di scappatoie per chi vuole evadere, il rischio di essere sanzionati per l’evasione attuata è quasi zero, per quale motivo l’evasore dovrebbe smettere di evadere, se il malloppo che evita di pagare si abbassa solo un po’? Contro l’evasione la semplificazione è utile, perché facilita i controlli, ma lo è di più un’azione di polizia fiscale efficiente, che scovi i grandi evasori e non si accanisca contro le piccole inesattezze.

L’ultima bufala riguarda l’aumento della crescita economica favorito dai soldi lasciati nelle tasche dei cittadini, che verrebbero spesi ed innescherebbero un circolo virtuoso.

In realtà, se non si vuole gonfiare il debito, abbiamo visto che gran parte dei soldi lasciati dovrebbero essere ripresi con altre tasse. Per cui alla fine del giro alle categorie più povere ne rimarrebbero di meno e molti di più in mano ai ricchi. Ma la propensione al consumo delle categorie più povere è molto più alta di quella dei ricchi. I poveri spendono quasi tutto quel che guadagnano, i ricchi spendono solo in parte ed il grosso lo risparmiano. Lasciare più soldi ai ricchi togliendoli ai poveri rischia di rallentare il motore dell’economia, non  di accelerarlo, ed è esattamente il contrario di quel che si dovrebbe fare se interessasse veramente la crescita economica. Si pensi che la grossa deregulation fiscale attuata da Reagan in USA negli anni ‘80, spacciata proprio con queste “ipotesi”, nella realtà realizzo solo un piccolo incremento nella crescita, ma fece esplodere il debito pubblico federale, che arrivò a raddoppiare rispetto a quanto era quando le tasse erano più alte.

Probabilmente, nonostante i discorsi elettorali, non è la crescita economica, né il benessere di tutti ciò che interessa i fautori della Flat Tax. A loro interessa fare il Robin Hood alla rovescia, che ruba ai poveri per dare ai ricchi. E, se riesce il giochino che è riuscito a Trump, magari anche convincendo i poveri ad applaudire con il loro voto.

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