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POVERA ITALIA
15/03/2004

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L’attentato di Madrid ha offuscato ogni altra notizia a partire da Giovedì. Sarebbe stato degno di maggiore attenzione e riflessione il dato pubblicato proprio durante la settimana dall’ISTAT e relativo alla stima definitiva del PIL italiano del 2003. Con un ultimo trimestre nero di crescita zero il PIL del nostro paese è cresciuto per il secondo anno consecutivo della misera cifra di 0,4%, ben al di sotto delle stime di inizio anno del Governo, che parlava di un utopistico +1,8%, ma anche dell’ultima revisione al ribasso accettata da Tremonti, che assicurava un risultato di 0,6%. Si tratta del dato peggiore tra tutti i principali paesi europei, che, senza brillare più di tanto, mettono comunque a segno una ripresa un po’ più evidente di quella italiana. Molto preoccupante è l’analisi disaggregata della contabilità dell’ultimo trimestre. Sono scese tute le principali componenti della domanda aggregata: l’export (ma anche le importazioni), gli investimenti fissi lordi delle imprese e la spesa per consumi. Il calo di quest’ultima è a sua volta il frutto più del calo dei consumi familIari che della spesa pubblica, rimasta invariata. L’unico dato che ha avuto un forte incremento è stato quello delle scorte (+0,6% del PIL), che ha salvato il risultato finale dal segno meno. Il dato sulle scorte si presta comunque ad una duplice lettura. Infatti bisognerebbe verificare se l’aumento di scorte è stato volontario oppure indesiderato. Nel primo caso rivelerebbe un’accumulazione da parte delle imprese in attesa di una ripresa della domanda. Nella seconda ipotesi si tratterebbe di merci invendute a causa della domanda inferiore alle previsioni, e non sarebbe tutt’altro che un segnale di ripresa. Le prime stime uscite sabato scorso sulla deludente campagna dei saldi nel settore commerciale fa purtroppo propendere per la seconda ipotesi, e che quindi ci si debba aspettare un effetto negativo di trascinamento anche sul primo trimestre 2004.

Le aride cifre ISTAT confermano quindi quella che era una impressione diffusa tra la gente, che il Governo si è sempre ostinato a negare, di una Italia più povera.

Già alcune ricerche ed analisi nei mesi scorsi avevano messo in risalto l’aumento della percentuale di famiglie che non riesce più a risparmiare e del numero di italiani che gravitano pericolosamente attorno a quella che statisticamente viene definita “la soglia di povertà”. Le prevalenti interpretazioni attribuiscono il fenomeno più ad un aumento di polarizzazione sociale che ad un effettivo impoverimento generalizzato. Insomma, le fasce più ricche della popolazione vedono crescere le loro risorse, mentre le fasce già più penalizzate diventano ancora più povere. Girando l’Italia si vedono sempre più “signore Pina” che faticano a far la spesa la quarta settimana del mese o “Rag. Antonio” che non si possono più permettere il sabato sera in pizzeria con la moglie ed i figli, accanto a qualche “Cav. Silvio” che invece nel 2003 ha raddoppiato il suo patrimonio (i nomi riportati sono di fantasia, tranne l’ultimo).

Oggi però constatiamo che non solo la torta viene distribuita in modo sempre più diseguale, ma che essa si sta anche pericolosamente rimpicciolendo.

Non mi interessa ora andare a cercare le colpe di tutto ciò. Che sia colpa dell’Euro o dei commercianti ingordi, del Governo o dei sindacati e dei comunisti, poco importa.

Mi interessa qui evidenziare qualche conseguenza.

1)      Potrebbero saltare i parametri del nostro Patto di Stabilità concordato con la Commissione Europea. Il rapporto deficit/PIL dipende dal deficit, ma anche dal PIL. Se quest’ultimo è più basso del previsto il rapporto sale pericolosamente e potrebbe recapitarci in compagnia di Francia e Germania, i cattivi che sfondano il tetto massimo del 3%. Sembra trovare oggi spIegazione il comportamento di Tremonti di qualche mese fa, quando in qualità di presidente di turno del Consiglio Europeo appoggiò Francia e Germania che imposero la sospensione delle sanzioni ai paesi inadempienti su questo parametro. La conseguenza sarebbe certo non positiva per le prossime leggi finanziarie che dovranno riequilibrare i conti.

2)      Tra i principali paesi europei siamo quelli che crescono di meno e che hanno l’inflazione più alta. Rischiamo di pagare più degli altri il superEuro e le sue conseguenze negative sulla crescita futura.

3)      La competitività italiana sta rapidamente scemando, col rischio che il declino della nostra economia, evocato qualche mese fa da più parti, diventi una triste realtà.

4)      La situazione congiunturale che non migliora rischia di far precipitare i conti di parecchie imprese italiane, in un momento in cui ottenere ossigeno tramite il finanziamento bancario è diventato una impresa da titani, a causa della crescente ritrosia delle banche a sbilanciarsi in avventure che i casi Cirio e Parmalat sconsigliano fortemente di ripetere.

Una volta quando le cose andavano male potevamo almeno consolarci con le soddisfazioni calcistiche. Ora sembra neppure con quelle.

 

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