Tutto come prima? No. Peggio (di Pierluigi Gerbino)
20/09/2009
Ti piacerebbe ricevere commenti come questo ogni settimana nella tua casella email?
Vuoi scoprire quali sono i titoli caldi, i settori forti ed imparare da un esperto?
Sì? Allora iscriviti GRATUITAMENTE a CLASSIC!
Il 15 settembre la stampa ha celebrato il compleanno del fallimento di Lehman con grande visibilità e numerose interviste ad economisti ed esperti. La data viene ricordata come quella che scatenò il crollo dei mercati azionari, che da quel giorno in sei mesi perdettero quasi il 50% del loro valore, e l’implosione del sistema bancario mondiale.
In realtà la crisi si era manifestata da mesi, con il salvataggio di Bear Stearns e dei colossi federali dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac. Tuttavia nessuno credeva che una banca grande come Lehman avrebbe potuto fallire. Nella prima quindicina del drammatico mese di settembre 2008 le autorità si trovarono a gestire l’insolvenza di 3 colossi: oltre Lehman, Merrill Lynch ed il colosso assicurativo AIG.
Il tesoro decise di salvare AIG, Merrill riuscì a farsi comprare da Bank of America, ma Lehman non trovò compratori. Fed e Tesoro decisero di lasciarla fallire in un drammatico week-end di cui molti particolari devono ancora essere raccontati. Attendiamo l’uscita delle memorie di Paulson, che non mancherà di togliersi qualche bel sassolino dalla scarpa.
L’evento provocò una gigantesca crisi di fiducia, che spinse le banche a bloccare del tutto la loro attività di erogazione del credito. Ciò causò la frenata dell’attività commerciale, che senza credito non può tirare avanti, e il blocco della produzione, manifestatasi nei terribili due trimestri seguenti.
Quasi tutti ritengono che allora si commise un errore, permettendo il fallimento di una grossa banca come Lehman e che il disastro venne evitato solo grazie all’abilità di Bernanke ed alle misure straordinarie dei governi di tutto il pianeta.
Pochi sono andati al di là della presa d’atto, per rispondere a due domandine: perché le autorità presero quella decisione sbagliata? Perché dei 3 responsabili di quella decisione (Paulson, Bernanke e Geithner) solo il primo è stato messo al palo, mentre gli altri due sono stati promossi o lodati come i salvatori dell’economia?
Alla prima domanda ha provato a rispondere Kenneth Rogoff, ex capo economista del FMI. Secondo lui le autorità scelsero il male minore. Temevano che salvare sia AIG che Lehman avrebbe scatenato i liberisti, difensori del mercato libero e nemici dell’intervento dello Stato nell’economia. Siccome AIG era un colosso in grado di creare danni superiori a Lehman in caso di fallimento, quest’ultimo venne designato come vittima sacrificale. D'altra parte lo shock che sarebbe derivato alla finanza mondiale doveva raggiungere l’obiettivo di smuovere i governi ed obbligarli ad assumere quei provvedimenti d’emergenza che difficilmente sarebbero stati presi se Lehman fosse stata salvata.
Insomma: secondo Rogoff, Lehman è stata sacrificata per imporre a Bush l’impegno di oltre 2.500 miliardi di dollari di denaro pubblico per salvare le altre banche.
La seconda domanda è piuttosto curiosa: infatti solo Paulson, l’ex ministro del Tesoro di Bush, ha pagato con l’esposizione al pubblico ludibrio e viene additato come l’unico vero responsabile della devastazione finanziaria. Gli altri due sono stati beatificati: Geithner ha preso il posto di Paulson al Tesoro, mentre Bernanke è stato riconfermato per acclamazione al timone della Fed per altri 4 anni e indicato come il salvatore del mondo.
Misteri della politica: la sfortuna di Paulson è stata quella di essere legato all’eterno bamboccione George W. Bush, sconfitto alle elezioni e rimandato nel suo ranch a giocare a golf col cane. Gli altri due, potendolo fare, sono lestamente saltati sul carro del mitico Obama e stanno vivendo di luce riflessa dal suo carisma mediatico.
La mia opinione è invece che tutti e tre siano colpevoli allo stesso modo del disastro. Ma non, come tutti dicono, per aver lasciato fallire Lehman. Se l’interpretazione di Rogoff è giusta, salvare anche Lehman avrebbe fornito un alibi ai politici per non intervenire, e ci saremmo trovati in una situazione forse peggiore.
LE COLPE DEL TRIO
Le loro colpe vanno ricercate soprattutto in quel che non hanno fatto prima dello scoppio della fase terminale della crisi.
Innanzitutto non hanno frenato l’assurda giostra della finanza creativa. Questo carrozzone è stato messo in piedi dalla lobby delle banche d’affari con la compiacenza di Greenspan nei primi anni del decennio. Che fosse un bubbone in grado di creare, quando sarebbe scoppiato, una crisi sistemica, era loro noto. Perché non hanno fatto nulla per curarlo prima che fosse troppo tardi? La dimensione della finanza derivata, quel castello di cartaccia costruito sui mutui e su tutto quel che può essere cartolarizzato, non poteva essere a loro sconosciuta. E’ vero che buona parte degli strumenti derivati sono creati e negoziati al di fuori di mercati trasparenti e regolamentati, per cui è difficile stimarne l’esatto ammontare. Ma se è così, a maggior ragione avrebbero dovuto prendere provvedimenti per migliorare la trasparenza e ridurne la massa, anziché permettere che crescesse in modo esponenziale in pochi anni fino al punto di travolgere l’intero sistema bancario. Questi personaggi sono lì, e costano parecchi milioni di dollari l’anno ciascuno, per regolare e controllare. Se non hanno regolato e non hanno controllato, perché mai li dobbiamo confermare ai loro posti o promuoverli?
Ricordiamo che a luglio del 2007, quando emerse la bomba subprime, Bernanke stimò le conseguenze in una cifra compresa tra i 50 e 100 miliardi di perdite per il sistema bancario americano. Solo pochi giorni dopo alcune banche d’affari ipotizzarono cifre 20 volte maggiori. La realtà ci ha per ora consegnato perdite di circa 25 volte maggiori. E non è finita.
Ora, ditemi. Un ingegnere, un perito, un qualsiasi professionista, che sbagli i calcoli di 25 volte… che fine farebbe?
Per tutto il 2007, mentre si levavano voci disperate che avvisavano su quel che stava succedendo, che non si poteva continuare così, ad alimentare la speculazione al rialzo e col paraocchi all’infinito (non c’era solo Roubini, si legga a titolo di esempio il mio scritto del 23 settembre 2007 al seguente link: http://www.borsaprof.it/commenti_analisi.asp?id=453 ) Bernanke e la Fed assecondarono le euforie prevedendo crescita stabile e duratura, come se niente fosse.
Vogliamo continuare?
Allora vediamo come è stata affrontata la crisi una volta che anche i ciechi ed i sordi se ne sono accorti.
Tutto è partito dai mutui subprime su cui è stato costruito un gigantesco castello di derivati. I nullatenenti americani, senza un dollaro da parte ma con un posto di lavoro e tanta voglia di diventare padroni di casa propria, venivano invogliati dalle banche o dalle finanziarie da loro controllate a richiedere mutui per comprarsela, grazie ad enormi facilitazioni (tassi bassi, finanziamenti al 130% del valore dell’immobile a garanzia, rate iniziali ridotte, autocertificazione del valore dell’immobile senza nessuna perizia) e soprattutto tacendo il fatto che se i tassi di interesse fossero risaliti e i prezzi delle case fossero scesi (come è puntualmente successo), le rate sarebbero schizzate in alto e sarebbero diventate indigeste. Questi mutui venivano ceduti subito ad altre società che producevano le famigerate salsicce, i CDO, e li piazzavano sul mercato ad altre banche o fondi di investimento, che, nonostante fosse il loro mestiere, non capivano quanto questi titoli fossero tossici. Tutto ciò con la benedizione della FED (che allora era guidata da Greenspan: non diamo a Bernanke le colpe del suo predecessore) e la complicità delle agenzie di rating.
In questa vicenda, chi è la vittima? Secondo me i poveracci che hanno aperto il mutuo e si sono ritrovati a perdere, nell’ordine, prima il sonno per le rate impazzite da pagare, poi la casa pignorata, poi il lavoro quando la crisi finanziaria si è propagata all’economia reale. Infatti ora le periferie delle grandi città americane assomigliano sempre più alle bidonville delle metropoli del terzo mondo.
Chi è il truffatore? Le banche che hanno alimentato il circuito perverso con la complicità delle agenzie di rating.
Chi è l’incompetente? Banche e fondi che hanno impiegato incautamente il denaro dei loro clienti nei titoli tossici senza sapere che lo fossero.
Ora, che cosa dovrebbe fare un’autorità degna di tal nome per mettere a posto le cose una volta che il bubbone è scoppiato? D’accordo, un’autorità degna del suo nome non doveva consentire al bubbone di crescere, l’abbiamo già detto. Ma chiudiamo bonariamente un occhio sul mancato controllo a priori, per valutare il comportamento a posteriori.
SALVARE I TRUFFATORI
Scoppiata la bolla si dovevano impegnare soldi pubblici per limitare i danni. Ovviamente occorreva decidere chi salvare e chi lasciare affondare. Occorreva inoltre punire i colpevoli e correggere gli incompetenti. Infine occorreva creare le condizioni affinché questo macello non si potesse più verificare in futuro.
Chiunque dotato di buon senso di fronte alla scelta su quale categoria aiutare risponderebbe: innanzitutto i truffati. Poi, dato che aumentare il debito statale significa impegnare i soldi delle future generazioni, valutiamo se non costa troppo salvare anche gli incompetenti, ma a patto che si redimano.
Se lo stato americano avesse rilevato tutti i mutui subprime insolventi, ripristinando così la garanzia per tutti i derivati costruiti su di loro (la gigantesca piramide rovesciata che costituisce un pilastro portante della finanza mondiale) avrebbe impedito ai cittadini insolventi di andare a dormire sotto i ponti; avrebbe posto un argine all’avvitamento dei prezzi delle case causato dai pignoramenti ed interrotto la spirale perversa che si è dispiegata nei due anni successivi e dalla quale non siamo ancora fuori oggi; avrebbe impedito il crollo dei prezzi dei titoli tossici, poiché la garanzia statale avrebbe tranquillizzato; avrebbe ottenuto un po’ di tempo per smontare la piramide, vietando le attività truffaldine delle banche e obbligando le banche d’affari a ridurre con un po’ di ordine la leva finanziaria eccessiva che avevano accumulato nel periodo della “finanza creativa”; avrebbe potuto cercare i responsabili e punirli ed infine creare delle regole più efficaci per impedire nuove bolle e crolli futuri.
Questo andava fatto. Era sicuramente una soluzione equa per cercare di salvare chi più lo merita.
Oltretutto sarebbe costato alla collettività assai meno di quanto è costata la scelta scellerata di salvare i truffatori e parte degli incompetenti.
Ipotizziamo pure un indice di insolvenza clamorosamente alto: 50%.
Siccome l’ammontare totale dei mutui subprime era di circa 1.700 miliardi di dollari, si sarebbero spesi meno di 1.000 miliardi di denaro pubblico.
La scelta invece fu quella di spendere tre volte tanto per salvare i truffatori bancari e lasciar affogare i poveracci indebitati: più o meno come quelle scene del film “Titanic”, in cui i ricchi corrotti occupano le poche scialuppe disponibili mentre ai poveracci vengono sprangate le uscite dalla stiva.
Si è ottenuto il risultato peggiore ad un costo maggiore.
LA DISTRUZIONE DEL MERCATO
Ma non è tutto, perché il sistema finanziario è stato salvato a costo di minare le fondamenta principali del mercato, che sono la concorrenza e la trasparenza, e di ipotecare la crescita futura.
L’efficienza dei mercati richiede che nessun operatore sia in grado di sottrarsi alla libera concorrenza, nessuno possa manipolarne i prezzi e nessuno possa godere di vantaggi competitivi eccessivi. Senza la parità di condizioni, la concorrenza è una farsa.
La scelta di evitare a tutti i costi il fallimento le 19 banche più grandi degli USA (quelle “too big to fail”, per intenderci) è un chiaro privilegio che alle altre, più piccole, non è concesso. Ne sono già fallite oltre 100 solo nel 2009 ed altre 400 sono a rischio. Si tratta di una clamorosa violazione al principio della libera concorrenza. Può essere tollerato come male minore soltanto se le condizioni che lo hanno provocato vengono prontamente rimosse. Se diventa permanente trasforma il mercato in barzelletta.
Da questa crisi e dalle sue vicende è uscita una concentrazione bancaria che ha reso le più grandi ancora più grandi di quanto fossero prima della crisi. Le banche d’affari prima della crisi erano 6. Ora sono rimaste 2 (Goldman Sachs e Morgan Stanley). Le altre sono state smembrate e cedute a pezzi (Lehman) oppure acquisite da altri colossi, che pertanto sono ulteriormente cresciuti. Goldman Sachs controlla ora più di un quarto delle transazioni da computer che si effettuano in USA ed ha deciso di associare alla tradizionale intermediazione per conto della clientela anche il potenziamento del “proprietary trading”, cioè nel trading in proprio. Non è difficile immaginare che cosa possa fare chi gestisce una massa enorme di ordini della clientela, indirizza il sentiment del mercato con continue indicazioni e previsioni ed effettua il trading in proprio. Troppo facile in questo modo far decollare gli utili ed i bonus per traders e manager nel secondo trimestre.
La maggiore concentrazione rende tutte queste poche banche privilegiate ancora più “big” di prima.
E rende ridicola l’affermazione di Obama di lunedì scorso, quando, in occasione dell’anniversario del grande fallimento di Lehman ha voluto spargere un po’ di retorica a beneficio dei suoi ammiratori:
“La prossima volta non le salveremo più”.
In realtà finché esistono colossi di questo tipo, in grado col loro fallimento di trascinare nel baratro l’intero sistema finanziario mondiale, i governi saranno obbligati a salvarli sempre e comunque.
Questo significa che i governi sono di fatto in ostaggio dei banchieri. Anzi, di pochi banchieri. Oligarchia…?
Ci voleva il coraggio, che Obama non ha avuto, di dire: “Basta colossi bancari. Le banche devono smembrarsi in tante strutture più piccole, autonome tra loro”.
Nonostante i fiumi di parole che sono stati detti e scritti in passato, non c’è una sola funzione bancaria che non possa essere svolta in modo efficiente da banche più piccole. Il mito delle fusioni e del gigantismo bancario è stato alimentato solo per assecondare la conquista del potere di mercato da parte di pochi colossi, che ora posseggono anche un potere di ricatto politico che pone seri dubbi sull’effettività della democrazia occidentale.
Anche la trasparenza è stata fatta a pezzetti.
La Fed ha condotto tutte le operazioni di salvataggio senza comunicare a chi venissero erogati i fondi di emergenza (per il nostro bene, per non spaventare…).
L’introduzione dei nuovi principi contabili che hanno abolito la valutazione degli asset col principio del “mark to market” ha consentito alle banche di taroccare i bilanci e mettere tutta la polvere dei titoli tossici sotto il tappeto. I bilanci hanno perso anche quel poco di capacità che ancora avevano di fotografare la situazione finanziaria di una banca. Anzi, sono diventati lo strumento di falsificazione legale della realtà.
E’ chiaro che la polvere non è stata eliminata, ma solo nascosta. Ma questo ha permesso nel secondo trimestre di quest’anno di presentare utili fittizi, che hanno consentito di ripartire con i bonus per i manager e spinto al recupero i titoli delle banche, illudendo che le svalutazioni fossero terminate, mentre sono solo rinviate.
Durante la crisi si era “scoperto” che il mercato dei derivati era sfuggito ad ogni possibilità di controllo, poiché gran parte dei 600.000 miliardi di derivati presenti a livello mondiale venivano scambiati al di fuori di mercati ufficiali. Gli scambi “Over the Counter” sono transazioni bilaterali effettuate su circuiti bancari senza tutti i meccanismi di controllo della liquidità e del rischio (stanze di compensazione, standardizzazione dei contratti, margini di garanzia, organismi di vigilanza, trasparenza e concentrazione delle proposte di scambio) che sono invece previsti per i derivati regolamentati. Non è nemmeno possibile avere un’esatta percezione dell’ammontare di tali contratti e dell’esposizione al rischio di insolvenza da parte degli operatori.
La crisi doveva essere l’occasione per ridurre drasticamente questo tipo di contrattazioni, addomesticandole all’interno di mercati trasparenti e regolamentati. Nulla è stato fatto.
La massa di questi strumenti, vere e proprie mine vaganti, è libera di tornare ad espandersi con il ritorno della fiducia e la rinascita della speculazione, fino al prossimo crack.
A pesare sul futuro delle economie sarà poi anche l’eredità lasciata dalle misure governative. Le attività tossiche drenate dalla Fed per aiutare le banche e l’enorme liquidità immessa nel sistema ha portato il suo attivo di bilancio da 800 a 2.200 miliardi. Il debito Federale americano viaggia verso il raddoppio.
Al momento si parla di exit strategy soltanto per dire che è prematura. Per cui l’indebitamento continuerà a salire.
Non c’è dubbio però che, se i segnali di ripresa dell’economia si consolideranno un pochino, la Fed dovrà iniziare a stringere il credito ed alzare i tassi e queste manovre restrittive si aggiungeranno alla pioggia di titoli pubblici che i governi stanno cominciando ad emettere per finanziare tutte le manovre di stimolo dei mesi scorsi e dei prossimi. Le conseguenze sulla possibilità di crescita futura saranno enormi.
Questo è lo scenario migliore. Ma mi chiedo che cosa mai si potrebbe ancora mettere in campo se per caso la ripresa non si consolidasse, a dispetto delle unanimi previsioni, e magari tra qualche mese arrivasse una seconda gamba di recessione.
Non ci sono più spazi di manovra. Dopo aver bruciato il futuro dei figli si dovrebbe passare a quello dei nipoti. Ma fino a quando si potrà continuare a stampare carta straccia?
In conclusione, anche se il rimbalzo dei mercati, che sembra senza fine, ha portato i media a celebrare il compleanno di Lehman con toni trionfalistici e lodi sperticate al mitico Bernanke, e poche voci si sono levate in disaccordo con questa “tesi ufficiale”, mi sento di sottoscrivere in pieno la tesi del Premio Nobel Joseph Stigliz, che pochi giorni fa ha affermato che ad un anno dall’inizio della crisi il sistema bancario USA “sta peggio di prima” ed il governo Obama è ostaggio dei banchieri.
Il potere dell’”illusionismo finanziario” è enorme. Ma può solo ritardare la resa dei conti. Per evitarla occorrono le misure che ho indicato, ma che certamente questa volta non vedremo attuate. Ci toccherà aspettare la prossima crisi…. il prossimo Bernanke… il prossimo Obama.