Le Borse non hanno le idee chiare (di Perluigi Gerbino)
10/07/2009
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I mercati finanziari, dopo la marcia trionfale del trimestre marzo-maggio, mostrano ora una notevole confusione di idee e, non sapendo da che parte andare, prendono tempo con un movimento laterale che dura ormai da alcune settimane. Chi si attendeva che il G8 risolvesse i dubbi prende ora atto che ai mercati interessano fatti su cui costruire ipotetici scenari futuri anziché cene di gala, shopping e passeggiate tra le rovine dell’Aquila, ingombrante contorno a frettolose quanto generiche dichiarazioni di intenti.
Dopo le promesse dei mesi scorsi, le aspettative di rifondazione del mondo della finanza che la sapiente regia del G20 a marzo aveva instillato nei frustrati operatori di borsa, i mercati si ritrovano ora a fare i conti con un G8 che ha certificato la pochezza di fatti concreti.
Proviamo a sintetizzare le promesse del G20 di marzo e verifichiamone lo stato dell’arte.
1) “Il sistema finanziario mondiale sarà salvato e riformato affinché non si ripetano i disastri del 2008”.
Le banche sono state salvate, utilizzando tutte le carte disponibili, anche quelle truccate. Possiamo affermare che l’intera potenza di fuoco dei governi e delle autorità monetarie è stata rivolta al salvataggio del sistema bancario. Il Piano Geithner, con la creazione dei fondi pubblici-privati per ripulire i bilanci bancari dai titoli tossici, ha allettato alcuni investitori istituzionali a rilevare parte dei titoli tossici con lo strano meccanismo per cui i guadagni saranno dei privati mentre le perdite della collettività; la “riforma” della contabilità con l’eliminazione del principio del mark to market per i titoli che vengano conservati fino alla scadenza, ha permesso alle banche di contabilizzarli a valori illusori e rinviare la resa dei conti al futuro; l’immissione di quantità impressionanti di liquidità a tasso quasi zero e l’accettazione dei titoli tossici a garanzia di tali prestiti ha fornito ossigeno alle banche che temevano l’assalto dei correntisti; gli stress-test burla, confezionati con criteri ottimistici per dimostrare che le banche sono “sostanzialmente” in grado di stare in piedi anche se la crisi continuerà, hanno calmato i timori dei mercati.
Non c’è che dire: il sistema bancario è stato salvato.
Ma la seconda parte della promessa è completamente in alto mare. I governi non sono riusciti a trovare nemmeno una base comune per impostare la creazione di un’authority mondiale della finanza. I paesi che vantano una certa supremazia in questo settore (USA e Gran Bretagna), che sono anche i principali colpevoli del disastro a causa della cattiva regolamentazione e della negligente mancanza di controlli, quelli che ad inizio anno viaggiavano a capo chino e facevano ammenda dei loro peccati, stanno rialzando la cresta e non ne vogliono sapere che il mondo ficchi il naso in casa propria. Perciò, quello che Tremonti aveva chiamato “legal standard” ed altri avevano pomposamente evocato come “la nuova Bretton Woods”, che è stato promesso al G20 di marzo e che doveva essere ufficialmente adottato al G8 questa settimana, continua ad essere una semplice dichiarazione di intenti, sempre più generica, mentre si rinvia al prossimo G20 d’autunno ogni decisione, in attesa che l’estate lo affossi definitivamente.
2) “I fondi hedge saranno regolamentati e gli stipendi dei manager bancari saranno bloccati.”.
Ricordate la caccia all’untore che ha caratterizzato i mesi scorsi?
Totalmente dimenticata. Al G8 non se ne è più nemmeno accennato. Per i fondi hedge nulla è previsto a livello mondiale. Obama ne ha proposto la semplice registrazione in appositi albi presso la SEC, ma nessuna restrizione operativa, gli altri paesi non hanno fatto nulla.
Gli stipendi dei manager sono stati per un po’ di tempo ridimensionati dalla stessa crisi, poiché i risultati a cui erano in gran parte legati, che fino al 2007 li ingrassavano, si sono improvvisamente dissolti.
La soluzione, attuata dalle principali banche USA, è stata quella di ridurre la componente variabile e raddoppiare la componente fissa di questi stipendi.
Così nessuno potrà più dire che i manager dirigono le banche pensando ai loro bonus. Non ne avranno più bisogno: il bonus diventa automatico.
Inoltre, siccome Obama ha messo una regoletta di facciata che fissa un tetto ai compensi dei dirigenti delle banche che hanno ricevuto aiuti di Stato, è scattata la corsa alla restituzione degli aiuti. Senza aiuti cade anche il tetto agli stipendi, tanto le regole contabili permettono di abbellire i bilanci senza bisogno di soldi pubblici.
3) “Elimineremo i paradisi fiscali.”
C’è qualcuno che sa che fine ha fatto la lista dei paradisi fiscali, apparsa con grande zelo pochi giorni dopo il G20 e poi misteriosamente scomparsa? Essa conteneva una quindicina di paesi che sarebbero stati messi all’indice dalla comunità internazionale perché favoriscono la costituzione di società offshore nebulose e consentono l’occultamento di proventi e traffici illeciti nella maggioranza dei paesi civili.
Sembra che sia gli USA che la Cina abbiano lavorato sapientemente per depennarne una parte.
Comunque è stata depennata l’urgenza di pubblicarla e soprattutto di prendere provvedimenti concreti per contrastare i suoi componenti.
Il G8 ha nuovamente dichiarato che occorre lottare contro i paradisi fiscali. Il miglior modo per perdere tempo facendo credere di occuparsene.
4) “Eviteremo il protezionismo, che aggravò la crisi del ‘29.”
A parole tutti sono contrari al protezionismo e per il libero scambio. Il G8 ha nuovamente ripetuto la dichiarazione di principio.
Però gli accordi di Doha sul commercio mondiale sono bloccati da due anni sugli aiuti che Usa ed Europa forniscono alla loro agricoltura, inaccettabili dai paesi più poveri perché impediscono la concorrenza. Al G8 si è deciso di riprendere le discussioni. Questo è forse l’unico fatto concreto uscito dal vertice. Però riprendere le discussioni non significa aver trovato l’accordo.
Intanto nella realtà dei fatti il protezionismo che tutti rinnegano viene praticato alla grande.
Due professori dell’Università di Berkeley, Eichengreen ed O’Rourke, hanno pubblicato un interessantissimo studio che confronta l’andamento di varie componenti dell’economia durante questa crisi e durante la grande crisi del ’29.
Il dato che mi ha sorpreso di più è stato il calo del commercio mondiale nell’ultimo anno, che è stato assai maggiore di quello che si ebbe nel primo anno della grande crisi del ‘29.
Per un mondo che lotta contro il protezionismo e non deve ripetere gli errori del passato, direi che i risultati non sono affatto incoraggianti.
Se dal mondo politico non arriva nulla di significativo oltre al salvataggio delle banche, dal mondo dell’economia reale il secondo trimestre, appena concluso, ci dovrebbe portare una diminuzione della velocità della recessione in atto. Mentre il primo trimestre ci ha regalato arretramenti del PIL di circa 1,5% negli USA e 2,5% in Europa, che equivalgono ad una velocità di discesa su base annua rispettivamente del 6% e del 10%, le prime stime preliminari del secondo trimestre, che saranno pubblicate tra un mese, dovrebbero consegnarci ulteriore recessione, ma a dosi un po’ meno forti. Si prevedono valori compresi tra 0,5% e 1% per gli Usa e tra 1% e 1,5% per l’Europa.
Se così sarà avremo conferme che si scende meno rapidamente, ma si scende ancora. E ciò dovrebbe proseguire per tutto l’anno.
Se vogliamo, il dato nuovo di queste ultime settimane è la revisione in negativo delle attese degli istituti di previsione economica. Questi si erano lasciati andare ad un forse eccessivo ottimismo quando nei mesi scorsi, oltre a dichiarare che il peggio era passato, qualche istituto aveva avvicinato i tempi dell’agognata ripresa, cioè quando il PIL tornerà finalmente a salire, portandoli a fine anno. Ora un po’ tutti hanno perso le speranze e tornano a situare nel 2010 l’ora x in cui il tasso di variazione del PIL in USA perderà il segno meno.
Nel mio ultimo intervento avevo fatto notare che i mercati riflettono le aspettative e non i dati reali.
Però è evidente che le aspettative si alimentano di conferme provenienti dai dati reali.
Ebbene, in questi ultimi giorni i sondaggi sulla fiducia dei consumatori hanno rilevato un nuovo deterioramento delle attese, dopo 3 mesi di forte ripresa di fiducia.
E’ il segno che, se le attese non vengono confermate da dati reali, alle illusioni possono seguire le disillusioni. Per ora la fiducia dei manager non è ancora in calo. Gli indici ISM hanno continuato a crescere, sebbene meno dei mesi precedenti e a valori ancora ben inferiori a 50, che è lo spartiacque tra attese di crescita e quelle di recessione.
E’ ovvio che se dovessero arrivare segnali di sfiducia anche da questo indice i mercati ne trarrebbero le conseguenze ed interpreterebbero la situazione come un fallimento del recupero, con conseguenze assai negative.
Ora tutti gli indici occidentali sono nei pressi di supporti chiave, che corrispondono ad una correzione di circa 1/3 dal movimento rialzista partito a marzo. Quelli europei li hanno addirittura sfondati, mostrando una debolezza relativa rispetto agli USA, che riflette in qualche modo una situazione economica assai più incerta.
Dal punto di vista grafico lo sfondamento di area 880 da parte di SP500 decreterebbe la conferma del completamento di una figura ribassista (testa e spalle) che proietterebbe verso l’obiettivo di area 820. Sul nostro mercato il FIB ha anch’esso completato la medesima figura ribassista e, se non riuscirà entro questa settimana a riportarsi sopra 18.500, dovrebbe dirigersi nella prossima verso l’obiettivo di 16.400.
E’ ovvio che dipenderà tutto da quel che farà l’indice USA SP500, dato il forte legame di correlazione esistente.
Un vero e proprio legame di dipendenza, che impedisce alle borse europee di vivere di vita propria e si esprime appieno quando le borse americane sono chiuse per una festività locale (come è avvenuto il 3 luglio). In quella data, benché il giorno precedente fosse venuto un segnale ribassista piuttosto significativo, sia in Usa che in Europa, le borse europee sono rimaste paralizzate per tutta la giornata con scambi al lumicino. Mancava il faro di riferimento…
Il ribasso si è poi manifestato il giorno seguente, al guinzaglio di SP500.
Un guinzaglio in grado di provocare repentini mutamenti di direzione e magari smentire le previsioni grafiche se negli Usa venissero inaspettatamente negati i segnali di debolezza. Evento possibilissimo, dato che ci troviamo in un periodo assai critico, incerto ed “umorale”, in cui potrebbe verificarsi l’inatteso.
Un guinzaglio da cui, però, nel mondo qualche area vuole provare a divincolarsi.
E qui veniamo alle buone notizie, che ci parlano dell’area Pacifico (escluso il Giappone, che si sta riallineando anche lui al padrone americano). Molti mercati di quest’area sono stati in grado di proseguire a testa alta nonostante le incertezze americane. Cina, Corea, Indonesia, Taiwan sono vicinissime ai massimi dell’anno e rappresentano i veri germogli verdi di un’epoca che forse si aprirà al termine di questa crisi.
Una nuova era che vedrà il mondo occidentale sempre meno al centro dell’attenzione e lo spostamento del baricentro dell’economia mondiale proprio nel Pacifico. Ne abbiamo altre avvisaglie guardando non soltanto gli indici di borsa, ma anche le mosse politiche dei principali paesi di quest’area, che hanno dimostrato al G8 di non volersi supinamente allineare ai diktat occidentali. Il rifiuto di tirare la cinghia come gli europei per evitare il riscaldamento climatico e la continua richiesta di ridimensionare il ruolo del dollaro nel panorama valutario mondiale sono due pugni con guanto di velluto che la Cina ha voluto sbattere sul tavolo dei Grandi, subito spalleggiata da India ed altri paesi emergenti.
I tempi sono destinati a cambiare. Ci vorrà tempo e ben altri segnali di conferma. Ma certamente il secondo decennio del XXI secolo vedrà profondi mutamenti ed abbatterà molte convinzioni ancora oggi radicate. Come quella che il mondo dipenderà per molto tempo dall’America.
Avremo tempo ed occasione per tornare su questi temi.
Nel frattempo prepariamoci ad un’estate calda anche sui mercati. Un’estate con forti movimenti e piena di sorprese, magari nella direzione che i più ritengono meno probabile.