In America stanno venendo al pettine alcuni nodi e l’esito della campagna elettorale comincia a non essere più così scontato. La partita che si sta iniziando a giocare non è tra Bush e Kerry (o chi altri uscirà designato dalle primarie del partito democratico), ma tra Bush e il popolo americano. Infatti raramente i democratici sono riusciti a presentare alle primarie un ventaglio di aspiranti candidati così mediocre. Sembrano colpiti dalla sindrome dell’Ulivo, ricco di capetti, ma che non riesce ad esprimere, in assenza di Prodi, un candidato in grado di avvicinarsi alla statura mediatica del re dei venditori Berlusconi. A me Kerry fa venire in mente un misto di Rutelli e Fassino. Per vincere ci vorrebbe altro.
A meno che Bush non faccia tutto da solo. Infatti sta lentamente montando quello spettro che in un articolo del maggio scorso avevo ipotizzato (cfr. “Armi chimiche: la buccia di banana” su CLASSIC n. 72 del 5/5/2003).
Il mancato ritrovamento delle famose armi di distruzione di massa sta creando uno smottamento nell’elettorato di Bush, sta gradualmente scendendo nei sondaggi ed ha ormai visto erodere quasi tutta la fiducia che il popolo americano aveva in lui. Proprio un anno fa Powell aveva dichiarato all’ONU che le famose armi di distruzioni di massa di Saddam erano un pericolo grave ed imminente per l’umanità e che l’Amministrazione Bush era in possesso di prove certe ed inconfutabili. Nei giorni scorsi è stato ufficialmente dichiarato dal capo degli oltre 1000 ispettori americani che hanno scandagliato l’Iraq che di armi del genere non c’è traccia. L’Amministrazione Bush ha risposto dando la colpa agli errori della Cia, che avrebbe passato informazioni sbagliate. E’ di questi giorni la risposta del capo della Cia, Tenet, la cui testa probabilmente salterà, ha contrattaccato dicendo che la Cia aveva riferito soprattutto di intenzioni di Saddam di ottenere le armi atomiche, e di non aver affatto affermato che il pericolo fosse immediato. Qualcuno dice bugie, ad un anno di distanza da quelle dette da Powell all’ONU. A stabilire chi, tra la Cia o l’entourage di Bush, sarà, senza fretta, una commissione di inchiesta sulla Cia, proposta da Bush con abile mossa, che avrà un anno di tempo per chiarire le cose ed in tal modo sposterà l’esito della sfida a dopo le elezioni di novembre.
Stiamo assistendo all’inizio di un triste spettacolo, che assomoglia molto ad una classica partita di scaricabarile.
Se la commissione darà ragione a Bush avremo la certificazione dell’inettitudine della CIA che, dopo aver sottovalutato il pericolo Bin Laden prima dell’11 settembre, ha sopravvalutato il pericolo di Saddam considerandolo la minaccia che non era. In caso contrario, sarebbe stata l’Amministrazione Bush a mentire al mondo pur di poter fare quella guerra che secondo l’ex Segretario del Tesoro USA, Paul O’Neill, era già pianificata addirittura prima dell’attacco alle Torri Gemelle. Un simile esito spianerebbe la strada all’impeachment di Bush, che subirebbe la messa in stato d’accusa per aver mentito al popolo americano, il destino che fu risparmiato a Clinton per il rotto della cuffia.
A meno che non ci pensino gli americani a risolvere il problema alla radice, rimandando a novembre il texano nel suo ranch.
Vedremo. Per ora limitiamoci a constatare che la strada verso il secondo mandato presidenziale, che dopo la cattura di Saddam sembrava per Bush una piacevole passeggiata, sta diventando sempre più costellata di salite e di tornanti densi di insidie.
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