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UN DOLLARO SEMPRE PIU' MINI
30/11/2004

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Il dollaro procede ormai a ritmi di svalutazione del 2-3 per cento a settimana, arrivando ormai oltre 1,33 nel rapporto con l’Euro. Tra gli operatori si percepisce una rassegnazione che raramente avevo notato. Non c’è quasi nessuno che osi dichiarare che il dollaro deve rimbalzare. Stanno diffondendosi previsioni di cambio euro-dollaro a 1,50, mentre il livello di 1,35 è dato ormai come acquisito e 1,40 viene considerato il prossimo obiettivo. Simili scenari non mi stupiscono certo, avendone fatti di analoghi da un po’ di tempo.

Quel che mi lascia invece molto perplesso è sentire i cosiddeti esperti discettare sul dollaro destinato a franare mentre prevedono per l’azionario americano ed europeo un futuro roseo per i mesi a venire.

Il motivo è la logica che vedrebbe gli USA avvantaggiati dal dollaro debole per via del recupero di competitività che la svalutazione offrirebbe alle imprese americane. In tal modo si otterrebbe il miracolo di ingrassare i loro bilanci e riequilibrare la bilancia commerciale americana.

Non sono state quindi viste con particolare preoccupazione le notizie giornalistiche di questi giorni che parlano di intenzioni (per ora nulla trapela di ufficiale) da parte della Russia di convertire una piccola parte delle proprie riserve valutarie dal dollaro all’euro e da parte della Cina di ridimensionare i flussi finanziari verso la valuta americana.

Il significato immediato di queste voci, se si tradurranno in notizie, è quello di aumentare la pressione sul dollaro. Ma la miope esultanza di chi si rallegra del minidollaro (ed in America sono in tanti) rischia di essere gelata dalla seconda conseguenza di queste eventuali decisioni, che sarà una diminuzione del flusso di crediti investiti in titoli di stato americani.

Se gli investitori stranieri smetteranno di comprare a piene mani i T-Bond, voglio proprio vedere come farà l’Amministrazione USA a trovare i capitali necessari a finanziare il suo enorme deficit. Ecco allora che la cuccagna dell’aumento di competitività rischia di trasformarsi nella sventura di dover a tutti i costi aumentare i tassi.

Tutti ci rendiamo conto di che cosa significhi un rilevante aumento dei tassi in un’economia fortemente indebitata, dove i consumatori non risparmiano quasi nulla e si è costretti a dipendere dal debito estero.

Se ne rende ultimamente conto anche Greenspan, che ha mutato umore.

Una manovra di rientro da un così pesante indebitamento senza una forte penalizzazione sui tassi è possibile soltanto se il dollaro scivolerà lentamente e senza sussulti. Cosa piuttosto improbabile, poiché necessiterebbe di una concertazione perfetta tra banche centrali e che il mercato fosse disposto ad accettare le loro manovre ammortizzatrici. In caso contrario il fuggi fuggi generale dal dollaro è una ipotesi che può farsi strada e richiederebbe provvedimenti drastici anche sul livello degli interessi.

Per questo non mi convince chi predice sventura per il dollaro e fortuna per i destini della “corporate America”.

Da qualche parte c’è un errore. Lo stesso che sembra ora commettere l’amministrazione Bush, che sembra assai interessata a sostenere Wall Street, ma altrettanto a lasciar scivolare il dollaro.

Credo sia assai difficile che il dollaro possa cadere a picco senza trascinarsi appresso anche i mercati azionari, Almeno secondo il mio modestissimo parere.

Comunque anche questa volta guai ad anticipare gli eventi od intestardirsi in letture preconcette.

Lasciamo che siano i grafici a raccontarci questa storia, quando e nel modo in cui il destino la vorrà scrivere.

 

 

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