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LA SCURE DI TREMONTI SUI DIVIDENDI
21/03/2004

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Nella valutazione che ogni investitore è chiamato a fare prima di decidere su diverse alternative di investimento un posto sempre importante in Italia deve essere riservato alle conseguenze fiscali. Non fa eccezione l’argomento dividendi. Anzi, nel nostro paese la valutazione dell’impatto sul carico fiscale che la percezione del dividendo può avere era tradizionalmente un elemento che poteva far pendere la bilancia dell’investitore dalla parte dell’acquisto del titolo, proprio per sfruttare a proprio vantaggio il credito di imposta di cui poteva beneficiare.

Infatti fino a tutto il 2003 era in vigore un duplice meccanismo di tassazione dei dividendi percepiti dalle persone fisiche, che prevedeva l’opzione da parte del risparmiatore tra due diversi trattamenti fiscali.

Il primo consisteva nella ritenuta secca del 12,5% sul dividendo percepito, a titolo di imposta sostitutiva, senza ulteriori obblighi, né per il risparmiatore, che era esentato dal dichiarare tali redditi, né per l’intermediario, che era esentato dall’inviare al risparmiatore la certificazione del dividendo distribuito (il modello RED).

Semplice, ma non conveniente. Si scambiava infatti una semplificazione burocratica con una doppia tassazione. Sull’utile conseguito la società aveva già pagato l’IRPEG prima di distribuirlo. Pertanto il risparmiatore, pagando l’ulteriore imposta sostitutiva, veniva ad essere colpito da doppia imposizione.

Tale aggravio poteva essere evitato scegliendo la seconda modalità: al risparmiatore veniva versato il dividendo senza alcuna trattenuta, ma egli era obbligato a dichiararlo sul modello di dichiarazione dei redditi e tale dividendo andava ad aggiungersi agli altri eventuali redditi. Poteva però detrarre un credito d’imposta determinato in modo da restituire al risparmiatore l’imposta IRPEG pagata dalla società.

L’opzione per questa seconda modalità determinava perciò tre conseguenze:

1)      Il soggetto colpito dall’imposta veniva ad essere il singolo socio, in base alle aliquote a suo carico, anziché la società e l’imposta veniva pagata una sola volta;

2)      Il dividendo subiva una imposizione progressiva, dipendente dalle aliquote a carico del contribuente;

3)      Per aliquote marginali inferiori al 45% (che ricorrevano per tutti i contribuenti che avevano imponibile fiscale inferiore a 70.000 Euro), il secondo metodo consentiva un risparmio di imposta che poteva essere anche significativo e tanto maggiore quanto minore era l’imponibile fiscale del contribuente.

Poteva quindi essere molto conveniente investire su titoli che distribuiscono ricchi dividendi, non tanto per ragioni finanziarie, quanto più per ragioni di risparmio fiscale.

Tutto questo viene a cadere a partire da quest’anno. Infatti la riforma fiscale entrata in vigore ad inizio anno non solo ha eliminato l’IRPEG, sostituendola con l’IRES, che ha un’aliquota fissa al 33%, contro il 34% della vecchia IRPEG (non è ancora il caso di esultare), ma ha eliminato completamente il meccanismo del credito di imposta, che sgravava il contribuente dalla doppia imposizione.

Il nuovo regime fiscale dei dividendi percepiti da persone fisiche prevede due modalità alternative di tassazione.

Se il percipiente è in regime di impresa (società di persone o ditta individuale) oppure non è in regime di impresa, ma possiede una partecipazione qualificata (supera il 2% dei diritti di voto oppure il 5% del capitale sociale), il dividendo concorre a formare il reddito del percettore nella misura del 40% degli utili percepiti. Viene inoltre eliminato il credito d’imposta.

Se il percipiente, come capita per la stragrande maggioranza dei risparmiatori, è un soggetto non in regime d’impresa e la sua partecipazione è non qualificata (cioè inferiore ai limiti indicati), oltre ad eliminare il credito d’imposta, si applica la ritenuta secca a titolo d’imposta del 12,50% sull’intero ammontare degli utili percepiti.

Come si può constatare si è voluto generalizzare il precedente metodo di applicazione dell’imposta più penalizzante, abolendo il credito d’imposta e realizzando così una doppia tassazione degli utili societari.

Vengono quindi a cadere quest’anno anche i vantaggi fiscali del dividendo.

Eppure in campagna elettorale ci avevano scritto sul contratto firmato dal notaio Bruno Vespa che le imposte sarebbero diminuite.

Forse si riferivano alle società calcistiche e noi non l’avevamo capito.

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