G20. Una bella Foto di Gruppo (di Pierluigi Gerbino)
03/10/2009
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Doveva essere la riunione dove si sarebbero ridisegnate le regole del capitalismo mondiale e trovati i rimedi alla devastazione della finanza internazionale.
Ma le notizie sui lavori preparatori del G20 di Pittsburgh avevano purtroppo anticipato il fallimento sostanziale del vertice, nonostante l’elenco delle pie intenzioni e dei provvedimenti di facciata, privi di reali conseguenze.
Nessuno dei reali problemi che hanno condotto un anno fa il mondo sull’orlo della bancarotta mondiale è stato realmente affrontato.
Si era detto nel corso dello scorso appuntamento di aprile che i governi dei 20 principali paesi del pianeta, che rappresentano insieme oltre il 90% del PIL mondiale, si impegnavano ad attuare una strategia di emergenza stanziando enormi risorse pubbliche per evitare il collasso dell’economia mondiale e che avrebbero messo mano ad importanti riforme per evitare che in futuro si possano ripetere crisi finanziarie come quella che abbiamo vissuto.
La promessa avrebbe dovuto concretizzarsi addirittura durante il G8 d’Abruzzo. Tremonti ha evocato per tutta la primavera, ai numerosi convegni a cui ha partecipato, il Global Legal Standard come la sua creatura che avrebbe abbattuto la speculazione e tarpato le ali alle malefiche banche. Al G8 non se n’è fatto nulla, rinviando al G20 la decisione. Al G20 non se n’è nemmeno più ricordato il nome.
La dichiarazione finale ha farcito le poche decisioni con la pomposa dichiarazione di intenti chiamata “Patto per lo Sviluppo” dove innanzitutto viene affossata qualunque ipotesi di exit strategy, affermando che i problemi occupazionali sono ancora troppo grossi e la ripresa non è ancora chiara, per cui nessuno si sogni di interrompere le politiche di aiuto pubblico all’economia.
Vengono poi ripetute le solite raccomandazioni che abbiamo già letto più volte. Per sostenere lo sviluppo occorre che i paesi più indebitati rafforzino la loro capacità di risparmio (qui l’imputato è l’America), mentre quelli che hanno grossi surplus nella bilancia commerciale debbono stimolare la loro domanda interna (qui la tirata d’orecchi è per Cina e Germania); quelli che hanno rigidità devono attuare riforme strutturali (questo vale per l’Europa). Insomma: assolutamente nulla di nuovo.
Assai più importante è invece quel che si è deciso di “non fare”.
Non si è fatto alcun passo avanti sugli impegni solenni della riunione precedente. Ad aprile sembrava di essere ad un passo dal baratro, per cui tutti invocavano la riforma delle regole per le banche e la riforma dei regolamenti dei mercati finanziari. Ovviamente nessuno osava difendere i bonus dei manager delle grandi banche salvate.
Siccome l’estate ha riportato la fiducia nelle borse e fatto dimenticare la paura di marzo, tutte quelle promesse hanno fatto la fine della paura che le aveva fatte nascere.
Per cui sui bonus è stato trovato un accordo tra chi li voleva abolire a scopo populistico (Sarkozy e Merkel, che doveva vincere le elezioni) e chi invece, nonostante le belle parole, non aveva alcuna intenzione di toccarli (Obama e Brown, troppo sensibili alle rispettive lobbies bancarie).
Draghi ha trovato la mediazione all’italiana, proponendo nebulosi principi per legarli alla performance di lungo termine della banca, per poi lasciare ad ogni Stato la facoltà di precisarli e di fissare tetti. Per cui non si farà nulla di globale e concordato.
Circa il problema della troppo facile insolvenza delle banche appena soffia la bufera, la battaglia tra europei di eurolandia e anglosassoni (americani e inglesi) si è conclusa con un pareggio a reti inviolate. Si è manifestata l’intenzione di determinare regole più stringenti per ridurre l’effetto leva delle banche, ma se n’è rinviata l’applicazione al 2012, quando magari saremo già alla fine di una futura crisi. Anche lo smontaggio dell’oligopolio delle “too big to fail” è stato totalmente dimenticato e sacrificato sull’altare delle lobbies bancarie.
Quanto ai derivati l’unico che se n’è occupato, richiedendone il controllo, è stato il nostro Silvio Berlusconi (sì, confermo, non è un errore di stampa), che lo ha fatto in modo grossolanamente generico, senza distinguere tra derivati regolamentati, che non sono affatto da limitare poiché per essi ci sono regole e trasparenza (infatti nei mesi scorsi i problemi non sono venuti da questi strumenti) e quelli “over the counter”, che sarebbero addirittura da abolire poiché ora sottostanno ai principi della legge della giungla. Hanno avuto buon gioco i marpioni americani ed inglesi, sponsor delle grandi banche d’affari, che pascolano su quel mercato, ad archiviare la proposta di Berlusconi come se fosse la continuazione delle barzellette raccontate all’Aquila.
Il comunicato finale, a ricompensa del lavoro svolto dal nostro Sultano in Abruzzo, ha anche deciso di affossare definitivamente il G8, sostituendolo ufficialmente con il G20, che non decide quasi nulla come il G8 però concede qualche minuto di parola anche ai paesi che nel G8 stanno fuori dalla porta. E’ un passo avanti, in mancanza di meglio.
Così come è un passo avanti nella direzione di una maggior “democrazia economica planetaria” l’aver riequilibrato le quote di partecipazione dei vari paesi al Fondo Monetario Internazionale, che aspira a diventare una sorta di Banca Centrale del Mondo. In tale organismo l’importanza dei paesi avanzati è diminuita di 5 punti percentuali, che sono andati ad accrescere quella dei paesi in via di sviluppo. Ovviamente i primi continuano ad avere la maggioranza assoluta dei diritti di voto (52%), ma assai meno schiacciante di prima.
Insomma. Chi si attendeva decisioni e svolte epocali da questo G20 è rimasto frustrato dall’inconcludenza dei risultati e deve accontentarsi di due piccole buone notizie e di una gran bella foto di gruppo.